Recupero della Memoria e dei Luoghi per una nuova fruizione. Il caso della cripta della Chiesa della Beata Vergine Annunciata dell’Ospedale Maggiore di Milano
a cura di Arch. Alessandra Kluzer e arch. Mariangela Carlessi, studio Carlessi – Kluzer
Introduzione:
L’intervento video dedicato al caso della cripta della chiesa della Beata Vergine Annunciata dell’Ospedale Maggiore di Milano, presentato al Forum “Chiesa in cantiere” del 14 maggio 2025, ha una durata di quasi un’ora. Per facilitare la lettura e valorizzare al meglio i contenuti, in questo articolo lo abbiamo suddiviso in quattro parti, ciascuna corrispondente a una fase logica e narrativa dell’intervento, arricchita da trascrizioni corrette, sintesi e approfondimenti tematici.
Nella prima parte, le relatrici introducono il tema con un inquadramento metodologico sulla conservazione etica e presentano la storia dell’Ospedale Maggiore, sottolineando il ruolo dell’architetto come mediatore tra conoscenza e progetto.
La seconda parte si concentra sull’evoluzione storica e funzionale dell’edificio, fino ai danni della Seconda guerra mondiale e alle scelte critiche operate durante il restauro novecentesco.
Nella terza parte viene narrata la scoperta della cripta, la sua funzione di cimitero, e la ricchezza delle indagini archivistiche e fisiche condotte con rigore e rispetto.
Infine, la quarta parte descrive l’intervento conservativo vero e proprio, fondato su principi di minima invasività e gestione consapevole.
Ti invitiamo a leggere tutte le sezioni dell’articolo per cogliere il valore culturale e operativo dell’esperienza e, se possibile, a vedere anche il video completo dell’intervento.
Nella prima parte del video viene presentato il caso studio della cripta della chiesa della Beata Vergine Annunciata, situata all’interno dell’Ospedale Maggiore di Milano. Le relatrici introducono il valore metodologico e culturale dell’intervento, evidenziando l’importanza dell’approccio etico nella conservazione dell’architettura storica. Dopo aver inquadrato il contesto urbano e storico dell’edificio, si ripercorrono le tre principali fasi costruttive dell’ospedale, dalla fabbrica sforzesca alla porzione tardo-settecentesca. L’intervento si fonda su una profonda conoscenza dell’esistente, vista come base indispensabile per qualsiasi progetto consapevole sul costruito, e sul riconoscimento del ruolo attivo dell’architetto nella lettura e cura dei luoghi.

PARTE 1: Il caso della cripta della chiesa della Beata Vergine Annunciata dell’Ospedale Maggiore: la cura dei luoghi
Buongiorno a tutti, grazie intanto.
Sì, il titolo del nostro intervento è Il caso della cripta della chiesa della Beata Vergine Annunciata dell’Ospedale Maggiore – La cura dei luoghi.
Grazie per l’invito a partecipare a questo forum. Siamo davvero molto contente di poter raccontare un’esperienza alla quale siamo profondamente legate e che riteniamo possa avere ragione d’interesse.
Introduzione all’intervento e metodo
Parliamo di una piccola porzione dell’Ospedale Maggiore di Milano, un edificio che ci ha offerto l’opportunità di un approccio “estremo” alla conservazione. Ci ha permesso di valutare l’esito dell’intervento non solo dal punto di vista tecnico – ovvero la conservazione materiale dell’esistente – ma anche rispetto all’effettiva compatibilità tra un assetto storico, stratificato nei secoli, e la possibilità di fruizione contemporanea.
Non si è trattato di una rifunzionalizzazione estensiva, ma piuttosto della possibilità di rendere fruibili spazi dimenticati, abbandonati da lungo tempo – potremmo dire persino abusati – e che avevano perduto la loro funzione originaria.
Il nostro racconto seguirà una serie di step. Il focus sarà di tipo metodologico, perché per noi è fondamentale che le istanze etiche siano sempre accompagnate a quelle tecniche. L’approccio umano ha un valore fondamentale nella nostra attività.

