Dal mecenatismo dei Ruffo al restauro corale del XXI secolo
A cura di Prof. Domenico Gioffré
Un capolavoro barocco tra fede e mecenatismo
Nella sacrestia della chiesa del SS. Rosario di Bagnara Calabra è tornata a splendere una grande tela (230×143 cm) raffigurante Giuditta e Oloferne. L’opera, databile tra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo, riprende l’invenzione di Guido Reni, che ebbe straordinaria fortuna e circolazione di repliche.
La tela bagnarese è probabilmente legata alla committenza del cardinale Antonio Maria Ruffo di Bagnara (1678–1753), figura eminente della casata Ruffo. Uomo di Chiesa e collezionista, Antonio Maria donò a Bagnara preziosi arredi e opere sacre: la Giuditta sembra rientrare in questo quadro di mecenatismo.
Il dipinto risente delle varianti introdotte da Ercole De Maria, allievo e collaboratore del Reni, riconoscibili nell’impostazione solenne di Giuditta, nell’accostamento cromatico blu-giallo e negli ornamenti giudaici come i pendenti di perla barocca.

La tela e il suo racconto
La grande tela raffigura l’episodio biblico della decapitazione di Oloferne narrato nel Libro di Giuditta.
Al centro della scena si staglia l’eroina ebrea, avvolta in sontuose vesti blu e giallo. Il suo volto, illuminato e assorto, esprime fermezza più che trionfo. Nella mano sinistra regge per i capelli la testa recisa del generale assiro, mentre con la destra stringe ancora la scimitarra insanguinata. Il corpo di Oloferne, riverso e ormai privo di vita, occupa il lato inferiore della composizione.
Sul fondo, i soldati assiri si radunano nell’accampamento, ignari di quanto è appena accaduto. L’atmosfera notturna, rischiarata dalla luna, accentua il senso di tensione.
Per lungo tempo la tela fu interpretata come un momento anteriore all’uccisione, con Giuditta in atto di preghiera. Il recente restauro, insieme alle ricerche storico-artistiche, ha invece rivelato i particolari decisivi: la ferita al collo, le macchie di sangue sul pavimento e sulla lama, chiarendo che si tratta della fase immediatamente successiva alla decapitazione, quando l’eroina mostra il trofeo di guerra, simbolo di liberazione per Betulia.
Una storia travagliata
Il dipinto ha attraversato i secoli tra calamità e restauri. Documentato dal XIX secolo, subì i terremoti del 1783 e del 1908, fu trasferito nel 1940 a Cosenza per proteggerlo dai bombardamenti, custodito nella chiesa di San Francesco d’Assisi, e rientrò a Bagnara nel 1945.
Un restauro negli anni ’30, a opera di Tullio Brizi, consolidò il supporto con foderatura a colla-pasta e sostituzione del telaio, ma ricoprì la superficie con una vernice resinosa che, col tempo, alterò i colori.


