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Abitare comunitario e spiritualità dei luoghi

⏱ Tempo di lettura: 12 minuti

Una riflessione a partire dal concorso per una nuova chiesa a Moramanga, in Madagascar

A cura di arch. Sebastiano Nucifora

Nel cuore del Madagascar, nella regione orientale di Alaotra Mangoro, la Fondazione Frate Sole di Pavia ha promosso — in collaborazione con lo YAC 1 e la diocesi di Moramanga — un concorso internazionale di idee per la progettazione di una nuova chiesa. Un progetto ambizioso e delicato al tempo stesso, destinato a sorgere in una vasta area rurale nei pressi dell’abitato di Morarano Gara.

Per comprenderne appieno le implicazioni, è utile riflettere sulle differenze tra il modello abitativo occidentale e quello dell’Africa subsahariana, contesto culturale cui il Madagascar, pur nella sua specificità, appartiene a pieno titolo. Da questa analisi emergono spunti significativi sul rapporto tra spazio e individuo nella vita quotidiana della società rurale africana: una chiave di lettura che, se assunta come fondamento progettuale, può aiutare ad orientare la definizione di uno spazio sacro realmente radicato nel vissuto della comunità locale.

1. Abitare l’Africa rurale: lo spazio come espressione comunitaria

Nel suo fondamentale saggio “Abitare in Africa”, Alberto Arecchi (1998) individua con lucidità la distanza tra l’architettura tribale e quella industriale occidentale, rilevando come le differenze principali non riguardino tanto le tecniche o i materiali, quanto gli aspetti simbolici e comunitari dell’insediamento:

Le differenze più importanti tra l’architettura ‘tribale’ e quella industriale non sono da ricercarsi nel campo tecnico […] Le differenze principali risiedono negli aspetti simbolici dell’insediamento e nella dimensione comunitaria.2

La cultura africana dell’abitare non si esprime tanto nei materiali o nelle forme, quanto nell’organizzazione dello spazio, in particolare nel ruolo dello spazio aperto come centro di gravità della vita quotidiana. La socialità si costruisce in cerchio, a partire da un vuoto che non è assenza, ma matrice di relazione. Basti pensare che, mediamente, un abitante dell’Africa rurale subsahariana trascorre all’aperto da tre a quattro volte in più del tempo rispetto a un cittadino europeo: un dato che evidenzia quanto lo spazio esterno non sia considerato accessorio, ma parte integrante dell’abitare, con una funzione tanto pratica quanto simbolica. 

A differenza del mondo occidentale, in cui l’abitazione è concepita come un organismo chiuso e autosufficiente, con lo spazio esterno ridotto a funzione accessoria o residuale, nell’Africa rurale la casa si configura come un insieme di volumi separati, distribuiti attorno a una radura condivisa, che costituisce il vero centro della vita domestica. Corte, cortile, spazio aperto: questo vuoto vissuto è lo spazio dell’identità comunitaria.3

Tale concezione riflette un modello dell’abitare che non è mai esclusivamente privato: lo spazio centrale è infatti collettivo, e viene generalmente condiviso da più nuclei familiari appartenenti allo stesso gruppo parentale. È qui che si svolgono le attività comuni, i riti, le riunioni, gli scambi quotidiani.

Benché edifici e spazi pubblici, così come vengono intesi nella cultura europea, risultino assenti nell’Africa rurale, questo principio insediativo, basato sulla continuità aperto/chiuso, può essere efficacemente reinterpretato nel progetto di architetture collettive, soprattutto quando si tratta di edifici — come una chiesa — concepiti per accogliere e rappresentare una comunità.

I villaggi rurali del Madagascar presentano un’organizzazione spaziale spontanea, frutto di una crescita adattativa alle condizioni geografiche, climatiche e culturali del territorio. 

L’analisi morfologica degli insediamenti che gravitano attorno all’area di progetto mostra come le unità abitative non seguano precisi schemi tipologici, a differenza di molte realtà dell’Africa subsahariana continentale, ma si definiscono secondo logiche di prossimità, determinate da relazioni sociali e necessità funzionali. 