L’approccio milanese alla conservazione
In questa slide vedete una serie di ritratti che formano una sorta di genealogia di pensiero e di persone: ciò che per molti è noto come la Scuola milanese di conservazione. Per noi non è un dogma teorico, ma un insieme di principi etici derivanti da formazione, confronto costante tra attività professionale, ricerca e insegnamento – in particolare presso il Politecnico di Milano e la Scuola di Specializzazione fondata dal professor Amedeo Bellini.
Tra le figure ricordiamo padri come Luca Beltrami, madri come Liliana Grassi, e i nostri maestri diretti: Amedeo Bellini e Carolina Di Biase.
Le parole hanno un peso. Quando parliamo di “conservazione”, ci teniamo a chiarire cosa intendiamo: occuparsi dell’esistente significa confrontarsi con presenze complesse, sedimentate, vissute e spesso sofferenti. Questo implica uno sforzo di decifrazione e di comprensione.
La conoscenza è lo strumento fondamentale per evitare approcci inconsapevoli. È un processo circolare che continua durante la progettazione, il cantiere e anche nella valutazione dell’intervento a posteriori.

Il ruolo dell’architetto e il caso dell’Ospedale Maggiore
Il ruolo dell’architetto è essenziale: deve padroneggiare strumenti specifici. Per questo esistono scuole di specializzazione.
Veniamo al caso: l’Ospedale Maggiore di Milano. Vi mostriamo ora una serie di immagini di inquadramento urbano per comprendere l’importanza e l’ubicazione del complesso. Un tempo era lambito dal Naviglio, la “fossa interna” che abbracciava il centro antico della città.
Un luogo ampiamente studiato, con una ricchissima bibliografia che è stata il nostro punto di partenza e che offre tutt’oggi margini di approfondimento, grazie anche all’archivio ospedaliero tuttora conservato.

Storia costruttiva dell’Ospedale
L’ospedale nasce da un’idea di Filarete, chiamato da Francesco Sforza per progettare un tassello della città ideale di Sforzinda. È l’unico tassello effettivamente realizzato. La posa della prima pietra risale al 1456. Filarete codifica l’impianto a crociera – due crociere, una per uomini e una per donne – che diventa modello iconico per molti ospedali europei.
La costruzione dell’ospedale avviene in tre fasi:
- La fabbrica sforzesca (XV secolo), grazie alla donazione di Francesco Sforza.
- Il fabbricato Carcano (prima metà del XVI secolo), grazie al lascito di Giovanni Pietro Carcano, con progetto coordinato da Francesco Maria Richini.
- La porzione verso via Laghetto (fine XVIII secolo), grazie al lascito del notaio Giuseppe Macchio e al progetto di Pietro Castelli.
Fin dalle origini, anche quando solo una parte era costruita, l’ospedale funzionava come una macchina autosufficiente. Le funzioni trovavano una loro collocazione precisa.
Le immagini storiche testimoniano l’evoluzione: la presenza dell’acqua, le diverse destinazioni d’uso, e il ruolo monumentale dell’ospedale nella città.

PARTE 2: Restauro e memoria: l’evoluzione storica dell’Ospedale Maggiore di Milano
La seconda parte approfondisce l’evoluzione dell’Ospedale Maggiore nel tempo, evidenziandone la funzione di “macchina che funziona” capace di adattarsi alle esigenze cliniche e sociali. Attraverso documenti storici, dipinti e fotografie d’epoca, si ricostruisce il rapporto tra architettura e vissuto, mettendo in luce trasformazioni strutturali e funzionali. Si analizzano i danni subiti durante la Seconda guerra mondiale e le operazioni di restauro condotte da figure come Ambrogio Annoni e Liliana Grassi, esponenti della scuola milanese. La riflessione si concentra sul valore della coerenza progettuale e sull’importanza del restauro come atto critico fondato sulla conoscenza e sul rispetto storico.
Perfetto. Proseguo con la seconda parte della trascrizione corretta, che riguarda le vicende dell’Ospedale Maggiore nel Novecento, i danni della guerra, la fase del restauro e il ruolo centrale della cripta.

Dalla crisi funzionale al riconoscimento monumentale
Nel corso del tempo, l’Ospedale Maggiore diventa uno dei simboli della Milano storica, una delle vedute più rappresentate nelle incisioni e nei dipinti. Le sue facciate ancora oggi raccontano questa lunga storia.
Nonostante le tre fasi costruttive siano ben distinguibili, si è mantenuta una costante volontà di coerenza architettonica – quella concinnitas che garantisce armonia tra le parti. Questo è un tema attualissimo anche per noi, quando ci confrontiamo con le preesistenze nei progetti contemporanei.
Vediamo ora la facciata lungo via Festa del Perdono, il fronte tradizionalmente principale. Sul lato opposto – quello affacciato un tempo sulla fossa interna, oggi via Francesco Sforza – il fronte non ha mai avuto una definizione architettonica compiuta. Sono documentati alcuni progetti, come quello di Giuseppe Rivola (fine XVII sec.) e quello di Giuseppe Bési (metà Ottocento), ma mai realizzati. Quel lato è sempre stato funzionale, ospitando lavanderie, torchi, ecc., sfruttando anche la vicinanza con l’acqua.
L’interramento del Naviglio, nel 1929, ha completamente modificato il rapporto tra l’edificio e la città. Oggi via Francesco Sforza è una strada a scorrimento veloce, e ciò rende difficile percepire l’importanza e la scala originaria di questi spazi. Pensiamo, ad esempio, all’antico accesso monumentale, oggi completamente decontestualizzato.

