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Terremoto del Friuli, cinquant’anni dopo: ricostruire le chiese significa ricostruire comunità

⏱ Tempo di lettura: 3 minuti

A cinquant’anni dal terremoto del 1976, la ricostruzione del patrimonio ecclesiale friulano torna a essere materia di progetto. Non soltanto memoria storica, ma un caso ancora attuale per architetti, restauratori, ingegneri e professionisti impegnati nell’edilizia di culto.

È questo il tema di «Ri-edificare. L’architettura ecclesiale: ristrutturazione, restauro, ricostruzione», convegno promosso dall’Arcidiocesi di Udine domenica 13 settembre a Venzone. I numeri restituiscono la dimensione dell’intervento seguito al sisma: 114 chiese distrutte, 234 gravemente danneggiate e altre 484 lesionate, oltre a campanili, canoniche e strutture parrocchiali. La Soprintendenza prese in carico 331 chiese, mentre l’Arcidiocesi ne ricostruì 57 ex novo.

Il Duomo di Venzone: articolo tratto da https://www.lavitacattolica.it/chiese-la-lezione-del-terremoto-convegno-a-venzone-il-13-settembre/

Per chi oggi progetta e interviene sul patrimonio ecclesiastico, l’esperienza friulana pone almeno tre questioni ancora aperte: che cosa significa conservare, quanto sia legittimo ricostruire ciò che è andato perduto e come un edificio recuperato debba tornare a essere pienamente utilizzabile dalla comunità e dalla liturgia contemporanea.

Venzone e Gemona rappresentano, da questo punto di vista, due veri laboratori. Il celebre processo di ricomposizione del Duomo di Venzone mostra come il restauro possa confrontarsi contemporaneamente con materia autentica, memoria della distruzione e riconoscibilità dell’architettura. Ma il convegno allargherà lo sguardo anche alle chiese costruite dopo il terremoto, interrogandosi su come siano cambiate nel tempo le esigenze liturgiche e su come gli edifici realizzati allora possano essere riletti oggi.

È forse questo l’aspetto più interessante per il professionista contemporaneo: il patrimonio ecclesiale non può essere considerato soltanto come patrimonio monumentale. Una chiesa è insieme bene culturale, organismo edilizio, spazio liturgico e luogo identitario. Restauro architettonico, consolidamento strutturale, adeguamento liturgico e vita della comunità non sono quindi discipline sovrapposte a posteriori, ma parti di un unico processo progettuale.

Il cosiddetto “Modello Friuli” offre inoltre una lezione che supera la tecnica. La ricostruzione coinvolse istituzioni, Soprintendenza, Genio civile, diocesi, amministrazioni locali, sacerdoti e cittadini. Come ricorda mons. Sandro Piussi, fu anche una forma di «edilizia sociale»: ricostruendo gli edifici, le comunità ricostruivano il proprio futuro.

Da qui una riflessione utile anche per gli interventi di oggi: ri-edificare non significa necessariamente rifare ciò che c’era prima. Significa comprendere che cosa debba essere conservato, che cosa possa essere trasformato e quale relazione il progetto debba ristabilire tra architettura, liturgia, memoria e comunità.

Il programma di Venzone mette significativamente attorno allo stesso tavolo competenze ecclesiali, liturgiche, architettoniche, strutturali, archivistiche e di tutela. È probabilmente questa la principale eredità professionale della ricostruzione friulana: davanti a un edificio di culto, il buon progetto nasce dall’integrazione delle competenze prima ancora che dalla soluzione formale.

Per programma, relatori e approfondimenti si rimanda all’articolo originale «Ri-edificare. L’architettura ecclesiale: ristrutturazione, restauro, ricostruzione».

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