Il progetto per il nuovo centro culturale di Amatrice si pone come un intervento architettonico che salda in un unico racconto la storia della città, le ferite inferte dal sisma e la prospettiva di una profonda rinascita comunitaria
Inserendosi con rispetto e audacia nella forma urbis, l’architettura proposta dall’architetto Fabio Varese e dal suo team vuole essere un luogo sicuro, un’agorà moderna dove la comunità possa incontrarsi, riconoscersi e celebrare la propria identità; un’opera che dialoga con il territorio attraverso una soluzione formalmente semplice ma al contempo innovativa e intrinsecamente sostenibile.
Riconoscendo il ruolo centrale dell’ex Chiesa di San Giuseppe, l’obiettivo è creare un punto cardine della vita post-ricostruzione, innescando relazioni culturali vitali sia con il ripristino del Museo Cola Filotesio sia con i futuri interventi che riguarderanno i siti dell’ex cinema teatro “Giuseppe Garibaldi” e dell’ex chiesa di San Giovanni; la strategia si concentra sulla valorizzazione della memoria e della cultura locale, sulla flessibilità e accessibilità degli spazi e sull’integrazione del verde.


Il concept fondamentale è la coesistenza equa e non conflittuale tra la memoria del monumento distrutto e la contemporaneità del nuovo sistema, estrapolando dalla chiesa distrutta caratteri identitari come la monumentalità della facciata, le proporzioni dell’aula, la traccia a terra della pianta e il ritmo delle strutture per unirli a materiali efficienti.
Il primo gesto significativo lungo Corso Umberto I è la realizzazione dello scavo, un’operazione che ha la duplice funzione di consolidare le mura perimetrali basamentali residue, portandole alla luce come testimonianza storica, e di incornicarle con profili a T in acciaio Corten che mediano il dialogo tra antico e nuovo.


Questo scavo genera un vuoto potente, una pausa contemplativa nel tessuto storico, permettendo al contempo di ricavare un intero livello funzionale aggiuntivo al di sotto della quota stradale. A ristabilire il fronte urbano, una quinta urbana riprende le proporzioni della facciata dell’ex chiesa con caratteri minimali e materiali contemporanei, ospitando il naming del centro e la comunicazione degli eventi.

Scavo e quinta costituiscono insieme l’aspetto più monumentale e celebrativo della memoria. La nuova volumetria mantiene le dimensioni del corpo principale della chiesa con l’aggiunta del livello interrato, ma non satura la cubatura massima realizzabile, lasciando un vuoto volumetrico cruciale tra il nuovo corpo e le murature preservate: questo vuoto è un’esplicita testimonianza dell’assenza e della perdita subita, ma anche un elemento funzionale che garantisce migliore illuminazione naturale di tutti i livelli, una ventilazione ottimale e la creazione di uno spazio esterno vivibile come estensione del livello inferiore, offrendo un totale di 755 mq coperti e 175 mq scoperti.
L’architettura interna è improntata alla massima flessibilità grazie a una pianta libera su quattro livelli (due per attività pubbliche, due per laboratori d’artista), facilmente riconfigurabile per ospitare molteplici funzioni a breve e lungo termine.

Gli accessi principali su Corso Umberto I sono studiati per la massima accessibilità, sfruttando la pendenza stradale, e la presenza di un blocco scale e un montacarichi/ascensore che collega tutti i piani. Il livello inferiore, completamente libero, si espande verso l’area esterna attrezzata a verde, permettendo una fruizione continua dentro-fuori e un suggestivo dialogo visivo con la cortina delle murature storiche.
I prospetti laterali e posteriore esprimono la contemporaneità attraverso un modulo ritmico di pieni e vuoti, rivestiti in alluminio, un materiale leggero, riciclabile e durevole, che crea un voluto contrasto materico con gli intonaci circostanti e trasforma l’edificio in una suggestiva “lanterna” luminosa nelle ore notturne.
La risposta all’elevata vulnerabilità sismica del territorio risiede nell’innovazione strutturale: l’adozione di una struttura portante interamente in acciaio e la realizzazione a secco dell’involucro garantiscono leggerezza e una drastica riduzione delle masse, minimizzando l’azione sismica e consentendo una rapida esecuzione in cantiere; la scelta costruttiva a secco supporta pienamente l’economia circolare facilitando il riciclo dei materiali per le generazioni future.
La sostenibilità energetica è un pilastro del progetto, basata sull’utilizzo di pannelli fotovoltaici in copertura, illuminazione LED, un involucro ad alta performance per l’isolamento termico e l’efficace gestione dei flussi di calore attraverso un blocco scala compartimentato che funge da buffer termico. L’acqua piovana viene raccolta e riutilizzata per gli scarichi e l’irrigazione del verde.

Il progetto è risultato VINCITORE del prestigioso Concorso Nazionale di Progettazione del 2024, bandito dall’Ufficio Speciale per la Ricostruzione della Regione Lazio (USR) in collaborazione con la Fondazione MAXXI di Roma, che hanno agito da enti banditori e Committenti. Il Gruppo di Lavoro vincitore è stato capitanato dall’architetto Fabio Varese e composto dagli architetti Marco Mattioli, Piero De Angelis e Lorenzo Grilli, dagli ingegneri Luciano Augello, Luigi Balloni e Giuseppe Liodori e dal geologo Alessandro Mascitti.
Le somme messe a disposizione per la realizzazione del Centro Culturale Ex chiesa di San Giuseppe ammonta a 3.320.000 €.

Fabio Varese, nato a Genova nel 1975, è un architetto italiano che si distingue nel panorama contemporaneo per la sua capacità di tessere insieme l’eredità artigianale italiana con una profonda spinta verso l’innovazione tecnologica e la sostenibilità, fondando il suo studio, FVArchitects, che non è inteso come una semplice società di progettazione ma come un vero e proprio “atelier sartoriale” della creatività. La sua visione è incentrata sulla trasformazione dello spazio in una esperienza di vita confortevole e significativa, dove ogni elemento architettonico e di design è pensato e realizzato su misura per riflettere l’identità del luogo e le necessità specifiche del committente. Un aspetto cruciale del suo lavoro è la sincerità dei materiali, che devono raccontare una storia, rispettare l’ambiente e valorizzare la memoria del contesto; Varese cerca costantemente soluzioni per il risparmio energetico e l’integrazione di sistemi sostenibili in tutte le sue opere. L’ambito delle sue realizzazioni è vasto, spaziando dall’interior design alla composizione architettonica, dal recupero di edifici storici fino alla progettazione di nuovi complessi residenziali, ricettivi e industriali, con esperienze che si estendono oltre i confini nazionali, in particolare in Cina. Un esempio emblematico della sua filosofia progettuale è l’aggiudicazione del concorso per la realizzazione del nuovo Centro Culturale di Amatrice, un progetto che simboleggia perfettamente il suo approccio: far convivere la memoria del monumento dell’ex chiesa di San Giuseppe, distrutto dal sisma, con la contemporaneità di una struttura flessibile, minimalista e rispettosa del trauma subito dal luogo, trasformando la devastazione in un nuovo spazio di creatività e speranza. In sintesi, Fabio Varese è un architetto che usa la forma e la funzione per generare bellezza emotivamente coinvolgente e duratura, dove l’attenzione al dettaglio e l’etica ambientale sono indissolubilmente legate al risultato finale.