La “macchina che funziona”: una lettura sociale dell’ospedale
Un dipinto conservato presso l’Ospedale Maggiore, per noi fondamentale, mostra la vita all’interno dell’ospedale. È un documento prezioso perché aiuta a ricondurre i luoghi al loro uso originario. Vi si vedono:
- la processione verso la chiesa;
- lo speziere che si dirige verso l’antica farmacia;
- il corteo di nobiluomini verso le sale capitolari.
Questa lettura ci ha aiutato a comprendere come gli edifici siano frutto della vita, del vissuto, delle trasformazioni legate a esigenze mutevoli – anche mediche. I progressi clinici imponevano continue modifiche funzionali.
Il patrimonio documentario e la cultura del progetto
La documentazione dell’Ospedale è vasta. Le fotografie storiche dell’800 e del primo ‘900 ci mostrano un ospedale in costante trasformazione: crociere con tre corsie di letti, tamponature dei portici, piani aggiunti. Una rincorsa continua all’adeguamento.
Questa inadeguatezza porterà alla costruzione, oltre via Francesco Sforza, dei nuovi padiglioni del Policlinico, e più tardi del Niguarda. Ma si afferma anche, finalmente, una consapevolezza: l’Ospedale Maggiore è un monumento a tutti gli effetti. Viene incluso tra i primi monumenti della lista ufficiale dei beni culturali.
Ambrogio Annoni elabora i primi rilievi architettonici con approccio filologico: distingue le superfetazioni dalle parti storiche, analizza le destinazioni d’uso. È un momento cruciale per il riconoscimento dell’ospedale come patrimonio culturale.

La guerra e la ricostruzione: ferite e rinascita
Nel 1943, i bombardamenti danneggiano gravemente il complesso. Le immagini sono drammatiche: la Quadreria dei Benefattori, appena inaugurata nell’ottobre 1942, viene distrutta pochi mesi dopo. Il censimento postbellico segna l’ospedale come “completamente distrutto”, ma fortunatamente ciò non è del tutto vero.
Un rilievo più attento di Liliana Grassi individua le parti effettivamente perdute, distinguendole da quelle solo danneggiate.
Il cantiere postbellico si trasforma in un vero e proprio laboratorio di restauro. Si lavora per liberare l’edificio antico dalle superfetazioni e per ricostruire, dove possibile, le parti perdute con rigore filologico. Il team coinvolto è prestigioso: Piero Portaluppi, Ambrogio Annoni, Egizio Nichelli e soprattutto Liliana Grassi, che sarà la vera protagonista degli interventi di restauro successivi.
Liliana Grassi riflette sulle relazioni tra le parti perdute e quelle esistenti: i suoi interventi sono calibrati, raffinati, rispettosi. Si segna una tappa fondamentale nella storia del restauro in Italia, con un approccio che coniuga rigore e sensibilità.

La porzione ancora di proprietà dell’ospedale: il nostro intervento
Pochi sanno che una porzione del complesso è ancora oggi di proprietà dell’Ospedale Maggiore. Essa ospita gli uffici amministrativi e l’Ufficio Beni Culturali, ma è fisicamente separata dal resto da una cancellata.
È proprio in questi spazi che si è sviluppato il nostro progetto. Il primo contatto avviene nel 2002, grazie a Paolo Maria Galimberti, direttore del servizio beni culturali, preoccupato per la sicurezza delle persone e dei materiali custoditi, in particolare nella sala capitolare maggiore.
L’ambiente era estremamente complesso: un patrimonio polimaterico, con carte d’archivio, sculture, dipinti murali, arredi lignei. La prima richiesta fu quella di stabilire le priorità di intervento.
Il nostro lavoro si è basato, fin da subito, su una metodologia precisa: osservare, registrare, riflettere e mettere a sistema le informazioni. Le criticità principali emersero sul piano strutturale: grazie all’incrocio tra rilievi e fonti d’archivio, elaborammo una mappatura delle urgenze.
Le indagini furono multidisciplinari: diagnostica dei materiali, analisi delle strutture (coi contributi di esperti come Lorenzo Jurina), studio degli impianti. Ogni parte dell’architettura – dagli arredi alle finiture, fino alle scaffalature lignee – fu studiata in dettaglio.

