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Cremona, dopo il nubifragio la sfida è prevenire: il patrimonio storico ha bisogno di una regia permanente

⏱ Tempo di lettura: 4 minuti

Il nubifragio del 28 agosto ha ferito la Cattedrale di Cremona, danneggiando il torrino della facciata settentrionale, la copertura del transetto nord e il grande rosone della facciata principale. La risposta della comunità è stata immediata e dalla volontà di partecipare al recupero è nata la raccolta fondi “Ripartiamo e ricostruiamo”.

Ma accanto alla necessità di ricostruire, CHIESA OGGI propone una riflessione ulteriore: possiamo trasformare ogni incidente in conoscenza utile per prevenire il successivo?

Un nubifragio di particolare intensità non può essere impedito e la sua esatta evoluzione non può essere prevista. Questo, però, non significa che il rischio sia completamente imprevedibile. Possiamo conoscere meglio gli edifici, studiarne le vulnerabilità, controllarne sistematicamente lo stato di conservazione e prepararli ad affrontare eventi eccezionali.

È qui che la manutenzione del patrimonio storico deve evolvere in un vero modello di prevenzione.

Prevenire può costare molto meno che ricostruire

Dopo il nubifragio, a Cremona è stato necessario mettere immediatamente in sicurezza il torrino grazie all’intervento dei Vigili del Fuoco. La caduta dei materiali ha danneggiato anche la copertura del transetto, rendendo necessario un ponteggio per riparare il tetto ed evitare infiltrazioni che potrebbero raggiungere gli affreschi sottostanti.

Per il rosone si presenta un problema ancora diverso: la presenza dei preziosi affreschi cinquecenteschi impedisce l’ancoraggio di un ponteggio tradizionale. Occorre quindi progettare una struttura autosostenuta di notevoli dimensioni, prima ancora di affrontare il delicato restauro delle antiche vetrate.

È una dimostrazione concreta di quanto possa diventare complesso e oneroso intervenire dopo il danno.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto «quanto costa restaurare?», ma anche: quanto sarebbe conveniente investire ogni anno per conoscere, monitorare e ridurre preventivamente le vulnerabilità dell’edificio?

Dall’“architetto custode” a una squadra multidisciplinare

CHIESA OGGI propone da tempo un principio semplice: ogni edificio storico dovrebbe avere un architetto di riferimento, una sorta di “angelo custode” capace di seguirlo nel tempo.

Ma l’architetto non può lavorare da solo.

La complessità del patrimonio monumentale richiede una squadra multidisciplinare permanente, costruita intorno all’edificio: architetti per la conoscenza complessiva del bene e il coordinamento degli interventi; ingegneri strutturisti per leggere vulnerabilità e cinematismi; geologi e geotecnici per terreno, fondazioni e dissesti; restauratori per superfici, apparati decorativi e materiali storici; esperti di diagnostica e monitoraggio per trasformare piccoli segnali in dati misurabili; impiantisti ed esperti antincendio; tecnici della sicurezza; meteorologi e specialisti del rischio climatico e idrogeologico; oltre naturalmente ad artigiani e imprese specializzate capaci di intervenire correttamente sulla materia storica.

A queste competenze oggi possono aggiungersi sensoristica, rilievo laser scanner, fotogrammetria, termografia, monitoraggio delle fessurazioni e dell’umidità, modelli digitali e sistemi informativi capaci di costruire nel tempo una vera cartella clinica dell’edificio.

Non tecnologia fine a se stessa, ma strumenti per decidere dove, quando e quanto intervenire.

Ogni monumento dovrebbe avere un piano di prevenzione

Il passo successivo potrebbe essere ancora più concreto: dotare progressivamente chiese e complessi monumentali di un Piano di conoscenza, manutenzione e prevenzione, aggiornato periodicamente.

Non soltanto un fascicolo da consultare quando emerge un problema, ma uno strumento operativo: storia degli interventi, rilievi, vulnerabilità conosciute, fotografie periodiche, controlli delle coperture e dei sistemi di smaltimento delle acque, quadro fessurativo, condizioni delle strutture, stato degli apparati decorativi, priorità degli interventi, responsabili e procedure da attivare in caso di emergenza.

La prevenzione diventerebbe così progettualità permanente.

E anche la raccolta fondi potrebbe assumere una prospettiva nuova: non raccogliere risorse soltanto quando qualcosa è già accaduto, ma costruire fondi destinati alla manutenzione programmata e alla prevenzione.

Dalla cultura dell’emergenza alla cultura della cura

“Ripartiamo e ricostruiamo” rappresenta una risposta importante della comunità cremonese alla ferita subita dalla propria Cattedrale. Il cantiere sarà complesso e richiederà competenze specialistiche, risorse e tempo.

Ma proprio da questa esperienza può nascere un messaggio più ampio per l’immenso patrimonio ecclesiastico italiano.

Non tutti gli incidenti sono prevedibili. Molti rischi, però, possono essere studiati. Le vulnerabilità possono essere conosciute. Gli edifici possono essere monitorati. Gli interventi possono essere programmati.

Occorre quindi passare progressivamente dalla logica “danno–emergenza–raccolta fondi–restauro” a un modello diverso:

conoscenza → monitoraggio → manutenzione → prevenzione → intervento programmato.

Una rete multidisciplinare di professionisti e imprese attorno a ogni grande bene storico può rappresentare un investimento molto più sostenibile del costo economico, culturale e talvolta umano di un incidente.

Perché il vero obiettivo della conservazione non dovrebbe essere soltanto saper ricostruire bene ciò che abbiamo perduto, ma fare tutto ciò che ragionevolmente possiamo affinché quel patrimonio non venga perduto.

Approfondisci la notizia sul sito: https://www.diocesidicremona.it/oltre-5milioni-di-euro-di-danni-al-patrimonio-ecclesiastico-cremonese-dopo-il-nubifragio-del-28-agosto-15-09-2026.html

Edmondo Jonghi Lavarini

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