Nella Cappella Clementina di San Pietro, il restauro della cupola ha riportato in evidenza mosaici, stucchi e dorature. Un cantiere che, oltre a conservare la decorazione, ha rivelato dettagli esecutivi e tracce di manutenzioni passate.
A San Pietro, lontano dalla cupola che più immediatamente richiama il nome di Michelangelo, la Cappella Clementina custodisce una decorazione di grande raffinatezza. Il restauro condotto dallo Studio del Mosaico Vaticano ha interessato i 371 metri quadrati della cupola, realizzata in mosaico tra il 1601 e il 1604 su cartoni di Cristofano Roncalli, detto il Pomarancio. La calotta, divisa in otto spicchi da elementi in stucco dorato, sviluppa un programma iconografico con figure e simboli mariani.
La campagna è stata avviata dopo una criticità segnalata nel 2008 e messa in sicurezza nel 2015. Un ponteggio su nove livelli ha permesso di raggiungere la superficie e affrontare depositi, efflorescenze saline, tessere mobili, distacchi e disgregazioni. L’intervento ha seguito criteri di reversibilità, compatibilità e minimo intervento, procedendo dalla messa in sicurezza alla pulitura e al consolidamento. Il lavoro ha coinvolto anche stucchi e dorature, in una collaborazione fra mosaicisti, restauratori e stuccatori.
La vicinanza ha consentito osservazioni difficili da compiere dal pavimento della Basilica. Alcune tessere misurano appena tre o quattro millimetri per lato: una scelta che permetteva di ottenere gradazioni cromatiche e sfumature, soprattutto negli incarnati. Sono stati rilevati anche dislivelli in alcune figure, che hanno portato a formulare l’ipotesi che parti della decorazione fossero preparate in laboratorio e poi applicate sulla cupola. L’ipotesi, riferisce la fonte, non è ancora confermata da documenti d’archivio.
Il cantiere ha inoltre restituito scritte a matita lasciate da addetti della Fabbrica di San Pietro tra Settecento e Ottocento: annotazioni su puliture, dorature e ore di lavoro, una testimonianza concreta della manutenzione nel tempo. Oggi la documentazione del restauro è stata raccolta anche con un sistema BIM, che collega fotografie, mappature e informazioni sugli interventi alla loro posizione sulla superficie.
Per le comunità, la vicenda offre una riflessione sul valore dei dettagli: anche uno spazio appartato può custodire qualità artistiche e memoria. Non è un modello da trasferire senza considerare condizioni e competenze locali, ma un invito a progettare la cura con continuità. Nelle chiese grandi e piccole, il dialogo tra comunità, parroco, architetto e specialisti può aiutare a individuare ciò che merita di essere conservato e a programmare interventi rispettosi dell’opera.