Nonostante un’apparente irregolarità, permane una costante strutturale condivisa con il modello insediativo tribale africano: la tendenza a organizzarsi attorno a spazi aperti comuni, che assumono un ruolo centrale nella vita collettiva, fungendo da luogo di incontro, scambio e aggregazione.

Nel territorio di Morarano Gara, i villaggi che si dispongono nell’intorno del piccolo centro abitato confermano la logica insediativa centripeta. 

2. Una chiesa per i villaggi: riflessioni progettuali e integrazione culturale

La chiesa, come tipologia edilizia, non appartiene alla tradizione insediativa dell’Africa rurale. Si tratta di un elemento architettonico introdotto con la penetrazione missionaria europea, soprattutto a partire dal XIX secolo, quando la presenza ecclesiale si consolidò anche nei territori interni del continente.

In molti casi, le chiese costruite in questo periodo riproponevano modelli formali e materiali estranei al contesto locale, ignorando climi, tecniche costruttive e culture d’uso. Ciò ha spesso generato edifici percepiti come corpi estranei, difficili da integrare nel vissuto quotidiano delle comunità.

Soltanto con il Concilio vaticano II e con l’indipendenza dei paesi africani, si è avviato un processo di inculturazione, anche architettonica, che però resta ancora oggi incompiuto. 

Il concetto di inculturazione, applicato all’architettura sacra, implica molto più che un semplice adattamento estetico o formale ai contesti locali. Esso comporta una comprensione profonda delle dinamiche culturali, spirituali e sociali del luogo in cui l’architettura è chiamata a inserirsi. L’obiettivo non è “decorare” edifici con elementi locali, ma dar forma a spazi in cui la comunità possa riconoscere sé stessa, i propri simboli e il proprio modo di vivere la fede.

In Africa, i tentativi di inculturazione hanno avuto esiti molto diversi. In alcuni casi si sono tradotti in esperienze significative, capaci di fondere sapientemente materiali locali, tipologie tradizionali e linguaggio liturgico. In altri, si sono limitati a un travestimento superficiale, senza incidere realmente sul modo in cui lo spazio viene percepito, attraversato e vissuto.4

Un’architettura sacra veramente integrata alla cultura locale è quella che nasce dall’ascolto. Ascolto del territorio, delle sue logiche insediative, delle sue risorse, ma soprattutto ascolto delle persone: della loro ritualità, della loro spiritualità, della loro memoria collettiva. Solo così è possibile generare uno spazio che sia davvero ecclesiale, nel senso profondo del termine: non solo costruzione, ma corpo vivo della comunità.

Questo approccio richiede una disponibilità progettuale ad abbandonare certezze acquisite, a ripensare i paradigmi consolidati della composizione architettonica, a mettersi in una condizione di apprendimento reciproco. L’architettura, in questo contesto, smette di essere gesto autoreferenziale per diventare mediazione culturale, strumento di dialogo, atto di presenza rispettosa.

Se si desidera che una chiesa venga riconosciuta e vissuta come luogo di appartenenza e spiritualità, occorre che essa rispetti il modo di vivere il sacro, ma anche il modo locale di abitare in senso più ampio, nonché quello di relazionarsi con la natura. Questo implica, dove possibile, processi partecipativi che coinvolgano la comunità già nelle fasi iniziali di progetto.

