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L’Architettura dei nuovi complessi parrocchiali: trasformazioni urbane

⏱ Tempo di lettura: 13 minuti
Arch. Emiliano Romagnoli 

Molte istituzioni religiose negli ultimi anni in Italia hanno deciso di affidarsi allo strumento concorsuale per la realizzazione di nuovi complessi parrocchiali seguendo l’esempio tracciato della CEI con i “Progetti Pilota”. 

Negli esiti migliori di queste procedure la riflessione progettuale sul complesso parrocchiale si rivela come l’occasione per tornare a riflettere sulla più vasta scala della città, sulla necessità o meno di ristabilire delle gerarchie, sulle qualità dello spazio urbano, sulle relazioni fra lo spazio e l’uomo ma non solo. 

Il campo d’indagine di questo testo è costituito da tutte le procedure concorsuali diocesane espletate dal 2018 al 2024; questa scelta è legata anche alla completezza del materiale messo a disposizione dalla Conferenza Episcopale Italiana sul proprio sito a cui si rimanda per tutti gli eventuali approfondimenti.

Va precisato inoltre che nella trattazione a seguire non verrà fatta particolare distinzione fra le precise richieste espresse nei documenti di concorso o le scelte operate da chi, in fase di pianificazione, ha previsto in quelle aree la sede per i nuovi edifici di culto; in questo studio ciò che principalmente interessa è il progetto. 

Da un primo esame dei tredici casi ricompresi nell’arco di tempo indicato solo uno sorge in un contesto di campagna, gli altri in contesti urbani o marginali ovvero al limite fra città e campagna (Tab. 01). Fra i progetti che ricadono all’interno del perimetro urbanizzato, solo in un caso il tessuto nel quale si inserisce l’intervento può dirsi compatto; nella parte restante dei casi il tessuto è caratterizzato da vuoti, aree prive di una reale vocazione, nel migliore dei casi ancora ad uso agricolo.

Fra i nuovi complessi parrocchiali previsti al margine fra città e campagna il tessuto urbano si presenta per lo più addensato intorno a grandi infrastrutture di collegamento e/o scandito dai variegati pattern delle più recenti lottizzazioni (Tab. 02) (Fig. 01). 

Dei tredici progetti in esame, almeno undici sono previsti in contesti urbanizzati dal secondo dopoguerra ad oggi, mentre dei rimanenti, come indicato, l’uno è realizzato in campagna, l’altro frutto di demolizione e ricostruzione.

Un altro dato che emerge dall’analisi è che in molti casi è prevista la realizzazione di spazialità aperte dalla vocazione pubblica ed in almeno nove soluzioni queste spazialità acquistano particolare consistenza, se non altro in termini di superficie. Va precisato che questi spazi aperti rimangono di proprietà della parrocchia (salvo in un caso dove viene ceduto al comune) ma il loro porsi in continuità con la città allude ad un libero utilizzo che molto li avvicina, appunto, a spazialità più propriamente pubbliche (Fig. 02).

Questa attenzione nei confronti dello spazio esterno si ritrova anche in altri progetti precedenti al 2018 ma nell’intervallo di tempo considerato è la frequenza che colpisce suggerendo il consolidamento di una pratica. 

Tradizionalmente al Sagrato, al portico, o ad un piccolo spazio di rispetto fra la strada e l’accesso all’Aula era affidato il compito di mediare fra lo spazio religioso e quello urbano. Altri spazi esterni, dapprima con un carattere produttivo e meditativo e poi educativo e ricreativo, erano previsti all’interno del complesso ma di sovente filtrati da una cortina muraria oppure cinti da edifici. 

Nella maggioranza dei casi presi in esame si coglie una sorta di estroflessione delle spazialità esterne del complesso parrocchiale fino ad arrivare, come indicato, ad una loro totale fruizione pubblica, senza più limiti o barriere che possano condizionarne l’utilizzo.

Gli usi previsti per queste spazialità sono diversi e vanno dalla tradizionale piazza antistante il Sagrato, a spazi verdi ricreativi, luoghi per assemblee all’aperto, collegamenti ecc..; dalla lettura dei progetti emerge una particolare varietà legata alle esigenze locali. 