PARTE 3: Scoperta della cripta: architettura sepolcrale tra storia e progetto conservativo
La terza parte racconta la scoperta casuale della cripta sotto la chiesa della Beata Vergine Annunciata, all’interno dell’Ospedale Maggiore. Utilizzata per decenni come deposito, la cripta rivela una ricca stratificazione storica e la sua originaria funzione di cimitero ospedaliero. Attraverso rilievi diretti, indagini archivistiche e fonti come il testo di Cesare Staurenghi, si ricostruiscono le 65 bocche sepolcrali e l’impianto originario del sepolcreto. L’esplorazione evidenzia la presenza di resti umani, calce viva, muffe saprofaghe e tracce architettoniche antiche. L’indagine si sviluppa come un percorso etico e scientifico di conoscenza, rispetto e documentazione del luogo e della sua memoria.
Perfetto, ecco la terza parte della trascrizione corretta e sistemata, dedicata alla scoperta, esplorazione e valorizzazione della cripta della chiesa della Beata Vergine Annunciata dell’Ospedale Maggiore:

La scoperta della cripta: un mondo sommerso
Questa nuova fase del nostro lavoro ha inizio in modo del tutto casuale nel 2002, durante una delle prime esplorazioni nell’area dei seminterrati sotto le sale capitolari. Lì trovammo una porta chiusa che ci incuriosì moltissimo: aprendola, ci ritrovammo davanti alla cripta della chiesa della Beata Vergine Annunciata.
Il primo impatto fu potentissimo: uno spazio ricchissimo, ma anche spiazzante per la sua complessità, stratificazione, sedimentazione. Una sorta di grande enigma. I sotterranei dell’ospedale, pur essendo vitali per la sua vita quotidiana, erano rimasti tra i luoghi meno conosciuti, meno indagati.
La cripta era in condizioni critiche: usata come deposito indifferenziato dal dopoguerra, raccoglieva materiali edili della ricostruzione, suppellettili sacre, frammenti di monumenti funebri provenienti da cimiteri dismessi.
A ciò si aggiungevano danni gravi causati dalla posa brutale della rete impiantistica postbellica, che aveva sfruttato questi spazi come una sorta di intercapedine tecnica. Le tracce di tamponamenti, interventi brutali, sovrapposizioni di intonaci e strutture voltate erano evidenti ovunque.
Fare ordine, fare ricerca
Come sempre, il nostro primo passo è stato quello di fare ordine. Abbiamo esteso la consultazione d’archivio alla chiesa, indagando anche la sua funzione storica e architettonica. Un edificio a pianta centrale, pensato per accogliere i pellegrini durante la festa del Perdono (25 marzo), con numerose aperture verso l’esterno.
Nel tempo, la chiesa subisce riforme significative: la più importante è quella di metà Ottocento, con l’aggiunta dell’abside al posto del portico affacciato sul Naviglio, su progetto di Gaetano Obesini. I bombardamenti del 1943 colpirono duramente la parte anteriore della chiesa e parte dei vani sottostanti.
Con la ricostruzione, la chiesa viene annessa alla porzione rimasta all’ospedale e diventa uno spazio chiuso, un cul-de-sac. La cripta, invece, perde il suo collegamento originario con gli altri ambienti sotterranei.
Il cimitero ritrovato
Dalle fonti documentali è emerso che la cripta era in origine il cimitero dell’ospedale. Ciò ha rivoluzionato la nostra prospettiva. Tutto è partito da una domanda: come erano fatti questi sepolcri?
Il primo indizio visibile erano i chiusini – le bocche sepolcrali – che abbiamo iniziato a censire e classificare. Le fonti parlavano di 65 chiusini, ma quelli visibili erano meno. Solo grazie a una ricerca paziente e ostinata – anche fisicamente calandoci a testa in giù all’interno dei sepolcri per non calpestare i resti umani – abbiamo potuto verificarne l’esistenza e la posizione.
Abbiamo così scoperto chiusini occultati nel tempo, modificati, trasformati. La conoscenza ha richiesto indagini archivistiche e scientifiche approfondite. Una relazione del 1694, redatta in occasione della dismissione del cimitero, ci ha permesso di ricostruire l’aspetto originario della cripta: un unico spazio unitario, privo delle partizioni ottocentesche successive.
I sepolcri e la decomposizione corporea
Il passo successivo è stato scendere nel piano inferiore, nei sepolcri veri e propri. Alcuni conservavano ancora i corpi: qui le indagini sono avvenute con estrema cautela, rispettando i resti umani.
Abbiamo rilevato la grande qualità esecutiva delle strutture e soluzioni tecnologiche avanzate, come i pozzi disperdenti (le “tinne”) che avrebbero dovuto facilitare il deflusso dei liquidi di decomposizione, ma che in realtà intercettarono la falda freatica peggiorando la situazione.
L’aspetto più toccante di questa esplorazione è stato il confronto diretto con i corpi, con l’umanità dei luoghi. Abbiamo trovato resti scheletrici, frammenti ossei inglobati dalla calce viva, carbonatatasi col tempo. Anche muffe saprofaghe attive sono state rilevate: un giacimento biologico vivo, ancora oggi.
Tra le fonti fondamentali per la ricostruzione citiamo Cesare Staurenghi, medico e storico dei sepolcri milanesi, e l’edizione postuma del suo lavoro curata da Pio Pecchiai, archivista dell’Ospedale Maggiore.
Il sacello commemorativo e le trasformazioni ottocentesche
Alla fine del Seicento, i sepolcri vengono dismessi per saturazione. Dopo una lunga fase di oblio, tornano a essere usati durante le Cinque Giornate di Milano per i defunti. Nel 1860 viene allestito un sacello commemorativo dei caduti, con la realizzazione di nuovi setti murari nella cripta, per collegarla alla chiesa.
A quest’epoca risale l’apparato decorativo ottocentesco, con motivi funebri classici, epigrafi, pitture murali. Questa decorazione si sovrappone – in parte cancellandola – a quella secentesca.
