Testimonianze

Il restauro della vetrata di S. Giovanni Damasceno

Nel Duomo di Milano, il restauro degli antelli della vetrata n.25 dedicata a San Giovanni Damasceno ha messo in luce dettagli straordinari, riportando alla memoria di tutti il pensiero e l’impegno del Damasceno nel difendere e vivere nel modo corretto il culto delle immagini

Mons Gianantonio Borgonovo, arciprete del Duomo di Milano

Suscitando notevole partecipazione ed interesse da parte dei visitatori del Duomo di Milano, fino allo scorso primo settembre, per iniziativa della Veneranda Fabbrica, il tornacoro della Cattedrale ha ospitato per i mesi di luglio ed agosto un’esposizione di sei antichi e preziosi antelli provenienti dalla quattrocentesca vetrata n. 25, dedicata a san Giovanni Damasceno, oggetto di un recente intervento di restauro.

L’iniziativa ha così permesso di ammirare da vicino ed in tutto il loro splendore i dettagli e le raffinate particolarità di questi preziosi capolavori dell’arte vetraria, Biblia pauperum della città di Milano da quasi sei secoli.

La vetrata n. 25 sormonta l’altare di Santa Prassede, sul fianco settentrionale del Duomo, tra la fine del capocroce e l’inizio dell’abside. Si tratta di una delle vetrate più antiche presenti in Cattedrale e si presenta come un trittico composto da tre lancette per un totale di 38 antelli più il rosone superiore e 25 vetratine sagomate, a riempimento delle lesene lapidee.

La vetrata propone gli episodi della vita di San Giovanni Damasceno. Attribuita a Niccolò da Varallo, realizzata tra il 1478 ed il 1480, fu offerta dal Collegio degli Speziali, ovvero dai farmacisti del tempo, in onore del loro patrono, originariamente collocata nel transetto sud.

L’intervento di restauro, approvato dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città di Milano e condotto dal laboratorio di Laura Morandotti è stato dovuto alla necessità improcrastinabile di intervenire sui telai deformati che ne compromettevano la struttura. La pulitura da depositi organici che rendevano quasi illeggibili le scene ha messo in luce dettagli straordinari e rivelato particolari sorprendenti. Gli antelli restaurati verranno riportati nella loro collocazione originaria nell’autunno di quest’anno.

Giovanni Damasceno (in arabo Iuḥannā ibn Sarǧūn) fu un personaggio di prima grandezza nella storia della teologia bizantina, un eminente dottore nella storia della Chiesa universale. Egli è soprattutto un testimone oculare del trapasso dalla cultura cristiana greca e siriaca alla cultura dell’Islām.

Nato a Damasco (Siria) attorno al 676 in una ricca famiglia cristiana, sin da giovane assunse la carica – che forse era già del padre Sarǧūn ibn Manṣūr – di responsabile dell’amministrazione del califfato della sua città. Caduto in disgrazia presso il califfo Yazīd, fu processato per tradimento e (forse) gli venne amputata la mano destra. Miracolato, reinsediato, decise alla fine di allontanarsi da Damasco. L’amicizia con Cosmo, un monaco siciliano rimpatriato come schiavo a Damasco, lo portò alla decisione di ritirarsi come eremita assieme al fratello. Attorno al 700, si fece monaco a Mar Saba (San Saba), un monastero greco-ortodosso che si trova sull’wadi Kedron, appena ci si inoltra nel deserto di Giuda, a una quindicina di chilometri da Betlemme e da Gerusalemme. Fondato nel 483, ancora oggi ospita circa 20 monaci. È considerato uno dei più antichi monasteri abitati del mondo e conserva ancora molte delle sue antiche tradizioni.

Giovanni divenne presbitero e prese l’incarico di predicatore titolare nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Per questo, di lui rimangono numerose Omelie, un importante trattato, la Fonte della conoscenza in tre parti (capitoli filosofici o Dialettica; libro delle eresie; capitoli teologici o “sulla fede ortodossa”), un buon numero di Inni sacri, che gli hanno dato un posto importantissimo nella storia della poesia liturgica bizantina, ma soprattutto i tre Discorsi sulle sante immagini (in realtà due; il terzo discorso è una trascrizione con qualche modificazione).

Giovanni Damasceno morì a Mar Saba il 4 dicembre 749, il giorno oggi dedicato alla sua memoria liturgica. Papa Leone XIII lo proclamò Dottore della Chiesa universale nel 1890. È patrono dei pittori, dei disabili (mancanti di qualche arto) e dei farmacisti.

Il ricordo di quest’ultimo patronato spiega come mai la vetrata n. 25 sia stata offerta dalla corporazione degli speziali (farmacisti). Ma non è sufficiente a spiegare la sequenza degli antelli che in essa compongono la narrazione e soprattutto la particolare cura per alcuni temi iconografici (tra cui la panagia tricherousa: la “Tutta Santa con tre mani”). Per comprendere questo dobbiamo ricordare la sua ferma opposizione contro coloro che negavano la possibilità di utilizzare immagini nel culto e nelle chiese cristiane.

Si capisce come mai durante la sua vita tale problema fosse tanto importante: l’iconoclastia assoluta dell’Islām aveva portato anche nelle chiese cristiane ad avere particolare sensibilità sull’utilizzo sconsiderato delle immagini. Ebbene, Giovanni ha sempre difeso la possibilità di venerare (non di adorare!) le immagini, perché Dio ha scelto la storia umana per rivelarsi e si è incarnato nel grembo della Vergine Maria per farsi uomo tra gli umani nel Figlio Gesù e manifestare il suo volto. I suoi discorsi sulle immagini stanno alla base della piena riabilitazione di Giovanni Damasceno e della sua canonizzazione da parte dei Padri ortodossi convocati nel Secondo Concilio di Nicea del 787, il settimo ecumenico.

Il Duomo – che stava diventando un luogo di culto ove in ogni angolo era posta un’icona di tutti i possibili generi d’arte – aveva dunque bisogno di ricordare il pensiero e l’impegno del Damasceno nel difendere e vivere in modo corretto il culto delle immagini (iconodualismo).

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