La corona, la rocca, il ponte: custodire l’idea
a cura degli architetti Ada Toni – Cristiano Cossu – Andrea Cavicchioli
Il progetto del nuovo centro parrocchiale Regina Pacis a Velletri, frutto di un piccolo concorso bandito nel 2014, attraversate varie vicissitudini giunge finalmente al traguardo, necessitando ormai solo di poche opere di completamento relative per lo più alle aree esterne, come noto non ammissibili a finanziamento con i fondi dell’8 per mille della Chiesa Cattolica.


Volendo tirare le somme di quanto accaduto, ciò che maggiormente colpisce, e in qualche modo gratifica, è la tenacia con cui l’idea originaria ha affrontato ostacoli e imprevisti custodendo pressoché inalterato il proprio portato simbolico, ciò che di fatto costituisce, particolarmente oggi, una preziosa eredità da tramandare: nell’era del consumo e dell’efficienza, è infatti prioritario che l’architettura, specie se destinata al culto, si sforzi di coniugare utilità e senso, di interpretare le urgenze materiali rendendole espressive, di subordinare la forma al pensiero che l’ha generata, e di salvaguardare quell’apparente inutilità che altro non è se non “svolgimento umano del problema”1, giacché all’arte compete “nessun altro fine se non quello di (…) indirizzare religiosamente le menti degli uomini a Dio”2.
Da qui anche la peculiare attenzione alla possibilità di contemplare un vasto orizzonte di cielo di un azzurro cangiante, talvolta vivace talvolta livido, che sfuma in lontananza sino a fondersi con il mare, e dunque l’adattamento dei volumi alla naturale conformazione del terreno, la terrazza gradonata volta verso il paesaggio circostante, o l’ampio scoperto intercluso concepito come terrazza panoramica proiettata verso uno scenario mozzafiato. «Dalla grandezza e bellezza delle creature, per analogia si conosce l’autore», rammenta Sap 13, 5, e poiché per molti diviene sempre più difficile disporre di spazi e tempi in cui entrare in contato diretto con la natura, il fatto stesso di abbandonarsi alla meditazione ammirando la prospettiva verdeggiante che si squaderna all’intorno è di per sé occasione propizia per volgersi all’origine di tanta gratuità e dismisura, indagare il senso ultimo delle cose, e compiere quel “salto” che dalla ragione conduce alla fede.


L’idea progettuale trae spunto da tre principali fonti di ispirazione: il titolo della parrocchia, dedicata a Maria Regina della Pace; l’appartenenza di Velletri all’area dei Castelli Romani, gravida di storia e suggestioni formali; e infine la preziosa immagine proposta dall’antico Inno Akathistos, che riconosce in Maria il “ponte che conduce gli uomini al cielo”. Da qui l’intuizione di plasmare la chiesa in forma di corona, rocca, ponte, riassumendo nel volume avvolgente e compatto dello spazio liturgico il potere evocativo di figure fortemente riconoscibili e ben radicate nella memoria collettiva.
Il quadro complesso di istanze funzionali cui dare risposta trova dunque compimento grazie a un principio ordinatore simbolico che non si impone ma si propone, si lascia intuire, restituendo all’architettura quell’immaginario figurativo che le è proprio e che troppo spesso finisce col soccombere alla supremazia di logiche allogene, immanenti e legate alla sfera dell’utile.
La riconoscibilità del nuovo centro parrocchiale è anzitutto affidata alla composizione dei volumi, che vede il corpo ellittico della chiesa ergersi sino a dominare l’intero complesso edilizio. La peculiare geometria conferisce allo spazio liturgico un preciso orientamento, enfatizzato dalla presenza di due elementi architettonici opposti e fortemente caratterizzanti: da un lato l’aerea croce protesa verso il cielo e l’ampio portale arricchito dalla cella campanaria; dall’altro la snella finestra absidale che effonde sull’altare la luce dell’oriente simboleggiando la divino-umanità di Cristo e la “scala di Giacobbe”. Pur attraverso materiali, tecnologie e forme contemporanee, l’edificio ripropone di fatto i temi tradizionali dell’architettura chiesastica: dal sagrato alla cappella, dalla porta alla navata, dall’ambulacro al claristorio. Il segno evidente della “corona” che sovrasta la chiesa, illuminandosi nottetempo suggerisce alla città la presenza silenziosa e rassicurante della “brace che cova in fondo al tabernacolo” (F. Cassingena-Trévedy), Presenza di Dio tra gli uomini.

