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Architettura viva per luoghi trasformati

Intervento a cura dell’Arch. Paolo Belloni, PBEB studio con Arch. Angelo Colleoni e Arch. Melania Licini

Restauro e Valorizzazione funzionale Ex Convento di Sant’ Agata, Città alta, Bergamo (BG)”

Scopri la trasformazione dell’ex convento di Sant’Agata a Bergamo: un viaggio tra restauro, riuso e innovazione. L’articolo racconta il progetto architettonico, ma per coglierne tutta la ricchezza ti invitiamo a guardare il video integrale e ascoltare direttamente gli approfondimenti dell’architetto Paolo Belloni.

Restituire senso ai luoghi: il progetto della ex chiesa

L’intervento sull’ex convento di Sant’Agata a Bergamo Alta nasce da un’esigenza concreta: restituire alla comunità un bene storico attraverso un’operazione di riuso intelligente e condiviso. Dopo anni di abbandono e utilizzo improprio, l’edificio, con alle spalle secoli di stratificazioni religiose e civili, viene affidato tramite bando pubblico alla Cooperativa Città Alta. Il progetto ha puntato su una funzione mista, tra ristorazione popolare e spazio culturale aperto, capace di mantenere viva l’identità collettiva del luogo. La struttura originaria della chiesa è stata in parte riaperta e resa leggibile, senza negare le successive trasformazioni, come quella ottocentesca che la aveva convertita in carcere. L’approccio progettuale ha scelto di rispettare la complessità storica del manufatto, rendendola comprensibile e accessibile. Non si è trattato solo di restauro architettonico, ma di una vera e propria rigenerazione urbana che ha coinvolto la cittadinanza, gli enti pubblici e la Soprintendenza, in un dialogo ricco e articolato.



Una storia stratificata: convento, carcere, comunità in dialogo

L’edificio racconta mille anni di storia: nato come convento nel X secolo, trasformato nel Settecento dai Teatini in un articolato complesso religioso con chiostro, camere e nuova chiesa barocca, nel 1797 fu convertito da Pollack in carcere cittadino, restando tale fino agli anni ’70 del Novecento. Le trasformazioni avvenute nel tempo non sono state rimosse, ma selettivamente reinterpretate: alcune volte ottocentesche sono state conservate, altre aperte per restituire verticalità allo spazio sacro. La chiesa, suddivisa in tre livelli carcerari, è stata “ricucita” nel punto centrale grazie a un vuoto architettonico scenografico, attorno al quale si sviluppa la nuova scala in ferro. Le scelte progettuali sono frutto di un continuo compromesso tra istanze conservative e nuove esigenze funzionali. Anche i ritrovamenti archeologici romani e le tracce medievali sono stati integrati in un percorso espositivo. La storia non viene sovrascritta: viene letta, stratificata e interpretata come risorsa progettuale e narrativa.


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Materiali poveri, dettagli forti, bellezza attraverso il riuso

L’intervento ha privilegiato materiali semplici, ma lavorati con cura artigianale e significato simbolico. Le pietre rimosse dalle demolizioni sono state frantumate e utilizzate per realizzare il nuovo sagrato in “pietra liquida”, un calcestruzzo materico che contiene fisicamente la memoria del luogo. I pavimenti sono in cocciopesto e cemento levigato, diversi per ogni piano, a rappresentare le diverse epoche e funzioni. Le cappelle laterali sono state riaperte con imbotti in lamiera grezza, le superfici intonacate in modo neutro per far emergere il volume più che il dettaglio. Le pareti decorate sono state restaurate con l’obiettivo di “fermare il tempo” piuttosto che ricostruire. La scala interna in ferro e la balaustra in tondini creano un contrasto linguistico con il contesto storico, enfatizzando la verticalità dello spazio sacro. Il grigliato metallico nero del soffitto nell’ultima sala è una scelta radicale, ma armonica, che racconta l’intenzione progettuale: non imitare, ma dialogare.

Funzioni miste: ristorazione, cultura, accessibilità e sostenibilità

Il progetto si fonda su un modello funzionale ibrido, che unisce economia e cultura. Al piano terra si trovano il ristorante, le cucine, i servizi e un ampio cortile, chiamato “frasca”, molto frequentato d’estate. Ai piani superiori, oltre ad ambienti di somministrazione, vi è una grande sala per eventi pubblici, mostre e conferenze. L’intero complesso è accessibile grazie all’inserimento di due ascensori e una nuova scala, pensata per accompagnare visivamente lo spazio e non per nasconderlo. Gli impianti sono stati integrati nelle murature con grande attenzione tecnica, risolvendo anche problemi di raccolta differenziata, climatizzazione e flussi di magazzino. Il progetto ha tenuto conto delle normative vigenti e delle esigenze logistiche di un’attività che, oggi, gestisce centinaia di coperti al giorno. Ma soprattutto ha saputo coniugare queste esigenze con la vocazione pubblica del luogo, riservando ampi spazi a uso gratuito per associazioni, cittadini, attività educative e culturali.

Un restauro contemporaneo che restituisce senso alla collettività

Quello di Sant’Agata è un restauro coraggioso e intelligente, capace di tenere insieme esigenze diverse: conservazione, fruizione, sostenibilità economica, accessibilità e linguaggio architettonico contemporaneo. Non si è cercato di tornare a uno stato originario mitico, ma di restituire senso e dignità a un edificio vissuto e trasformato, restituendolo alla città come luogo attivo. Le scelte — dal calcestruzzo materico al ferro nero, dalla terrazza panoramica all’illuminazione su disegno — riflettono una volontà chiara: dare valore alla memoria senza cadere nella nostalgia. La città ha risposto con entusiasmo, riscoprendo il Circolino come punto di incontro e di identità. La Soprintendenza, inizialmente cauta, ha riconosciuto nel progetto una visione culturale profonda. Questo intervento dimostra che il riuso intelligente del patrimonio ecclesiastico dismesso è possibile, se supportato da metodo, visione e rispetto. Un esempio virtuoso, replicabile, di rigenerazione urbana fondata sulla cultura, la comunità e l’architettura.


Articolo tratto dal Forum CHIESA IN CANTIERE del 14 Maggio 2025

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