La riapertura della Cava Pontrelli ad Altamura rende accessibile un patrimonio eccezionale, ma riporta l’attenzione sulla fragilità delle impronte. Una vicenda che invita a distinguere tra intervento puntuale e conservazione nel tempo, anche nella gestione dei beni ecclesiastici.
La Cava Pontrelli di Altamura torna ad accogliere visitatori con un ciclo di visite guidate gratuite, promosso dal Comune e realizzato con il coinvolgimento del Cars. L’iniziativa, prevista nei fine settimana fino al 6 dicembre 2026, offre l’occasione di conoscere un giacimento paleontologico di grande rilievo: oltre 20 mila impronte, attribuite a più di 200 esemplari di almeno cinque specie, su una superficie di 18 mila metri quadrati. Le tracce risalgono a circa 70 milioni di anni fa.
Ma l’accessibilità non coincide con la tutela. Nel 2020, interventi urgenti di protezione e conservazione avevano riportato alla luce migliaia di orme, restituendo percorsi leggibili e immagini nitide. Quei lavori sono costati 769.791,23 euro. Oggi, riferisce la cronaca, gran parte della paleosuperficie è tornata a essere coperta dai detriti e le impronte risultano difficili da distinguere. L’articolo segnala inoltre l’assenza di una copertura. Non offre, invece, elementi sufficienti per ricostruire nel dettaglio le cause tecniche del deterioramento o le responsabilità della gestione successiva: è importante non trasformare una constatazione in una diagnosi.
La lezione, dunque, non è che ogni intervento sia inutile, ma che un cantiere, da solo, non garantisce la durata dei risultati. Alla protezione iniziale devono accompagnarsi monitoraggio, manutenzione e decisioni coerenti con la vulnerabilità del bene. Sono attività meno visibili dell’inaugurazione o della riapertura, ma decisive per evitare che il patrimonio torni rapidamente illeggibile.
Il parallelo con gli edifici di culto è una chiave di lettura, non un fatto raccontato dalla vicenda di Altamura. Chiese, complessi parrocchiali e opere d’arte richiedono conoscenza dello stato di conservazione, programmazione degli interventi e continuità nella cura. Per parroci e responsabili diocesani, questo significa considerare la manutenzione parte della responsabilità verso la comunità e verso ciò che è stato tramandato, non un adempimento da rinviare. Per architetti e tecnici, significa tenere insieme progetto, uso e conservazione, rispettando la materia e il contesto. La tutela del creato e dei beni culturali passa anche da questa attenzione concreta: riconoscere il valore ricevuto e predisporre cure proporzionate, prima che il degrado renda più difficile e costoso intervenire.
