arch. Giuseppe Maria Jonghi Lavarini
Direttore Responsabile CHIESA OGGI

Vi sono luoghi che, pur attraversando il tempo e i cambiamenti della società, continuano a interpretare con intelligenza e generosità la propria missione. La chiesa dei Santi Nereo e Achilleo a Milano ne è un esempio significativo.
Voluta dal Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster in un’epoca in cui la città si espandeva verso nuove periferie, nacque come grande santuario immerso nel verde, punto di riferimento spirituale in un contesto ancora aperto, quasi un grande parco urbano.
Attorno ad essa, negli anni, Milano è cresciuta. I prati hanno lasciato spazio ai condomini, il paesaggio si è trasformato in una distesa di cemento e nuove esigenze hanno ridisegnato il volto del quartiere.
Eppure questa comunità non si è limitata a custodire la memoria del proprio passato.
Ha saputo leggere i segni dei tempi e riconoscere la vocazione che il territorio le chiedeva oggi.
La vicinanza all’Istituto Nazionale dei Tumori e ad altre importanti strutture sanitarie ha fatto emergere un bisogno concreto e spesso silenzioso: quello dell’accoglienza per i familiari dei malati, costretti a lunghi periodi di permanenza lontano da casa.
Così, in un esempio concreto di rigenerazione che unisce carità, architettura e visione pastorale, gli ampi spazi dei matronei della grande chiesa, non più utilizzati secondo la loro funzione originaria, sono stati trasformati in alloggi temporanei destinati ai parenti dei degenti. Un patrimonio esistente che ritrova vita e significato, mettendosi al servizio delle persone più fragili.
Non si tratta semplicemente di un intervento edilizio o funzionale.
È la dimostrazione di come un edificio ecclesiale possa continuare a essere luogo di prossimità, di accoglienza e di speranza. Dove un tempo vi erano spazi inutilizzati, oggi trovano conforto famiglie che vivono il peso della malattia e dell’incertezza.
Dove sembrava esserci solo una struttura da conservare, emerge invece una comunità capace di innovare senza tradire la propria identità.
La vicenda dei Santi Nereo e Achilleo ci ricorda che il recupero del patrimonio non è mai soltanto una questione di muri e restauri.
È la capacità di riconoscere i bisogni del presente e di dare nuova vita agli spazi affinché continuino a svolgere la loro missione. Una lezione preziosa per tutta la Chiesa e per quanti credono che la rigenerazione del costruito debba sempre partire dalla rigenerazione delle relazioni umane.
Da questa esperienza nasce una riflessione più ampia sul valore del patrimonio esistente e sulla responsabilità che abbiamo nel custodirlo e trasformarlo in una risorsa viva per le comunità di oggi e di domani.
In un tempo segnato da profonde trasformazioni urbanistiche, demografiche e sociali, il tema del recupero del patrimonio esistente assume un valore che va ben oltre la semplice conservazione edilizia. Esso rappresenta una delle grandi sfide culturali del nostro tempo e, per la comunità ecclesiale, un’opportunità straordinaria di testimonianza, responsabilità e visione.
L’Italia possiede un patrimonio architettonico e religioso unico al mondo. Chiese, monasteri, oratori, complessi parrocchiali, edifici storici e spazi comunitari costituiscono una trama diffusa che racconta secoli di fede, arte, solidarietà e costruzione del bene comune. Tuttavia, molti di questi luoghi oggi affrontano problemi di degrado, sottoutilizzo o abbandono, conseguenza dei cambiamenti sociali e della diminuzione delle risorse disponibili.
Di fronte a questa realtà, la risposta non può essere la rassegnazione.
Recuperare significa anzitutto riconoscere il valore di ciò che abbiamo ereditato. Significa comprendere che il patrimonio costruito non è un peso da sostenere, ma una risorsa da rigenerare. Ogni intervento di recupero è un atto di responsabilità verso la memoria delle generazioni passate e verso quelle future.
La cultura dello scarto, che troppo spesso caratterizza anche il settore edilizio, ci spinge a sostituire anziché valorizzare, a demolire anziché recuperare. Al contrario, il recupero del patrimonio esistente interpreta in modo concreto i principi della sostenibilità ambientale. Riqualificare un edificio significa ridurre il consumo di suolo, limitare l’impiego di nuove risorse, diminuire le emissioni legate alle nuove costruzioni e contribuire alla tutela del paesaggio, bene comune di tutti.
Per la Chiesa, inoltre, il recupero non è soltanto una questione tecnica o economica. È una scelta pastorale. Gli edifici ecclesiali non sono semplici contenitori, ma luoghi di incontro, di preghiera, di educazione e di servizio. Restituire vita a una chiesa, a una canonica o a un complesso parrocchiale significa spesso restituire centralità a una comunità, offrire nuovi spazi per la carità, la cultura, la formazione e l’accoglienza.
In questo contesto assume particolare rilevanza il dialogo tra competenze diverse: architetti, ingegneri, restauratori, imprese, amministratori pubblici, enti ecclesiastici e comunità locali. Il recupero richiede una visione integrata nella quale la qualità progettuale si coniughi con la sostenibilità economica e con la capacità di rispondere ai bisogni reali delle persone.
Occorre inoltre superare una concezione meramente conservativa del patrimonio. Conservare non significa cristallizzare. Significa, piuttosto, interpretare il passato per renderlo capace di parlare al presente. Le nuove destinazioni d’uso compatibili, l’innovazione tecnologica, l’efficientamento energetico e l’accessibilità possono e devono convivere con il rispetto dell’identità storica e spirituale dei luoghi.
Le risorse messe a disposizione dall’Unione Europea, dagli strumenti nazionali e dalle fondazioni rappresentano un’opportunità importante, ma non sufficiente. Serve soprattutto una cultura del progetto, capace di trasformare il patrimonio esistente in motore di sviluppo sociale, culturale ed economico.
Come CHIESA OGGI, crediamo che il futuro delle nostre città e delle nostre comunità passi anche attraverso la capacità di prendersi cura di ciò che già esiste. Recuperare significa rigenerare, custodire e innovare. Significa trasformare la memoria in futuro. Significa dare nuova vita a luoghi che continuano a raccontare la bellezza del Vangelo attraverso l’arte, l’architettura e la presenza viva delle comunità.
La vera modernità non consiste nel costruire sempre qualcosa di nuovo, ma nel saper riconoscere il valore di ciò che abbiamo ricevuto e nel renderlo nuovamente fecondo per il bene di tutti. Questo è il compito che ci attende. Ed è una responsabilità che non possiamo delegare.
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