Grazie a rilievi stratigrafici, indagini scientifiche, osservazioni sul degrado, abbiamo potuto distinguere fasi, materiali, tecniche, e coinvolgere i professionisti più adatti per ciascun ambito.
PARTE 4: Conservazione minima e dignità del luogo: progetto nella cripta restaurata
La quarta parte descrive il progetto conservativo della cripta, fondato sul principio del minimo intervento e sul massimo rispetto per la stratificazione storica. Le indagini scientifiche evidenziano gravi fenomeni di degrado, dovuti principalmente all’umidità e all’acqua di risalita. Si eseguono operazioni puntuali: consolidamenti, puliture, velinature, e il recupero dei pavimenti originali, senza alterare l’equilibrio igrotermico. Vengono introdotti elementi discreti come cancellate, corpi illuminanti e un lapidario espositivo. È centrale la riflessione sulla gestione del luogo, ancora parzialmente attivo come laboratorio, e sul rischio di spettacolarizzazione: la cripta è, prima di tutto, un sepolcreto che richiede rispetto e dignità.
Benissimo. Ecco la quarta e ultima parte della trascrizione corretta e riorganizzata, dedicata al progetto di conservazione della cripta, le indagini scientifiche, le scelte progettuali e le riflessioni conclusive sul senso del luogo:
Indagini scientifiche e quadro strutturale
Dalla prima esplorazione è emerso subito un quadro lesionativo importante, che ci ha spinto a effettuare saggi profondi sulle strutture fondali e a intraprendere indagini strutturali classiche (prove meccaniche, estensimetri per il monitoraggio dei movimenti).
Ma ciò che colpiva maggiormente era il degrado visibile: un accumulo sedimentato nel tempo, che testimoniava decenni di abbandono e l’azione costante dell’acqua. Un’acqua che saliva dal basso, penetrava lateralmente dalle murature contro terra e creava un microclima umido estremamente aggressivo.
Abbiamo così coinvolto il Politecnico di Milano (gruppo Fisica Tecnica), eseguendo:
- analisi stratigrafiche dei dipinti murali e delle malte;
- indagini ponderali per il contenuto d’acqua nei materiali;
- rilievo dei sali solubili;
- mappature dell’umidità relativa interna.
Questi dati ci hanno permesso di oggettivare il fenomeno, evitando giudizi impressionistici, e di costruire una base solida per decidere il tipo d’intervento più prudente.
L’intervento conservativo: minima azione, massimo rispetto
Il principio guida è stato quello del minimo intervento possibile.
Nessuna intenzione di “ripristinare” un’immagine originaria. Abbiamo scelto di accettare la complessità, le stratificazioni, persino le contraddizioni visive e materiche del luogo.
Le operazioni si sono concentrate su:
- consolidamento delle strutture lesionate;
- limitatissime stuccature e velinature nei punti di distacco degli intonaci;
- interventi minimi sui dipinti murali;
- pulizia e ricomposizione pavimentale con cocciopesto in corrispondenza delle lacune;
- nessun impianto di condizionamento dell’aria, per evitare brusche variazioni igrotermiche.
In zona absidale, colpita da subsidenza, si è deciso di accettare lo scompaginamento, ricostruendo il piano pavimentale a quota leggermente inferiore.
Scelte delicate e nuove installazioni
Le zone più fragili, come il pavimento seicentesco, sono state consolidate, ma anche interdette alla percorrenza per evitare ulteriori danni. Il pubblico può vederle, ma non calpestarle.
Sono stati introdotti alcuni nuovi elementi architettonici:
- cancellate leggere per rimarcare il sacello ottocentesco;
- un lapidario appositamente disegnato per raccogliere i frammenti funebri, proteggendoli e valorizzandoli;
- nuovi corpi illuminanti, disegnati su misura, distribuiti secondo logiche differenziate per ciascuna area (sacello, navatone, aree tecniche);
- una scelta ponderata per mascherare parzialmente la rete impiantistica esistente, che abbiamo comunque deciso di conservare nella sua evidenza storica, per documentarne la presenza e la violenza.
Il rischio della spettacolarizzazione e la dignità del luogo
Durante la fase progettuale emerse una proposta del laboratorio ABANOF (Anatomia Patologica Forense dell’Università di Milano), diretto da Cristina Cattaneo, per destinare la cripta a laboratorio scientifico esclusivo.
La proposta non fu accolta, anche grazie a un finanziamento regionale legato al 150º anniversario dell’Unità d’Italia, che consentì di restituire questo spazio alla città.
È importante sottolineare: la cripta non è un museo, e nemmeno uno spazio espositivo neutro. È un sepolcreto ancora attivo nella sua memoria.
Oggi una parte è ancora destinata a laboratorio dell’AOV, che espone anche alcuni resti umani. Ma ciò comporta anche il rischio della spettacolarizzazione, se non governata con delicatezza.
Noi crediamo fortemente che questa cripta meriti una dignità specifica, un rispetto coerente con la sua storia e la sua natura. È un luogo che conserva corpi, storie, memoria collettiva. Un luogo di silenzio, non di effetto.
La gestione futura: la cura continua
L’intervento di conservazione è solo un momento nella vita del luogo.
Il vero nodo, oggi, è la gestione: come trasmettere senso, come accogliere i visitatori, come raccontare con misura.
Grazie al lavoro del dott. Paolo Maria Galimberti e alla collaborazione con il Touring Club Italiano, la cripta è oggi aperta al pubblico con visite guidate gratuite.
Un esempio di condivisione garbata e coerente, in cui la conservazione si fonde con l’educazione, con la narrazione, con la cittadinanza.

