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Sperimentare e stupire in un tempo senza identità 

⏱ Tempo di lettura: 6 minuti

Don Luca Franceschini, Direttore Ufficio Nazionale
per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della CEI

Ogni generazione ha lasciato un segno nell’architettura, nella musica, e in ogni forma d’arte. 

Non v’è dubbio che il Cristianesimo abbia dato un contributo che ha segnato in modo unico la storia dell’arte; tuttavia, questo è accaduto senza che vi fosse bisogno, da parte della Chiesa, di sposare, o di ritenere come proprio, un unico stile artistico.

Già un ben noto testo del Concilio Vaticano II affermava: La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico, ma, secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando così, nel corso dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura. Anche l’arte del nostro tempo e di tutti i popoli e paesi abbia nella Chiesa libertà di espressione, purché serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti. In tal modo essa potrà aggiungere la propria voce al mirabile concento di gloria che uomini eccelsi innalzarono nei secoli passati alla fede cattolica

Riusciamo facilmente ad individuare e a descrivere un edificio gotico o romanico, una musica del periodo romantico o un dipinto del Rinascimento. Se, tuttavia, mi chiedo quale descrizione, immagine o denominazione daranno i posteri della nostra epoca di produzione artistica, faccio fatica a immaginare che espressione potrebbero usare.

L’oggi della chiesa, dopo le importanti periodizzazioni del passato e dopo un tempo di “neo” romanico o “neo gotico” o altre riletture del passato, si potrà forse ricordare come il tempo della “sperimentazione” e della ricerca, seguite al Concilio Vaticano II ma anche, almeno per l’Occidente, successive al periodo del ’68. Tempo di libertà espressiva e, allo stesso tempo, di ricerca di un’identità perduta e di un segno che si caratterizzi come riassuntivo della nostra fede, del nostro essere Chiesa e del passaggio di noi e del nostro Tempo nel grande Tempo della Storia. 

Viviamo tentativi di slancio in avanti alternati a rigurgiti nostalgici del passato, esperienze che talvolta si eludono vicendevolmente in un compromesso non sempre felice e unitario. Nell’arte figurativa si affaccia spesso un decontestualizzato (per noi occidentali) neo-bizantinismo anche se dal forte sapore ecumenico.

È infatti l’arte più specificamente attribuibile alla Chiesa d’Oriente, più facilmente accettabile dal mondo protestante rispetto a ciò che è tipicamente latino o tridentino. Arte sicuramente “ortodossa” e quindi sicuramente accettabile rispetto ad ogni novità che avrebbe bisogno di essere valutata secondo qualche canone … canone che spesso non abbiamo a disposizione o non riusciamo a mettere a fuoco. 

Nella Chiesa non mancano le certezze se esploriamo le simbologie bibliche e la ricchezza di riti, gesti e simboli ormai condivisi che ci vengono tramandati dalla Liturgia. È certo che “la riscoperta dell’icona cristiana aiuterà a far prendere coscienza dell’urgenza di reagire contro gli effetti spersonalizzanti, e talvolta degradanti, delle molteplici immagini che condizionano la nostra vita nella pubblicità e nei mass media; essa, infatti, è un’immagine che porta su di noi lo sguardo di un Altro invisibile, e ci dà accesso alla realtà del mondo spirituale ed escatologico.”

Esistono dunque dei riferimenti sicuri soprattutto se l’arte nasce in un’esperienza di fede viva, comunitariamente vissuta e nutrita dall’ortodossia della dottrina cristiana. Necessita tuttavia che, a questo, si unisca la capacità artistica che non è di tutti bensì frutto di ricerca, studio, capacità ed anche di personali doti non in tutti presenti. 

San Paolo VI al termine del Concilio ricordava agli artisti che sono stati loro ad aiutare la Chiesa nel “tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere comprensibile il mondo invisibile”. Dunque la Chiesa ha bisogno degli artisti e si rivolge ad essi con l’invito: “Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo!” 

Credere non è mai facile né scontato. Possiamo credere, sperare e desiderare che lo Spirito Santo di Dio, oltre che attraverso l’ordinaria vita della Chiesa, il magistero dei Pastori, la predicazione e la vita dei Santi, possa parlare al mondo di oggi attraverso un progetto, un’opera artistica, un lavoro fatto con pazienti e laboriose mani esperte? Guardandoci attorno possiamo fare fatica e sicuramente qualcuno si dichiarerà perplesso; personalmente voglio fare una professione di fede anche in questo: credo, desidero e spero che Dio ci parli (anche) attraverso architetture, pitture, sculture e musica in questo nostro tempo bisognoso di contemplare il suo volto di bellezza. Eh sì, perché -conclude Paolo VI- “questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione”. E questo può avvenire proprio (e soltanto) grazie alle mani di musicisti, architetti, pittori e scultori. 

Ulteriori ostacoli si pongono insormontabili per noi, figli di questo tempo dove si va di fretta e si realizzano cose perché siano consumate in fretta e poi nuovamente realizzate più moderne e funzionali. 

Qualche giorno fa sono iniziate le celebrazioni in preparazione al 400° anniversario della Consacrazione della Basilica di San Pietro. Se il Papa che iniziò quell’opera avesse voluto vederla conclusa non avremmo questa Basilica e non l’avremmo neppure se Michelangelo avesse voluto finire la cupola prima di morire; neppure l’avremmo se, finiti i soldi stanziati e interrotti i lavori, tutto fosse finito lì. C’è voluto tempo, ci sono volute generazioni di artisti, di papi e di maestranze per terminare la cupola e altrettante per decorare all’interno la grande Basilica dell’Apostolo Pietro. 

Ci vuole l’umiltà di lasciare ad altri il lavoro iniziato e umiltà per portare avanti quanto da altri è stato iniziato; richiede ardimento capire un progetto che non si è partorito e portarlo a compimento. Ci vuole tanto tempo, tante risorse, tanta pazienza. Nell’ultimo secolo, forse, solo Gaudì e il popolo di Barcellona hanno avuto questo dono lasciando che artisti diversi e innumerevoli maestranze completassero la Sagrada Familia. 

Ripeto spesso nei miei interventi che comprendo bene quanto sia difficile partecipare ad un concorso e proporre qualcosa che, si immagina già, verrà scartato perché la maggioranza delle persone, dei preti, dei nostri cristiani, non coglierà la novità o l’intuizione del progetto. Si rischia così di proporre ciò che potrebbe piacere agli altri, ciò che potrebbe fare contento il parroco o piacere ai parrocchiani; per far questo può sembrare utile ispirarsi ad un’altra idea che già è risultata vincitrice; se questo accade … l’arte muore. Continuo a credere in quanto ho detto e vorrei ancora una volta dire agli artisti: stupiteci, lasciateci a bocca aperta, convinceteci che si può lasciare un segno d’arte e di bravura in questo tempo dimentico della Bellezza

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