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Il sesto ordine dell’architettura

a cura di Edmondo Jonghi Lavarini

Etica per un giovane architetto

Edmondo Jonghi Lavarini intervista l’architetto Maurizio Spada, autore del libro Il sesto ordine dell’architettura. L’articolo trascrive l’intervista e invita a seguire anche il video, per cogliere appieno il messaggio dalle parole e dalla voce dell’autore.

Conversazione con Maurizio Spada

Buongiorno a tutti. Grazie, Maurizio, di essere qua con me e con tutti quelli che ci ascolteranno oggi. Voglio proprio parlare di questo libro che è Il sesto ordine dell’architettura, che ha come sottotitolo Etica per un giovane architetto. Ma voglio fugare subito ogni dubbio: non è un libro dedicato solo ai giovani. Certo, è un libro per i giovani perché parte con dei concetti che tutti i giovani devono avere. Ma visto che si parla di etica, è importante che l’etica sia un qualche cosa che sia compresa da tutti: dai bambini fino ai “classici” 99 anni e oltre. Quanto è importante, dunque, mettere l’uomo al centro dell’architettura e non altri interessi? Ecco il percorso che affronteremo oggi, con alcune domande a cui l’autore ci guiderà con le sue risposte.

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Nel video Edmondo Jonghi Lavarini dialoga con l’architetto Maurizio Spada, autore del libro Il sesto ordine dell’architettura – Etica per un giovane architetto. L’intervista affronta i temi centrali del volume: l’introduzione di un “sesto ordine” fondato sull’etica, il rapporto tra architettura e potere, la bellezza come principio vitale, le città possibili, il ruolo della natura negli spazi urbani, l’educazione alla bellezza, l’integrità professionale e la responsabilità verso la comunità. Una parte importante è dedicata al legame con l’architettura ecclesiastica e alla rigenerazione del patrimonio religioso. Guardare e ascoltare il video permette di apprezzare direttamente il messaggio dalle parole e dalla voce di Maurizio Spada, rendendo ancora più autentico e incisivo il suo pensiero.

La nascita del sesto ordine

EJL: La prima cosa che voglio chiederti è proprio questa: come nasce l’idea di affiancare ai classici cinque ordini dell’architettura questo nuovo ordine, basato su un qualche cosa di meno materiale, ma etico? E cosa significa concretamente, visto che non è materiale, ma è concreto? A cosa serve questo sesto ordine per chi progetta oggi?


MS: Beh, l’etica è la scienza dello stare insieme, delle relazioni. Per me l’architettura è un insieme di relazioni tra l’oggetto e la comunità, la civilitas. Quindi è chiaro che l’etica significa far bene alla comunità: questo è il concetto base. Oggi, però, l’architetto non ha più riferimenti. Nel Quattrocento e Cinquecento aveva le regole della tradizione, gli ordini classici. Oggi non abbiamo nessun altro riferimento se non la nostra etica, che ci impone regole. E queste regole sono il bene dell’utenza e la ricerca della bellezza, che già Vitruvio indicava con firmitas, utilitas, venustas.

Architettura e potere

EJL: Per arrivare proprio a Vitruvio, che per me ha avuto un ruolo importante anche biografico, vorrei chiederti: oggi, come da sempre, si parla di architettura e potere. Qual è, secondo te, la responsabilità dell’architetto rispetto ai condizionamenti politici ed economici? In che funzione possono condizionare in maniera etica e come, invece, hanno sempre influenzato la forma della città? E come, con una visione del sesto ordine dell’architettura, può l’architettura stessa condizionare la città in senso etico e positivo?

MS: È chiaro che l’architettura è sempre stata un mass media del potere, perché per fare architettura servono capitali. L’architetto dovrebbe essere un mediatore tra le smanie di apparire della committenza potente e le esigenze della città. Il potere è la possibilità di alcuni di influenzare e gestire la vita di altri. Quindi l’architettura, per essere disciplina al servizio della comunità, deve mediare tra grandeur e bene comune. Qui sta il ruolo dell’architetto: far sì che il nuovo risponda alla città e non soltanto all’ambizione di chi commissiona.

Il tema della bellezza

EJL: Il tema della bellezza attraversa tutto il libro. Come possiamo intenderla oggi, in un contesto urbano frammentato, con diseguaglianze e logiche di mercato che sembrano privilegiare il business più che il benessere delle persone? Come si possono coniugare queste cose?