Conclusione
Il caso della cripta della chiesa della Beata Vergine Annunciata dell’Ospedale Maggiore di Milano rappresenta un esempio emblematico di come l’architettura storica possa essere letta, compresa e trasformata attraverso un approccio etico, scientifico e rispettoso della complessità del costruito. Dalla scoperta casuale alla ricostruzione archivistica, dall’indagine sul sepolcreto fino al progetto conservativo non invasivo, il percorso raccontato nel video restituisce un modello operativo virtuoso per chi si occupa di restauro e valorizzazione del patrimonio.
La cura dei luoghi non è solo un fatto tecnico, ma un atto culturale e umano che richiede competenze multidisciplinari, consapevolezza storica e attenzione al senso dei luoghi. La cripta, con la sua memoria silenziosa e la sua architettura sofferente, ci insegna quanto sia importante saper ascoltare, distinguere, documentare e progettare senza forzature.
Ti invitiamo a guardare il video completo per approfondire ogni fase di questo straordinario intervento e a esplorare tutti gli altri contributi del Forum “Chiesa in cantiere” – Edizione 2025, svoltosi il 14 maggio. Ogni intervento propone esperienze concrete e riflessioni attuali per migliorare la propria pratica professionale. Non dimenticare di visionare anche i video delle edizioni passate: sono ricchissimi di spunti, strumenti e buone pratiche da conoscere e applicare.