Riassumendo, la volontà della Chiesa di portare il culto vicino alle persone, nella maggior parte dei casi si traduce in progetti di nuovi complessi parrocchiali in aree residenziali e periferiche, comunque marginali rispetto alla città più consolidata. Aree diverse tuttavia accomunate da una idea di città generata per addizioni di “autonomie” e dove lo spazio pubblico troppo spesso coincide con il solo spazio monofunzionale della strada. 

Ma forse non basta perché, come già annotato da diversi autori, la cieca adozione di principi razionalisti, l’identificazione della qualità nel rispetto di parametri tecnici, l’indifferenza verso le identità locali e la perdita della dimensione dell’uomo, ha coinvolto nell’ultimo secolo anche i luoghi della fede; il complesso parrocchiale da architettura identificativa di una comunità è stato progressivamente ridotto a struttura di servizio per la popolazione, ovvero funzione fra le funzioni, forma fra le forme.

Questa riduzione di ruolo ha profondamente inciso sul legame che tradizionalmente univa il complesso al suo territorio, un legame che non si esprimeva solo a livello religioso, economico, sociale ma anche a livello formale.

Dunque, la dilatazione della riflessione progettuale sul complesso parrocchiale alla dimensione della città e la conseguente estroflessione delle sue spazialità esterne, non assume solo i termini di una reazione al tipo di città con la quale il progetto viene in contatto ma anche quelli di una ripresa di quel particolare legame con il territorio.

Elenco dei concorsi diocesani che hanno espletato la procedura concorsuale dal 2018 al 2024 e loro posizione rispetto al nucleo urbano. Tabella di Emiliano Romagnoli. 
Elenco dei concorsi diocesani che hanno espletato la procedura concorsuale dal 2018 al 2024 e tipo del tessuto urbano nel quale si inseriscono. Tabella di Emiliano Romagnoli. 

In considerazione di questo duplice intento, le soluzioni più interessanti proposte nei diversi progetti, almeno dal punto di vista della ricerca, appaiono quelle dove lo spazio esterno che circonda l’opera non è unidirezionalmente definito, concepito unicamente in funzione dell’accesso all’Aula Liturgica ed a questa subordinato. O meglio ancora, l’armonia d’ inserimento del complesso parrocchiale nel proprio contesto è apprezzabile quando la spazialità esterna al complesso parrocchiale stesso è intesa come luogo dove è possibile “stare” indipendentemente dalla volontà di partecipare o meno al rito religioso. 

Queste spazialità possono anche sfuggire ad una esatta connotazione formale; non è l’esattezza della forma l’imperativo quanto quello di ristabilire dei collegamenti fra le parti, risarcire la città di luoghi per l’uomo e a sua misura. 

Alcuni progetti

Sulla base di queste considerazioni vale la pena scendere nel dettaglio di alcuni progetti capaci di condensare gli aspetti accennati. Ad esempio nel caso del Complesso di San Giuseppe a Tribiano, (Fig. 03), un sistema di spazi aperti, dalle diverse declinazioni d’uso e dai diversi gradi di permeabilità, si dispone fra l’antica piazza che fronteggiava una preesistente Aula liturgica con l’edificio del Comune di Tribiano. Questo caso, forse più di altri, evidenzia come il progetto del complesso parrocchiale possa essere inteso anche come l’occasione per ristabilire un dialogo fra le parti, fra le istituzioni, proprio attraverso dei collegamenti capaci di dare corpo a dei punti di densità nell’uniformità di una città concepita per parti autonome. 

Immagine 03 – Nuovo Complesso Parrocchiale di San Giuseppe, Tribiano, Milano. Progetto e immagini di Arch. Saverio Oreglia d’Isola (coordinatore), Arch. Aimaro Oreglia d’Isola, Arch. Michele Battaglia, Arch. Flavio Bruna, Arch. Andrea Bondonio, Arch. Stefano Peyretti, liturgista Prof. Paolo Tomatis. 

Su questo piano sembra muoversi anche il complesso di San Giovanni Bosco a Bagheria, (Fig. 04). Nella periferia a nord-ovest della città lo spazio pubblico, che non sia quello della strada, è praticamente assente. Il progetto trova il suo perno in un vuoto costituito da una piccola piazza ricompresa fra l’Aula e i locali del Ministero Pastorale. Questo spazio non ha toni aulici, si conforma per collegare nell’ordinario due parti del quartiere e prevede una serie di elementi e dettagli che, come nel caso precedente, rimandano alla più consolidata tradizione architettonica locale, dall’articolazione dei volumi fino ad arrivare ai materiali e agli elementi di arredo.