A partire da queste premesse, si possono individuare tre orientamenti progettuali per una chiesa pensata per il contesto rurale malgascio:

a. Lo spazio aperto come centro spirituale

Nei villaggi africani, lo spazio aperto è un luogo vissuto e denso di significato. I riti religiosi, le celebrazioni, la socialità si svolgono all’aperto, in continuità con il paesaggio. Una chiesa che voglia accogliere questa sensibilità dovrebbe articolarsi come uno spazio capace di aprirsi alla natura, accogliendo luce, suoni, vento e silenzio.

b. La centralità e la circolarità

Lo spazio liturgico può trarre ispirazione dalla disposizione centripeta degli insediamenti, organizzandosi intorno a un centro simbolico, più che lungo un asse processionale. In questo modo, si rafforza il senso di partecipazione e appartenenza collettiva.

c. La permeabilità e la pluralità degli accessi

I percorsi nei villaggi non seguono geometrie fisse: si formano nel tempo, secondo necessità e abitudini. Analogamente, la chiesa può essere concepita come un organismo aperto, accessibile da più direzioni, senza un fronte dominante, ma in dialogo costante con il paesaggio e con i percorsi della comunità.

3. Breve racconto di un’esperienza sul campo

Il sito destinato al progetto si inserisce in un’area più ampia di proprietà della diocesi di Moramanga, che ospiterà anche una scuola, un centro sanitario, una residenza per i padri salesiani e altri edifici a vocazione sociale. Pur essendo collocata in posizione marginale rispetto al lotto complessivo, l’area riservata alla chiesa si apre verso i villaggi rurali circostanti: saranno soprattutto gli abitanti di queste realtà i principali utenti dell’edificio sacro.

Il vescovo, mons. Rosario Vella, figura di riferimento nella vita religiosa e sociale della regione, ha voluto fortemente questa iniziativa, orientandola fin dall’inizio verso un’idea di chiesa come spazio di incontro, più che di rappresentanza.

Inviato sul posto (assieme al prof. Alessandro Villari che ha coadiuvato l’iniziativa) per la redazione della documentazione fotografica e planimetrica necessaria al concorso, ho potuto osservare da vicino il contesto, i paesaggi e la quotidianità della comunità locale. È stato un lavoro tecnico che si è trasformato presto in un’esperienza di ascolto e comprensione, premessa necessaria al segno architettonico.

A tal proposito Padre Costantino Ruggeri, caposcuola della fondazione Frate Sole, così diceva:

La chiesa deve essere architettura vera, giusta, sana, della terra e del popolo tra cui nasce. Non una strana navicella spaziale approdata lì per caso.

Ed è forse proprio questo l’obiettivo più alto di un progetto come quello di Moramanga: lasciare che sia il luogo a suggerire la forma, e non imporre un linguaggio precostituito.

Conclusioni

In contesti come quello di Moramanga, progettare una chiesa non significa semplicemente disegnare un edificio sacro, ma confrontarsi con un sistema di valori spaziali, culturali e simbolici profondamente diversi da quelli occidentali. Qui, lo spazio non è solo contenitore di funzioni, ma espressione di relazioni, di appartenenze, di vissuti quotidiani.

La sfida, per chi progetta, non è tanto quella di elaborare una forma innovativa, quanto quella di costruire un linguaggio architettonico capace di dialogare con il luogo, con le sue logiche insediative, con i materiali disponibili, con le pratiche sociali e liturgiche della comunità. Questo implica un processo di ascolto, di osservazione, ma anche di messa in discussione dei propri riferimenti progettuali.

Una chiesa, in questo contesto, è prima di tutto un nodo territoriale, un punto di riferimento riconoscibile e accessibile per chi lo raggiunge a piedi, da più direzioni, attraverso paesaggi agricoli e trame informali. È un’infrastruttura simbolica, certo, ma anche un dispositivo spaziale che deve funzionare, accogliere, proteggere, rappresentare.

Il valore di un’architettura sacra, oggi più che mai, non risiede nella sua monumentalità – che spesso la rende estranea al contesto, ma nella sua capacità di appartenere, di aderire alle condizioni ambientali, culturali e sociali in cui si inserisce. In questo senso, ogni scelta progettuale — dalla disposizione planimetrica al disegno della copertura, dalla scelta dei materiali alla definizione degli accessi — è anche una presa di posizione critica sul ruolo che l’architettura può (e deve) giocare nei processi di trasformazione territoriale di contesti fragili quale è quello malgascio.