Sebbene non sia stato possibile, per ragioni economiche, connotare la corona anche con effetti cromatici utili ad annunciare il tempo liturgico, la sostituzione del consueto verticalismo del campanile con un segno luminoso diviene a suo modo metafora efficace della luce della Parola, dello splendore del cammino di fede, del ruolo della Chiesa nel contesto della società.
Dal punto di vista materico e cromatico il progetto ricerca la massima integrazione con il contesto, riservando al solo al corpo ellittico della chiesa un rivestimento in gres ceramico simile alla pietra e di colore chiaro, mentre l’interno della corte e il basamento, intonacati e tinteggiati, se ne distinguono sottolineando una gerarchia resa già evidente dalla composizione volumetrica. Essa ottimizza la visibilità della chiesa nel contesto del territorio, e individua una molteplicità di luoghi distinti e ben caratterizzati: il giardino-sagrato; il teatrino all’aperto rivolto al vasto paesaggio; l’oratorio che gravita intorno alla corte interclusa sottostante la chiesa; il sistema degli altri spazi aperti. Il tutto ben servito da una fitta trama di percorsi, parcheggi, accessi carrabili e pedonali.
L’impianto liturgico connota fortemente lo spazio architettonico, plasmandone le strutture e conferendo alla geometria ellittica della chiesa una chiara direzione. All’altare volto ad est fanno da contrappunto la porta interna, il fonte battesimale e la venerata icona della Madonna della Pace, che nel complesso materializzano, per il tramite dei movimenti liturgici, quel segno di croce che è la più autentica matrice del luogo di culto cattolico.


L’icona mariana, in particolare, parte integrante dell’assemblea e a tutti disponibile allo sguardo, favorisce il recupero della felice tradizione di concludere la celebrazione eucaristica con una corale invocazione alla Madre celeste, restituendo alla memoria dei fedeli antiche antifone quali il Salve Regina, il Regina Coeli o l’Ave Regina Coelorum. Lo spazio liturgico è parzialmente cinto da un deambulatorio che assolve ad una triplice funzione: ampliare l’area di ingresso individuando un vero e proprio endonartece; accogliere lo spazio battesimale e la contigua penitenzieria; individuare un percorso di accesso indipendente per la cappella del SS.mo Sacramento e la sacrestia.
La centralità dell’altare è esaltata dalla luce naturale proveniente dalla finestra absidale, mentre sui due lati si dispongono l’ambone e la sede, visibilmente individui e distinti dal luogo del sacrificio eucaristico. Ai piedi dell’altare l‘omphalos si dispone ad accogliere le sedute degli sposi, la bara dei defunti e il rito della Santa Comunione, materializzando così quella terza direttrice verticale che struttura lo spazio liturgico e ricongiunge, agli occhi del fedele, il cielo con la terra. Un moderno claristorio si sviluppa lungo l’intero perimetro dell’ellisse introducendo dall’alto una luce diffusa, ed esaltando così la tensione verticale dello spazio. Le pareti interne sono caratterizzate da un motivo plastico ribadito anche all’esterno dell’edificio, una geometrica “plissettatura” che innescando mutevoli giochi di luci e di ombre offre un’immagine suggestiva ed efficace dello scorrere del tempo. Il medesimo espediente connota il tabernacolo eucaristico in ottone, che nel complesso ripropone, in sedicesimo, la geometria e le proporzioni della chiesa.

Distribuiti su due livelli, i locali parrocchiali salvaguardano l’indipendenza delle funzioni pur nell’ottica di una chiara complementarietà, e risultano connessi da un unico sistema di collegamenti verticali. La canonica è integrata da unità abitative autonome utili a favorire, all’occorrenza, le delicate attività di discernimento vocazionale, e l’ampio scoperto esterno, fruibile come meta di processioni, itinerari di preghiera e celebrazioni all’aperto, ospita le molteplici iniziative sociali e di accoglienza che già caratterizzano la vita parrocchiale, proponendosi come spazio qualificante donato all’intera città.
Un pensiero affettuoso e grato va rivolto, in ultimo, all’amico di sempre Andrea Ricci, collega di eccezionale bravura e docente presso la facoltà di Architettura di Firenze. Siamo lieti di poter ricordare le lunghe giornate estive trascorse insieme a riflettere, scherzare e disegnare in fase di concorso, e ci rammarica che non abbia potuto accompagnarne il cantiere e vederlo concluso. Quel che è certo è che oggi, con altri occhi, lo vede, e che se il progetto ha saputo custodire l’idea, è anche merito suo.