Il cantiere contemporaneo
Nel 2023 l’opera è stata al centro di un importante progetto di restauro, nato come tesi di laurea magistrale in Conservazione e Restauro dei Beni Culturali (LMR/02, Università della Tuscia – DIBAF) presso l’Università degli Studi della Tuscia. Protagoniste le restauratrici Azaria Rovere e Chiara Campanella, guidate dalle proff. Anna Arcudi (relatrice e restauratrice), Claudia Pelosi (relatrice scientifica), con Paola Pogliani, Lorenza D’Alessandro e Andrea Macchia come correlatori.
La proprietaria Arciconfraternita del SS. Rosario ha seguito e sostenuto i lavori con il Priore Angelo Ruggiero, il Vice-Priore Saro Quaranta e le famiglie Calabrò e Parisio, promotrici dell’iniziativa. Decisivi i contributi del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio e dell’Associazione “Uccio Lopresto”, che hanno finanziato la fase diagnostica e il restauro. Fondamentale anche il supporto della Soprintendenza ABAP di Reggio Calabria (Soprintendente Fabrizio Sudano, funzionaria Maria Cristina Schiavone), dell’Università della Calabria (dott. Silvestro Ruffolo per le analisi), e delle istituzioni museali che hanno offerto confronto: Palazzo Blu di Pisa (dott.ssa Maria Chiara Favilla), Galleria Spada e Musei Capitolini di Roma.
Diagnostica e scelte conservative
La campagna diagnostica ha confermato la presenza di una vernice naturale ossidata (mastice/dammar) applicata nel restauro del 1931–32. Il supporto già foderato e irrigidito, presentava deformazioni e lacune. La tela era ancorata ad un telaio fisso non più funzionale allo scopo.
La filosofia d’intervento ha seguito i principi del minimo intervento e della sostenibilità ambientale, evitando azioni invasive sul supporto e privilegiando scelte reversibili e rispettose per l’opera.
La sfida della pulitura “green”
La fase più complessa è stata la pulitura. Le restauratrici hanno sperimentato solventi ecocompatibili sviluppati da YOCOCU APS e dal CSGI di Firenze. Dopo test comparativi, due prodotti si sono rivelati i più efficaci: Polar Rescue e Green Varnish Rescue, applicati in forma gelificata con Klucel® G.
Il metodo ha permesso di rimuovere la vernice ingiallita senza intaccare gli strati originali, restituendo vivacità ai colori, profondità ai panneggi e chiarezza alle espressioni dei protagonisti.
Le rivelazioni della pulitura
La pulitura ha riportato in luce particolari rimasti celati:
- il collo reciso di Oloferne,
- i rivoli di sangue sul pavimento e sulla lama della scimitarra,
- i dettagli degli ornamenti di Giuditta.
Questi elementi hanno corretto l’interpretazione iconografica della tela: non più una Giuditta che prega prima dell’atto, ma un’eroina già vittoriosa, che mostra al popolo la testa del nemico.
Un simbolo di identità condivisa
Oggi la Giuditta e Oloferne non è solo un dipinto restaurato: è il frutto di una collaborazione corale tra Università, Soprintendenza, enti religiosi, associazioni e comunità locale. È anche un laboratorio di ricerca che ha introdotto metodologie sostenibili destinate a fare scuola.
Per Bagnara Calabra, l’opera è tornata a essere ciò che era in origine: un simbolo di fede e identità, legato al mecenatismo dei Ruffo e, oggi, al senso di appartenenza di un’intera comunità.
Cronologia storica e conservativa
- XVII–XVIII sec.: esecuzione, probabile committenza del cardinale Antonio Maria Ruffo; vicinanza stilistica a Ercole De Maria.
- 1783 e 1908: terremoti distruggono archivi.
- 1931–1932: restauro Tullio Brizi, foderatura e vernice.
- 1940–1945: trasferimento a Cosenza, custodia presso la chiesa di San Francesco d’Assisi; restituzione all’Arciconfraternita del Rosario nel 1945.
- 2023: restauro completo con metodologie “green”.
Attori istituzionali
- Arciconfraternita del SS. Rosario .
- Soprintendenza ABAP RC-VV .
- Università degli Studi della Tuscia – DIBAF.
- Università della Calabria.
Sostenitori e sponsor
- Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio.
- Associazione “Uccio Lopresto”.
- Beatrice Valenza ed Emanuele Zaccone (documentazione fotografica).
Metodologia di restauro
- Diagnostica: UV, IR, campionamento materiali e osservazione microscopica in sezione lucida.
- Pulitura “green”: Polar Rescue e Green Varnish Rescue in gel con Klucel® G.
- Supporto: revisione della foderatura d’intervento precedente, conservata perché ancora funzionale allo scopo e rafforzamento mediante inserti localizzati. Sostituzione del telaio fisso, ritenuto inefficace al corretto tensionamento, con uno espandibile.
- Stuccatura e reintegrazione delle lacune con tecniche riconscibili.
Esiti
- Recupero della gamma cromatica.
- Rivelazione del collo reciso e delle tracce di sangue.
- Restituzione alla comunità di un’opera leggibile e coerente.

DOMENICO GIOFFRÈ è uno storico calabrese. Nel 2009 ha conseguito la laurea magistrale in Società, Culture eIstituzioni d’Europa presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Messina.
Specialista in Storia Moderna, ha approfondito le sue ricerche sulla storia del Sud Italia durante il dominio borbonico.Diplomato archivista presso la Scuola di archivistica, paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato di Palermo, ha lavorato presso l’ archivio storico diocesano di Reggio Calabria – Bova e presso la Sovrintendenza archivistica per la Calabria. Ha collaborato con riviste quali “Calabria Sconosciuta” ed “Esperide” e con diverse associazioniculturali e istituti scolastici di ogni ordine e grado offrendo le proprie competenze in qualità di consulente storico peritinerari storico-artistici che riguardano l’intera provincia di Reggio Calabria e Messina. Autore dei libri “La Gran Casadei Ruffo di Bagnara” e “Le congreghe di Bagnara”, nell’aprile del 2009 ha partecipato al concorso Storia del Regnodelle Due Sicilie, organizzato da Passato e Futuro O.N.L.U.S. a Napoli, ottenendo il secondo posto nella sezioneriguardante i giovani laureati. Attualmente insegna lettere presso l’ istituto comprensivo Dante di Gallarate a Varese