NOTE

  1. Young Architects Competition. ↩︎
  2. Arecchi, A. (1998). Abitare in Africa.  Architetture, villaggi e città nell’Africa subsahariana dal passato al presente. (pp.26-27). Milano: Mimesis, Liutprand. ↩︎
  3. La capanna è solo uno degli elementi che compongono la casa, come lo è una stanza nel nostro immaginario. La casa, che in molte aree dell’Africa Occidentale è chiamata Concessione, è uno spazio articolato e recintato, composto da varie unità identificabili nelle capanne (per il capofamiglia, per le mogli, per i figli ecc.), nei depositi per gli alimenti, nei cortili, nei luoghi di preghiera e in altre strutture raggruppate attorno ad una corte interna. La corte, spesso caratterizzata dalla presenza di un grande albero dal forte significato simbolico, è il cuore sociale del gruppo familiare allargato che abita la concessione stessa: nel suo interno si esplicano tutte le attività di gruppo: dalla preparazione del cibo ai lavori artigianali e alla socializzazione. La casa è dunque un insieme relazionato di spazi chiusi e di spazi aperti […]. Ciò che noi comunemente chiamiamo villaggio: un gruppo di capanne raccolte da un recinto è dunque la concessione, cioè la casa comune di tutto il gruppo familiare. l villaggio è l’unione di diverse concessioni. Nucifora, S. (2022). 10 VTC in Senegal, (pp.41-43). Roma: Aracne. ↩︎
  4. Interessante è l’articolo di Leonardo Servadio apparso sulle pagine web del quotidiano “Avvenire”, in cui si dibatte a proposito del tema della inculturazione nel progetto delle chiese in Africa rurale e si fa un breve elenco di progetti. A questi aggiungerei quello della “Rural Church / Community Hall”, progettata nel 2017 per il villaggio di Chimphamba in Malawi (2017) dallo studio sudafricano A4AC Architects, la cui forma cilindrica richiama le strutture circolari tradizionali utilizzate nella comunità (muri protettivi per alberi giovani, pollai intrecciati, silos. L’edificio, certamente di scala ridotta rispetto quello che dovrà essere realizzato a Morarano, è stato costruito dalla comunità stessa con mattoni locali, e integra soluzioni passive come un sistema di ventilazione naturale basato su un camino solare. https://www.avvenire.it/agora/pagine/nuove-chiesa-africa ↩︎

Sebastiano Nucifora

Architetto, PHD, dal 2004 è ricercatore in Disegno presso il dAeD dell’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria. Si occupa di Rilievo e Rappresentazione della Città, con particolare attenzione al ruolo che hanno gli elementi non visibili dei luoghi urbani. 

Docente, dal 2019 al 2023, del corso di “Analisi e Rappresentazione dei modelli abitativi urbani e rurali nei PVS”, si interessa, dal 2010, del rapporto tra architettura e cooperazione. Dal 2014 al 2022 è stato responsabile degli Atelier di di laurea “Architetture per i PVS”, le cui tesi hanno ricevuto, negli anni, riconoscimenti nazionali e internazionali (tra cui il Premio Frate Sole 2019). È stato, dal 2018 al 2022, delegato alla Cooperazione internazionale del dAeD (già dArTe) e ha svolto incarichi di Visiting Professor presso l’Institute Polytechnique Panafricain (IPP) di Dakar in Senegal. Ha effettuato ricerche e svolto attività professionale “pro bono” in molti paesi africani, tra cui la Tanzania, il Senegal, il Ghana, il Kenya e il Rwanda. Attualmente è impegnato nella progettazione di edifici comunitari e di servizio per conto della diocesi di Moramanga, in Madagascar, dove, su incarico della Fondazione Frate Sole di Pavia, ha svolto attività di documentazione e consulenza per l’organizzazione del Concorso di idee Moramanga Church, nel quale è anche membro della giuria internazionale. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni sull’Architettura nei paesi africani in via di sviluppo, tra cui Koulikoro. Storia, paesaggi, città e architetture lungo la ferrovia del Sahel. Aracne 2023.

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