04 Nuovo Complesso Parrocchiale di San Giovanni Bosco in Bagheria, Palermo. Progetto e immagini di Arch. Domenico Tripodi (coordinatore), Prof. Arch. Fabio Capanni, liturgista Giorgio Bonaccorso. 

È proprio nell’ordinarietà di questo spazio l’elemento di eccezione, una ordinarietà nella quale si dispiega e si risolve l’attenzione all’individuo. Ed ancora una ordinarietà che a livello architettonico non si esprime attraverso particolari formalismi o sovrapposizioni di nuovi segni alle trame esistenti ma predilige i toni pacati del dialogo con la storia e con la città intorno. Un dialogo che passa anche attraverso la ricerca di allineamenti con i vicini fabbricati e la composizione delle masse che tengono conto delle visuali da e verso la città. 

In questo progetto emerge come un altro spazio aperto, più profondamente legato alla tradizione architettonica religiosa, quale il Sagrato, sia parimenti coinvolto da questa riflessione sullo spazio aperto. 

Ormai da tempo l’Aula ha perso la distanza altimetrica rispetto al piano della città e con essa anche la chiara definizione del Sagrato, tradizionalmente segnato da una scala. Altri elementi intervengono oggi a ridefinire questo spazio quali: la conformazione tridimensionale della facciata, l’ispessimento della Soglia di ingresso all’Aula, l’utilizzo di specifici elementi architettonici di dettaglio oppure tutto questo insieme. In sostanza il Sagrato, da spazio chiaramente definito appare in questo come in altri interventi, un ambito che ha uno sviluppo tridimensionale, una sorta di sfera di attinenza capace di animare anche profonde variazioni volumetriche della facciata e/o del volume dell’Aula. 

Nel complesso di Sant’Eufemia, ad Alba Adriatica (Fig. 05) ad esempio, la facciata della Chiesa diviene una struttura concava da cui il Sagrato, a partire dalla Soglia, progressivamente si dilata e fluisce nello spazio fino ad un limite estremo Anche questo caso sorge all’estrema periferia nord segnato dal campanile. Questo dettaglio risulta utile per chiarire come l’attenzione del progetto nei confronti dello spazio aperto abbia influenze anche sull’articolazione dei volumi e degli elementi dell’architettura religiosa. In questo caso il costruito si dispone sul margine est dell’area d’intervento per lasciare spazio, sul lato opposto, ad un sistema di spazi aperti dai diversi usi. È di interesse il fatto che il complesso non si rivolga verso la strada o le vicine abitazioni ma verso il piccolo parco pubblico che proprio attraverso il progetto dilata i suoi confini. Uno degli spazi esterni previsti dal progetto è definito “spazio di aggregazione sociale” e i volumi del Ministero Pastorale si conformano come una grande esedra aperta sul verde a ulteriore conferma dell’importanza dell’interazione fra il vuoto e il pieno.

05 Nuovo Complesso Parrocchiale di Sant’Eufemia, Alba Adriatica, Teramo. Progetto e immagini di Prof. Arch. Fabrizio Rossi Prodi (coordinatore), liturgista Don Roberto Gulino. 

Sia pure espressi ad un altro livello, questi aspetti sì ritrovano anche nel Complesso di Sant’Annibale Maria Di Francia ai Giardini di Naxos (Fig. 06). La continuità fra l’Aula e i locali del Ministero Pastorale che caratterizza gli altri interventi citati in questo caso cede il passo ad una chiara divisione dei volumi e degli elementi dell’architettura religiosa, tutti disposti lungo un percorso pedonale che collega due vie. Ma forse chiamarlo percorso sarebbe riduttivo perché questo spazio di collegamento appare più che altro come un sistema di luoghi concatenati fra loro in un costante gioco di rimandi a cui la masse prendono parte. È così che dallo spazio antistante l’Aula si legge il verticalismo della Soglia di ingresso come quello del campanile che segnala alla distanza la presenza di un altro luogo da cui, una volta arrivati, si coglie la presenza del Ministero Pastorale e, oltre questo, di un altro brano di territorio. 

