“Prima l’amore e poi la tecnica” Antoni Gaudì
fr. Sergio M. Catalano op Architetto

Abitare il tempo presente come Chiesa significa interrogarsi sul modo in cui diamo forma visibile alla nostra fede. La testimonianza vive del continuo sforzo di rendergli ragione (cf. 1Pt 3,15).
Come esprimere, nel modo più adeguato ai linguaggi della comunicazione contemporanea, l’esperienza della figliolanza divina? E, in particolare, come manifestare oggi la bellezza della fede attraverso i linguaggi dell’arte e dell’architettura contemporanea?
Sono queste alcune delle domande che mi hanno spinto a completare la formazione filosofico-teologica nell’Ordine dei Predicatori, approfittando dell’offerta formativa del Département des Arts Sacrés dell’Institut Catholique de Paris.
Si tratta di un Istituto teologico che prende le mosse dalle intuizioni dei padri domenicani Marie-Alain Couturier e Pie-Raymond Régamey a partire dagli anni trenta della prima metà del Novecento. Essi erano convinti che «per mantenere in vita l’arte cristiana, occorre, in ogni generazione, fare appello ai maestri dell’arte vivente. Oggi come un tempo, e per l’arte religiosa come per l’arte profana: perché l’arte vive solo dei suoi maestri – e dei suoi maestri viventi. Non dei maestri morti, per quanto preziosa sia la loro eredità. Nulla nasce o rinasce se non dalla vita. Persino la tradizione».
Nel solco di questa scuola ho approfondito le possibili dinamiche teologiche messe in atto dai linguaggi dell’arte e dell’architettura moderna e contemporanea in vista della predicazione. Negli ultimi decenni, infatti, i teologi hanno studiato le opere d’arte — che si tratti di letteratura, cinema, architettura, pittura o musica — non come semplici oggetti di intrattenimento o di decoro, ma come veri e propri luoghi teologici. Comprendere il valore dell’Incarnazione significa anche accettare che la forza dell’arte e il rigore dell’architettura accompagnino la ricerca teologica.
Sotto questo profilo, l’arte cristiana è anch’essa evento d’Incarnazione. Essa, rifiutando qualsiasi riduzione a un fatto meramente virtuale, decorativo o di intrattenimento, riafferma la bontà della materia, la sacralità della persona e del raduno comunitario contro l’isolamento generato da processi di smaterializzazione o da bolle algoritmiche.

Per dare voce a questa resilienza antropologica, Papa Leone XIV è ricorso, nell’enciclica Magnifica Humanitas, a un’immagine affascinante tratta dal Libro di Neemia (MH 8). Da essa emergono tre sfide antropologiche cruciali utili anche a chi oggi si misura con l’arte e l’architettura nella Chiesa.
Innanzitutto, il lavoro «uno accanto all’altro» (cf. Ne 3). Nella ricostruzione delle mura di Gerusalemme, Neemia organizza il popolo in modo che ogni 132 famiglia ne riedifichi un tratto. Un’opera collettiva e partecipativa che coinvolge l’intero popolo di Dio.
In secondo luogo, «quelli che ricostruivano le mura e quelli che portavano o caricavano i pesi con una mano lavoravano e con l’altra tenevano la loro arma» (Ne 4,11). Neemia invita a lavorare con diligenza e accortezza, in un equilibrio continuo tra fiducia in Dio e azione concreta.
Infine, «non esigete interesse tra fratelli» (cf. Ne 5). Una volta ricostruite le mura, Neemia arresta l’avanzare dello sfruttamento all’interno della comunità per ristabilire la giustizia, consapevole che la città sarebbe rimasta vuota senza equità.
La riedificazione delle mura di Gerusalemme non fu un semplice lavoro di edilizia, ma un’opera comunitaria e spirituale. E se la Torre di Babele fu il simbolo di una tecnica che pretende di scalare il cielo omologando l’uomo, la Gerusalemme di Neemia è l’archetipo di una tecnica dal volto umano.
Collaborazione e partecipazione, fiducia in Dio e impegno concreto, servizio al bene comune contro ogni possibile deriva individualistica: sono questi dei criteri antropologici e spirituali alla base dell’arte e dell’architettura nella Chiesa, senza i quali ogni opera rischia di diventare «bronzo che rimbomba» o «cembalo che strepita» (1Cor 13,1).
L’architettura sacra non è una questione di semplici «muri». Essa è, a tutti gli effetti, un atto pastorale, liturgico e teologico. Un’azione dove l’architettura e l’arte si mostrano come luogo di sosta, di incontro e di contemplazione. Dove la bellezza del Vangelo irrompe in tutto il suo fascino mediante suoni, linee, volumi e colori. Dove l’uomo è aiutato a sentirsi fratello accolto e mendicante in ricerca.
Nel suo saggio “L’art, un enjeu pour la foi”, Régine du Charlat lo ricordava elencando alcuni frutti decisivi del lavoro pionieristico di Couturier e Régamey: l’apertura al mistero di Dio attraverso l’emozione suscitata dall’evento artistico; il richiamo al dialogo tra committenti e artisti, capace di entrare in contatto con le sensibilità plurali della cultura contemporanea; l’accoglienza della molteplicità delle forme espressive attuali.
Una lezione senza la quale avrei avuto più difficoltà a capire l’oggi della fede e soprattutto a esercitare la mia professione di architetto e di teologo delle arti.
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