MS: Per l’architetto è chiaro che l’etica dovrebbe condurlo alla bellezza: un’etica della bellezza, un’etica dell’estetica. La bellezza naturale non è altro che creatività della natura: passare da stati di malessere a stati di benessere. È un principio vitale. La bellezza dell’artificio è frutto della creatività umana, della cura, dell’attenzione e dell’amore per il contesto. Architetture progettate senza conoscenza del territorio perdono senso. Le qualità soggettive – cura, attenzione, amore – si oggettivano in ordine, equilibrio, eleganza e coerenza, che sono anche caratteristiche dell’architettura classica.

La città possibile

EJL: Infatti tu parli di città possibili e non di città ideali. Quali caratteristiche deve avere, secondo te, una città possibile per rispondere ai bisogni dei cittadini contemporanei?

MS: La città ideale è un’utopia, senza luogo. È un concetto che contrasta con il pensiero ecologico, che è prendersi cura del luogo reale per il benessere del pianeta. L’architetto dovrebbe riferirsi al reale, cercando di modificarlo in meglio, aggiustando ciò che non è stato fatto bene. In questi 70-80 anni dopo la Seconda guerra mondiale si è costruito più che nei millenni precedenti. Il compito dell’architetto oggi è aggiustare, creare bellezza laddove manca, rigenerare la città reale per restituire benessere ai cittadini.

Educazione e cultura della bellezza

EJL: Hai toccato un tasto importante: aggiustare significa avere consapevolezza, e consapevolezza implica competenza ed educazione. Che ruolo dovrebbero avere scuole, università, ordini professionali e istituzioni nel rendere i futuri architetti consapevoli del valore etico dell’architettura?

MS:L’educazione è fondamentale e dovrebbe iniziare fin dalle elementari, quando lo stupore infantile è più forte. Quello stupore dovrebbe accompagnarci fino alla vecchiaia. Abbiamo due atteggiamenti verso l’ambiente: contemplativo o meccanico-rapace. Il primo nasce dallo stupore, il secondo da logiche di guadagno. Dovremmo favorire il primo, perché la bellezza è la vita quando mostra il suo lato benedetto. L’etica dell’estetica richiede di creare ambienti che generino benessere sensoriale e spirituale. La scuola e la formazione continua devono coltivare questo approccio contemplativo e rispettoso.

Natura e architettura

EJL: Nel libro si riflette molto sulla presenza della natura nella città. Quale contributo può dare l’architettura per contrastare il degrado climatico e restituire spazi verdi e vivibili ai cittadini?

MS:La natura in città porta senso della vita e della cura. Alberi, giardini e parchi hanno bisogno di manutenzione, ma restituiscono benessere. Già nell’antichità i giardini erano simbolo di paradiso. Io credo che siano più utili tanti piccoli giardini diffusi, piuttosto che grandi parchi lontani. Così i cittadini vivono la natura come parte integrante della propria quotidianità. Gli alberi migliorano il clima, riducono le temperature estive e assorbono inquinamento. Portare natura diffusa nelle città significa progettare spazi a misura d’uomo, integrando bellezza e sostenibilità.

Etica nella professione quotidiana

EJL: Nel libro tu scrivi che essere architetti significa anche essere persone integre. Cosa significa, in termini pratici, portare l’etica dentro la professione quotidiana, tra concorsi, incarichi e rapporti con i committenti?

MS: Essere persone integre significa conoscere se stessi, integrando anche le ombre del carattere, come la superbia. L’architetto deve superare l’ego per servire la comunità. L’etica si traduce in scelte concrete: non accettare pratiche scorrette, progettare pensando al bene collettivo, valorizzare il contesto locale piuttosto che affidarsi a logiche globaliste che ignorano i territori. Significa anche difendere i giovani professionisti, contrastare logiche di mercato precarie e privilegiare la cultura e la storia. Solo così l’architettura resta un bene comune e non una merce al servizio del profitto.

Giovani e mercato

EJL: Molti giovani architetti vivono oggi un mercato difficile e precario. Quali consigli daresti loro per non rinunciare al valore culturale e sociale della professione, pur facendo i conti con le regole del mercato?

MS: Gli architetti devono acculturarsi, conoscere storia, poesia, filosofia. Non devono lasciarsi sedurre dalla logica dello stupire fine a sé stesso, che spesso serve solo al potere. Io sono contrario ai grattacieli globalisti costruiti negli ultimi 20 anni a Milano, perché ignorano la realtà locale. Diverso fu per la Torre Velasca o il Pirelli, progettati da milanesi che conoscevano il contesto. La tradizione ambrosiana insegnava a non superare la Madonnina, e anche quando fu superata, si pose una statua in cima. Questo equilibrio oggi si è perso a favore del denaro.


