arch. Giuseppe Maria Jonghi Lavarini
Direttore Responsabile CHIESA OGGI

Nel progettare nuove chiese o nel riqualificare edifici sacri esistenti attraverso interventi di adeguamento liturgico, è tempo che gli architetti, insieme ai liturgisti e alle comunità, pongano nuova attenzione a un elemento spesso trascurato ma carico di significato: lo spazio destinato al coro.
Non solo un’area funzionale, ma un luogo scenico, simbolico e comunitario. È necessario riscoprire e rivendicare la bellezza di un’architettura viva che sappia “vestire il canto”, donandogli visibilità, dignità e una precisa collocazione liturgica e simbolica all’interno dell’aula ecclesiale.
L’architetto che si misura con lo spazio sacro ha tra le mani una grande responsabilità: dare forma visibile a ciò che è invisibile, rendere percepibile l’azione liturgica nella sua interezza, coinvolgendo corpo, spirito e mente. L’architettura della chiesa è un’azione culturale e teologica insieme: non è un semplice contenitore della liturgia, ma parte attiva e performativa della sua celebrazione. In questo contesto, lo spazio per il coro non può essere un’aggiunta secondaria o casuale. Esso è parte integrante dell’esperienza liturgica, proprio come l’altare, l’ambone o il battistero.
La visione conciliare della liturgia ci parla di partecipazione attiva del popolo di Dio: anche la musica sacra – che ha un ruolo ministeriale nella celebrazione – deve essere sostenuta da spazi che ne esprimano il valore teologico e comunitario.

La collocazione e la progettazione dello spazio corale non sono scelte neutre. Esse parlano di ecclesiologia, di stile celebrativo, di estetica e di spiritualità. Un coro nascosto o relegato in uno spazio angusto comunica un’idea secondaria del suo ruolo. Al contrario, un coro ben visibile, integrato armonicamente nel disegno dell’aula liturgica, suggerisce la coralità della Chiesa, il respiro comunitario del canto, la bellezza condivisa del lodare insieme Dio.
Il coro non è un “ospite”, né un “pubblico”. È parte viva dell’assemblea, anche se ha un compito specifico. La sua visibilità non è un vezzo scenografico, ma un’esigenza teologica: gli occhi, come le orecchie e il cuore, devono essere coinvolti nell’azione sacra.
La musica sacra – specie nella sua forma corale – non è un sottofondo ma un linguaggio che accompagna la Parola, l’Eucaristia, la preghiera comune. Per questo va “vestita” di un’architettura che la esalti e la renda partecipe dell’evento celebrativo.
Guardando alla storia dell’arte sacra, possiamo osservare come nei secoli il canto sia stato “vestito” con strutture architettoniche ricche di significato e bellezza. Pensiamo alle cantorie rinascimentali con i loro parapetti scolpiti, alle tribune lignee dei cori monastici, agli organi barocchi collocati in scenografie spettacolari che sono veri e propri monumenti visivi e acustici. Ogni epoca ha saputo interpretare il canto attraverso la materia, offrendo al suono un corpo visibile, una “casa” espressiva.
L’architettura viva deve essere capace di mettere in scena la coralità. Non in senso teatrale, ma nel senso profondo di una liturgia che si fa anche immagine, gesto, presenza.

Progettare uno spazio per il coro significa anche rispondere a un’esigenza comunitaria. Oggi più che mai le parrocchie sono chiamate a formare e valorizzare gruppi di animazione musicale: cori di adulti, giovani, bambini, strumenti acustici e digitali, ensemble vocali misti. Tutte queste realtà hanno bisogno di uno spazio dedicato, stabile, riconoscibile.
Il canto coinvolge lo spirito, ma anche lo sguardo. È tempo di comprendere che la liturgia è un atto sinestetico, dove suono, luce, spazio, forma e parola si intrecciano.
Un discorso a parte merita l’organo, strumento principe della musica sacra latina. In molte chiese esso è stato collocato con grande sapienza scenica: casse lignee scolpite, prospetti di canne armonicamente disposte, collocazioni sopraelevate che dominano l’assemblea come una voce che viene dall’alto e richiama la trascendenza.
Come ha detto Benedetto XVI: “L’organo sa dare voce all’infinito, sa esprimere l’indicibile, sa creare spazi spirituali dove la parola non basta.”
Progettare spazi per il coro ben visibili, vivi, avvolgenti. Perché nella liturgia, anche gli occhi devono vedere da dove nasce la lode, mentre le orecchie si lasciano accarezzare dalla sua armonia. Una Chiesa che canta è una Chiesa viva. E una chiesa costruita per cantare è un dono per le generazioni future.

