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L’adeguamento liturgico delle chiese: una sfida ecclesiale, culturale e progettuale 

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Don Luca Franceschini, Direttore Ufficio Nazionale 
per i Beni Culturali Ecclesiastici e l’Edilizia di Culto della CEI

Don Luca Franceschini

Più volte abbiamo messo a tema l’argomento dell’adeguamento liturgico nelle nostre chiese. Da diversi decenni ormai all’altare tridentino si è sostituito un altare rivolto verso il popolo aggiungendo un leggio per la proclamazione della Parola di Dio e una “poltrona” per la sede del Celebrante. Diverse furono le motivazioni per queste modifiche all’assetto liturgico dei presbitèri: favorire una attiva, piena e consapevole partecipazione dei fedeli, declericalizzare la Liturgia incentrata tutta sul Sacerdote celebrante, dare adeguata centralità alla proclamazione della Parola. 

Per questo scopo hanno enormemente contribuito la restituzione alla Chiesa del Lezionario e la sua redazione con una ricchezza di letture sia del nuovo che dell’antico Testamento, la riscoperta del libro dei Vangeli come “Libro” per eccellenza nella Liturgia Eucaristica, la riforma del Messale con il recupero dei vari ministeri a cominciare da quello ordinato del Diacono a quello istituito dei lettori e degli accoliti esercitati in modo concreto e assegnati a persone specifiche e non soltanto come tappa transitoria in vista dell’ordinazione sacerdotale. 

La Liturgia, tuttavia, non è solo fatta di riti, ministeri, canti e preghiere; essa richiede anche un luogo specifico che, per la sua conformazione, esprima la fede, le convinzioni, l’esperienza della comunità che in esso si raduna, così come anche le sue attese e le particolarità dei suoi gesti rituali. 

Se già all’indomani della conclusione del Concilio e della pubblicazione dei documenti come dei nuovi Libri liturgici si iniziarono a disporre in modo “ripensato” gli arredi delle chiese resta vero che ancora oggi non si è maturata una visione adeguata riguardo ai diversi poli che traduca le convinzioni teologiche e liturgiche in scelte artistiche e architettoniche pienamente conseguenti alla mens della riforma. 

Dopo diversi secoli nei quali l’ambone (il luogo della proclamazione della Parola) era scomparso perché la lettura (contenuta nel Messale e non nel Lezionario) veniva proclamata all’altare dal celebrante, ci siamo a lungo accontentati di aggiungere un leggio; sono ben poche le esperienze di amboni che rispondono in modo “adeguato” alle esigenze di dare il giusto luogo all’annuncio e alla proclamazione del Vangelo. E così ci si è accontentati di poter celebrare rivolti al popolo senza una vera e propria riflessione teologico-liturgica sull’altare con una conseguente produzione artistica ed anche architettonica “adeguata”. Insomma, cosa sia “adeguato” per la Liturgia eucaristica dobbiamo ancora scoprirlo, con il contributo sia dei teologi sia del popolo, degli artisti come degli operatori della Liturgia. 

Adeguare una chiesa significa dunque rispondere alla necessità della Chiesa di essere Lei stessa adeguata al mistero che celebra, alle indicazioni del Concilio, alle attese e alla ricerca del popolo di Dio, alla sete -talvolta silente- e al bisogno di Dio che vi è nel mondo. 

Comprese queste attese “alte” possiamo allora tentare di rispondere al dovere di studiare e realizzare degli adeguamenti liturgici che superino la sperimentazione e l’immediatezza, che propongano una forma artistica di livello “alto” così come di linguaggio contemporaneo. Contemporaneità, dunque, pur in dialogo con architetture e forme che il passato ci ha donato con il suo continuo adeguarsi ai tempi e alle riforme che la Chiesa ha sentito la necessità di porre o proporre per arginare gli errori e rafforzare la fede. 

L’adeguamento liturgico delle chiese non è dunque un aggiustamento, un abbellimento o uno sfizio di alcuni; esso è, piuttosto, parte integrante della riforma liturgica voluta dal Concilio Ecumenico Vaticano II, la cui attuazione è doverosa come segno di fedeltà alla Chiesa e alla storia. È per questo che “l’adeguamento delle chiese non si può considerare un adempimento discrezionale né lo si può affrontare secondo modalità del tutto soggettive.” 

Particolare centralità rivestono gli interventi riguardanti le Cattedrali non solo per l’importanza storico artistica, sociale ed urbanistica di questi storici edifici, bensì, in particolare, per il rilievo liturgico ed ecclesiale che la chiesa del Vescovo ha per tutta la diocesi e per tutte le altre chiese e comunità del territorio che al Vescovo si riferisce e alla cui cura è affidato. Infatti “la cattedrale si può considerare la chiesa madre di tutte le altre chiese di una diocesi in quanto sede della cattedra del magistero episcopale. Essa è anche il loro modello in quanto centro principale di culto della diocesi…in essa si conservano le memorie e le tradizioni storiche della Chiesa locale…” La nota pastorale “L’adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica” ricorda come la Cattedrale sia patrimonio di storia, di arte, di devozione, di simboli ma al tempo stesso ambiente vitale, segnato dai modelli di comportamento e dalle attività di coloro che la vivono, la frequentano o la visitano. 

Il progetto di adeguamento liturgico della chiesa Cattedrale si presenta pertanto come necessario e in qualche modo prioritario per l’intera diocesi, dovendo servire come esempio per gli altri casi di adeguamento. 

È in questo contesto che l’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto ha favorito lo studio e l’approfondimento della conoscenza delle cattedrali delle diocesi italiane. 

l nostro Ufficio nazionale ha promosso alcuni bandi nazionali volti a promuover, accompagnare ed anche finanziare, grazie ai fondi dell’8xmille, progetti di adeguamento liturgico nelle Cattedrali italiane. 

Ovviamente gli esiti e l’evolversi di queste procedure suggeriscono alcune riflessioni innanzitutto sulla difficoltà che nelle diocesi si riscontrano talvolta nel coinvolgimento e nella maturazione della committenza del progetto per un intervento per nulla scontato e sicuramente motivo di una sfida culturale, artistica ed ecclesiale di grande rilievo. Hanno mostrato una più alta capacità nell’affrontare il concorso, le Diocesi che già avevano in corso lavori o progetti di restauro globale della Cattedrale e l’iter ha trovato le vie giuste per il suo svolgimento lì dove vi era una maggiore convinzione e motivazione sin dall’inizio del processo. 

Si tratta, in definitiva, di un interessante e coinvolgente tracciato di esperienza ecclesiale non solo per le diocesi coinvolte ma per tutta la Chiesa italiana all’interno di un cammino di riflessione e crescita, confronto e condivisione di buone pratiche. 

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