Helga Vockenhuber
Corona gloriae, Pantheon Rome, curated by Don Umberto Bordoni e Prof. Giuseppe Cordoni
Al Pantheon (Roma) fino al 16 settembre
Nell’orizzonte della tradizione cristiana, la corona di spine assume il valore di reliquia insigne della Passione: oggetto-simbolo che accompagna il Cristo fino al compimento del suo sacrificio, tanto da figurare costantemente nelle rappresentazioni del Crocifisso.
Gli esegeti ne sottolineano spesso il carattere umiliante più che apertamente vessatorio, e tuttavia l’arte, nei secoli, ha saputo riconoscere in essa uno dei culmini del dolore redentivo, trasfigurandola in emblema di una violenza sacralizzata, segno di un amore che si offre fino all’estremo e per questo è rivestito dall’alto della gloria divina.
L’enorme corona di spine metallica che l’artista austriaca Helga Vockenhuber colloca zenitalmente sotto l’oculo del Pantheon è memoria immediata della passione di Cristo e del sacrificio dei Martiri, cui è dedicata la Basilica, e insieme è epifania dello spazio sacro cristiano: non un rifugio dai drammi del mondo, ma il grembo della loro redenzione per una vita nuova.
I bronzi contorti e acuminati condensano un carico perturbante di sofferenza, che si riflette nello specchio d’acqua su cui poggiano, come sospesi sopra l’abisso. Tuttavia, il cerchio infernale del male è infranto; la corona è spezzata in sette frammenti, un numero significativo nella simbologia biblica.
Il dolore non è più ermeticamente serrato, ma aperto, condiviso, tanto da poter essere attraversato.
La patina dorata, assonante coi bronzi adrianei e con la luce incidente del tempio, evoca una loro paradossale trasfigurazione nell’eterno della salvezza. L’acqua, che accoglie la soluzione del dramma, la riproduce e ne custodisce la memoria performante, amplificandone la presenza generativa in una sorta di allusiva mistagogia del sacramento battesimale.

L’artista, che abitualmente lavora sulla dimensione intrinsecamente religiosa dell’umano e su quegli spazi liminali di raccoglimento meditativo che ne dischiudono l’accesso, trasla il suo interesse dagli ermi colossali e assorti della sua produzione precedente alla corona di spine della tradizione cristiana e vi condensa la vicenda della redenzione, fondamento della speranza cristiana.
Chi entra in questa Basilica porta in sé anche i drammi della propria esistenza.
L’apostolo Paolo scrivendo ai Corinzi ne parla come di spine nella carne, di inestirpabili debolezze, oltraggi, difficoltà, persecuzioni, angosce, ma può vantarsene perché nella sue debolezze dimora la forza di Cristo (cf. 2 Corinzi 12,7-10).

Le spine sono il punctum di una possibile duplice identificazione: del Cristo coi dolori di ogni uomo e di ogni uomo con la gloria del suo amore. Il giglio di speranza che accoglie pellegrini e visitatori nel pronao è auspicio di rinascita spirituale per la cura amorevole di Dio.
Corona di gloria e di onore è quella che cinge il capo di Cristo a motivo della morte che ha sofferto (Ebrei 2,9), corona di gloria è Cristo stesso, sorte e premio dei Martiri (Inno per i Vespri nella Festa dei martiri): la madre di Gesù, qui invocata col titolo di Santa Maria ad Martyres, giglio che cresce tra le spine (San Bernardo, Sermo de Nativitate), ne è il fragrante profumo.
don Umberto Bordoni




Cristo morì, fu sepolto, è risorto, apparve. Per noi è passato attraverso il dramma della morte. L’amore del Padre lo ha risuscitato nella forza dello Spirito, facendo della sua umanità la primizia dell’eternità per la nostra salvezza. La speranza cristiana consiste proprio in questo: davanti alla morte, dove tutto sembra finire, si riceve la certezza che, grazie a Cristo, alla sua grazia che ci è stata comunicata nel Battesimo, «la vita non è tolta, ma trasformata», per sempre. Nel Battesimo, infatti, sepolti insieme con Cristo, riceviamo in Lui risorto il dono di una vita nuova, che abbatte il muro della morte, facendo di essa un passaggio verso l’eternità.
Francesco, Spes non confundit, Bolla di indizione del Giubileo, §15