Il sesto ordine dell’architettura è stato acquistato presso la Libreria Popolare di Via Tadino.
Chi volesse procurarsi il libro può contattare direttamente la libreria e, soprattutto, ricordarsi di sostenere le piccole librerie indipendenti: veri gioielli culturali che non devono essere dimenticati o perduti. Un piccolo gesto di attesa – entrare, curiosare tra gli scaffali, lasciarsi sorprendere – vale più di mille click guidati da un freddo algoritmo. È lì che si trovano i libri che parlano al cuore.
Vedi Link: https://www.librerieindipendentimilano.net/librerie-associate/libreria-popolare-di-via-tadino/

Milano come laboratorio

EJL: Hai accennato alla storia di Milano, città di trasformazioni e contraddizioni. Quali insegnamenti possiamo trarre per immaginare un futuro più equo e sostenibile?

MS: L’architettura che opera sul costruito ha due approcci: contrasto o mimetizzazione. Entrambi possono funzionare, purché ci sia dialogo col contesto. Il nuovo non deve fagocitare l’esistente, ma dialogare con esso. Se un edificio ci fa rimpiangere ciò che c’era prima, significa che è brutto. Al contrario, quando il nuovo appare naturale, come se fosse sempre stato lì, allora ha successo. Milano è un laboratorio: dalle sue scelte possiamo imparare a bilanciare tradizione e innovazione, mantenendo al centro il benessere delle persone e non solo l’immagine.

Architettura per la collettività

EJL: Vorrei chiudere chiedendoti: che cosa distingue un progetto pensato per i bisogni reali della collettività da uno che nasce solo per interessi finanziari o di immagine?

MS: La differenza sta nel dialogo col contesto. Un progetto che nasce solo per immagine diventa un’isola autoreferenziale, mentre un intervento che dialoga con il vecchio e si integra nella città genera appartenenza. La città è un sistema complesso: se massimizziamo una funzione a scapito delle altre, danneggiamo l’equilibrio. L’architetto deve mediare tra committenza e comunità, rispettando il patrimonio e i valori antichi. In Italia questo significa confrontarsi con 2000 anni di storia che hanno fatto del nostro Paese il cuore del patrimonio mondiale.

Architettura ecclesiastica e bellezza universale

EJL: Nella storia dell’architettura la committenza ecclesiastica ha promosso la bellezza come valore universale. Anche oggi, entrando in una chiesa, si percepisce una bellezza che attrae tutti. In che modo questa tradizione si intreccia con il concetto di sesto ordine, cioè l’etica come fondamento dell’architettura?

MS: La Chiesa è stata per secoli il concentrato della capacità artistica e artigianale di una comunità. Nel concetto di bellezza c’è anche l’infinito: visitando una chiesa percepiamo senso di armonia e di trascendenza. Le chiese erano centri civici e culturali, oltre che luoghi di culto. Oggi l’architettura ecclesiastica può tornare a essere esempio di progettazione per le persone, andando oltre le logiche di mercato. Può mostrare come l’etica si traduca in spazi che uniscono sacro e comunitario, spirituale e sociale, restituendo dignità e senso al vivere collettivo.

Rigenerazione e patrimonio religioso

EJL: Oggi si parla molto di rigenerazione e riuso del patrimonio religioso, spesso sottoutilizzato o dismesso. Quali principi del sesto ordine sono essenziali per affrontare questi progetti?

MS: La città si muove, nuove chiese nascono e altre vengono abbandonate. Rigenerare una chiesa o un patrimonio religioso significa non ridurre l’intervento a un’operazione immobiliare, ma trasformarlo in occasione di rinascita etica e sociale. I principi del sesto ordine – cura, responsabilità, bellezza condivisa – devono guidare questi progetti. Solo così il riuso diventa occasione per restituire vita alla comunità e rigenerare anche il cuore delle persone. La bellezza è nemica della guerra e può essere seme di pace: l’architettura deve custodire questo valore.

Architetto sacerdote della bellezza

Chiudiamo questa conversazione con un pensiero forte: l’architetto una volta era il sacerdote della bellezza. La bellezza è armonia, completezza, equilibrio tra corpo, mente e spirito. È nemica della guerra e amica della pace. L’architetto, costruendo il nostro ambiente di vita, ha la responsabilità di farci vivere meglio. Giovani e meno giovani sono chiamati a raccogliere questo testimone: portare bellezza all’interno del creato. Come ricorda Spada, il nostro compito è far innamorare Marte di Venere, cioè costruire armonia: la culla in cui fiorisce la civiltà.

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