06 Nuovo Complesso Parrocchiale Sant’Annibale Maria Di Francia, Giardini di Naxos, Messina. Progetto e immagini di Arch. Alberto Cusumano (coordinatore), Arch. Marco Alesi, Arch. Cristina Calì, liturgista Andrea Dall’Amico.

Anche questo caso sorge all’estrema periferia nord della città dove al diradato ed indistinto tessuto costituito da abitazioni mono e bifamiliari il progetto oppone una spazialità che crea densità di riferimenti intorno ad un collegamento che svolge un ruolo anche nell’ordinario richiamando i contenuti espressi negli altri progetti citati. 

Aspetti simili a quelli descritti possono essere ritrovati anche in altre soluzioni rispetto a quelle citate con esiti che talvolta però portano anche a dei dubbi o a degli interrogativi. Ad esempio, nei progetti dove un grande spazio pavimentato, talvolta chiamato “Piazza” altre “Sagrato”, si dispone al margine di ampie strade periferiche di collegamento e si conforma nel solo accesso all’Aula, pone più dubbi sulla sua tenuta, soprattutto se inquadrato nel contesto urbano dove sorge. In altri casi sono le specifiche soluzioni architettoniche a stimolare degli interrogativi.

Ad esempio nel Complesso dei Santi Louis e Zelie Martin a Cannavà di Rizziconi, la facciata dell’Aula acquista particolare trasparenza fino a stabilire una certa continuità fra un luogo assembleare interno e uno esterno più a carattere civile. Sarebbe quindi importante in futuro poter tornare a valutare tutte queste proposte per capire se e in che modo la città possa essergli cresciuta intorno o semplicemente per monitorare l’effettivo uso dello spazio da parte degli individui anche nell’ottica di informare l’iniziale fase di ascolto verso un più consapevole apporto delle comunità, ovvero verso un processo sempre più partecipato. 

Proprio il coinvolgimento delle persone e più in generale il legame che il complesso parrocchiale ha secolarmente stabilito con il territorio porta ad ampliare la riflessione. Infatti in alcuni studi emerge la natura di questa particolare architettura intesa come l’estremo punto di contatto fra la religione e le persone; una sorta di spazio di confine, verrebbe da dire, dove una volontà sovraordinata, interessata ad una uniforme diffusione del culto e delle pratiche ad esso connesse trova appunto contatto con una volontà ordinata dalle contingenze, dalla quotidianità e dalle specificità di ogni luogo. 

Questa ipotesi di lettura potrebbe trovare riscontro nelle numerose trasformazioni che il complesso parrocchiale ha subito nel corso del tempo e dove, alla costante presenza dell’Aula Liturgica, sono stati uniti altri volumi, da quelli semplici di una casa canonica a quelli più articolati di un convento, di uno “spedale”, di un teatro, ed altro ancora, proprio in relazione alle specificità locali ed alle esigenze della comunità che serviva.

Questi pensieri, in questo contesto solo accennati, insinuano anche dei dubbi più di carattere disciplinare e tipologico, ovvero se non valga la pena oggi riconsiderare il complesso parrocchiale non come un tipo, ma come l’esito dell’unione di più tipi, accostati e modificati nel tentativo di rispondere alle mutevoli esigenze delle due volontà sopra indicate. Seguendo quest’ordine di idee viene, dunque, da chiedersi se l’estroflessione delle spazialità esterne nei progetti dei nuovi complessi parrocchiali non costituisca un’ulteriore oscillazione di questa particolare architettura nel tentativo di ridare corpo a quel legame che, fino pochi secoli fa e oltre il pensiero positivista, univa il complesso parrocchiale al suo territorio e più direttamente alle persone.


Arch. Emiliano Romagnoli 

Emiliano Romagnoli è ricercatore a tempo determinato di tipo A presso il Dipartimento di Architettura (DIDA) dell’Università degli Studi di Firenze. Nel 2007 ha conseguito il titolo di Dottore in Architettura, da allora ha pubblicato diversi scritti, partecipato a ricerche e convegni anche in ambito internazionale. Attualmente insegna al Laboratorio di Progettazione I, Composizione Architettonica al DIDA di Firenze. 

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