Progetto vincitore di concorso a inviti (2014) organizzato dalla Diocesi di Velletri-Segni insieme alla Parrocchia Regina Pacis, con l’assistenza dell’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale, italiana nell’ambito dei progetti 8×1000 della Chiesa Cattolica): Cossu Toni Architetti (Ada Toni – capogruppo, Cristiano Cossu – Otranto LE), RC Architetti (Andrea Cavicchioli – Modena, Andrea Ricci – Ravenna)
Foto di: Andrea Cavicchioli e Cristiano Cossu
Progetto definitivo – esecutivo
Progettista e Direttore Lavori architettonici:
Cossu Toni Architetti (Ada Toni – capogruppo, Cristiano Cossu), Arch. Andrea Cavicchioli
Progettista e Direttore Lavori strutture:
Ing. Giovanni Nicolò – Verona
Progettista e Direttore Lavori impianti e risparmio energetico: Ing. Andrea Quattrocchi – Velletri
Coordinatore sicurezza in fase di progetto ed esecuzione: Arch. Gian Luca Cordella – Velletri
Dati dimensionali Area lotto di progetto: 5205 mq
Superficie utile lorda di progetto: 1496 mq
Volume di progetto: 8087 mc
Cronologia di progetto
Progetto di concorso: 2014
Progetto definitivo: 2018
Inizio Lavori: 2021 – Fine lavori: 2025
Localizzazione: Velletri (RM)
Impresa: Micor Srl (Albano Laziale – RM)
Rivestimento esterno in lastre di grès porcellanato serie Pietre Etrusche – Casalgrande Padana (Leggi qui l’approfondimento)

Cristiano Cossu
Ada Toni, architetto, ha conseguito il Diploma di Specializzazione in Storia, Analisi e Valutazione dei Beni Architettonici e Ambientali (2002), il Dottorato di Ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana (2007), e il Diploma di Master di II livello in Architettura, Arti sacre e Liturgia (2008), specializzandosi sul tema dell’architettura per il culto. Dal 2010 è membro della Commissione Arte Sacra dell’Arcidiocesi di Otranto, e dal 2019 vicepresidente dell’Associazione Pantaleone – Per il rinnovamento dell’Arte Cristiana, di cui è anche socio fondatore. È nel Comitato Scientifico dei Convegni internazionali del ciclo L’Eterno nel Tempo – Arte e Architettura cristiane tra Oriente e Occidente.
Cristiano Cossu, architetto, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Progettazione Architettonica e Urbana (2005), e il Diploma di Master di II livello in Architettura, Arti sacre e Liturgia (2011). Fotografo di architettura, paesaggio e interior design, dal 2012 è membro del Comitato Diocesano per l’Edilizia di Culto dell’Arcidiocesi di Otranto. Socio fondatore dell’Associazione Pantaleone – Per il rinnovamento dell’Arte Cristiana, è nel Comitato Scientifico dei Convegni internazionali del ciclo L’Eterno nel Tempo – Arte e Architettura cristiane tra Oriente e Occidente.

Andrea Cavicchioli, architetto, è stato cultore della materia presso la Facoltà di Architettura di Firenze nei laboratori di progettazione architettonica tenuti dall’arch. A. Ricci. Ha partecipato a diversi progetti di ricerca scientifica tra i quali: “La maieutica e la didattica” guidato dal prof. Gian Carlo Leoncilli Massi, e “Le figure dello spazio sacro”, responsabile dell’unità operativa arch. A. Ricci. All’attività di ricerca e studio personale affianca la propria attività professionale nello studio di Modena, cimentandosi con diverse tematiche progettuali e partecipando a concorsi nazionali e internazionali. E’ fotografo di architettura.

Andrea Ricci (1963-2025), si laurea nel 1992 con lode allo IUAV di Venezia; consegue nel 1997 il titolo di Dottore di Ricerca in composizione architettonica presso l’Università degli Studi di Firenze e nel 2000 è nominato ricercatore per il settore scientifico-disciplinare ICAR/14 presso il Dipartimento di Architettura della stessa università.
Da allora divide la propria attività tra l’insegnamento nei Laboratori di Progettazione Architettonica ed il parallelo impegno nella ricerca, sempre orientata, seppure attraverso casi-studio molto diversi fra loro ( Roma, Armenia, Polonia, Israele), ad indagare ruolo, potenzialità e limiti del progetto di architettura in contesti fortemente segnati da preesistenze storiche.
Dal 1993 al 2014 ha gestito un proprio studio di architettura che può annoverare numerose partecipazioni con vittorie e menzioni in concorsi nazionali ed internazionali, per la maggior parte riguardanti realizzazioni e/o adeguamenti nell’ambito dello spazio sacro.
Ha pubblicato inoltre numerosi saggi ed articoli, affrontando temi che spaziano dagli studi sulla dimensione teorica della materia compositiva, alle riflessioni sul rapporto progetto/conservazione nel quadro della realtà contemporanea.
- G. Nicco Fasola, Ragionamenti sull’architettura, Macrì, Città di Castello (PG) 1949, p. 92. ↩︎
- Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, 122 ↩︎
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