di Mario Mossa, giornalista

Il sole doveva ancora levarsi quando i bambini lasciarono la Cattedrale per ridiscendere a scuola, a Santa Maria Maddalena, da dove il borgo medievale vedeva solo il mare, l’Asinara e la Corsica, se l’aria era sgombra, fredda e limpida. Sotto le volte del Sant’Antonio Abate echeggiavano ancora le note gregoriane del Regina Coeli, che le voci bianche avevano eseguito sui suoni piani e morbidi del vecchio organo a canne, comandato dalle mani di Pedro De Oliveri.
Il maestro Proveniva da Sassari da una lunga formazione appresa dai gesuiti, nel 1615 era stato chiamato nell’antica Rocca di Castel Aragonese, che fu già di Castel Genovese, dai canonici di Ampurias. Il giovane De Oliveri fu il primo maestro di cappella ingaggiato stabilmente, col compito di insegnare canto e musica agli scolari, impegnati ad apprendere anche grammatica e latino da un altro maestro.
Meno di vent’anni dopo, nel 1633, il Capitolo dei Canonici si ritrovò davanti al dilemma sulla sorte del vetusto maestoso strumento, la cui vita aveva varcato da poco il secolo. Occorreva decidere se valesse la pena di restaurarlo o fosse venuto il momento di impegnare più cospicue risorse per farne uno nuovo.
Si concluse che la strada più ragionevole conducesse al secondo esito. Il cammino fu però tutt’altro che breve. L’organo avrebbe accompagnato la liturgia per quasi un secolo ancora, conoscendo molti altri maestri di cappella e un esercito di scolari prima di scomparire per far posto a un nuovo strumento.
L’ora del cambiamento scoccò soltanto nel secondo decennio del Settecento, poco tempo prima della fine della dominazione aragonese, durata più di 250 anni, quando i nuovi padroni, i Savoia, cambiarono il nome del borgo in Castelsardo.
Nel 1717 morì il vescovo Diego Serafino Posulo, del cui ragguardevole patrimonio entrarono in possesso i canonici. Così si poté dar corso finalmente alla volontà espressa, quasi un secolo prima.

Il nuovo organo
Il programma previde la ristrutturazione dell’intera cattedrale. I lavori si conclusero con una rapidità degna di nota e compresero la realizzazione del nuovo organo. Tutto si compì fra il 1725 e il 1727. Venne costruita anche una nuova cantoria in pietra sulla quale alloggiare lo strumento.
Il fabbriciere Juan Carta affidò la realizzazione dell’organo a canne al frate minore osservante del convento di Sorso Juan Antonio Spensatello che si fece aiutare dal fratello Leonardo, anch’egli frate.
Per gli ornamenti della cassa, in particolare le dorature, fu ingaggiato l’artista sassarese Antonio Colli, già impegnato nella costruzione del pulpito. Questi era un intraprendente mercante d’arte, così che, nel 1628, portò da Napoli due quadri da vendere al Capitolo.
Il congegno
La complessità dell’anima di un organo a canne è apprezzabile solo in parte da occhi frettolosi e non educati. La tecnica con la quale fu realizzato il nostro lo colloca fra gli organi positivi napoletani. Fu pensato come uno strumento a canne tipico della scuola organaria partenopea, in auge nel XVIII secolo, influenzata da famiglie come i Cimino, i De Martino e i Rossi. Le sue dimensioni secondo quella tradizione non sono grandissime. L’organo dispone di una tastiera di 45 elementi, diatonici e cromatici, e di una raffinata meccanica che permette l’azionamento del mantice e la regolazione del suono.
Lo strumento di Castelsardo è caratterizzato da una cassa lignea policroma e dal prospetto anteriore che mostra soltanto le canne maggiori, disposte a cuspide. Il maestro poteva suonarlo con una sola mano, la destra, mentre la sinistra era destinata a manovrare il mantice. Il congegno dispone di un numero e una varietà di registri tali da essere degni di considerazione e di stupore, perlomeno in chi non sia un profondo conoscitore. Il registro principale è costituito da canne in legno, mentre le altre, in stagno, creano diverse sonorità. In quanto organo positivo, questo della Cattedrale di Ampurias è uno strumento versatile, utilizzato sia per accompagnare il canto che per l’esecuzione di brani solistici. La sua melodia non è poi così lontana da quella del più noto organo di Domenico Antonio Rossi, organaro della Regia Cappella di Sua Maestà, che lo realizzò a Napoli nel 1785.
L’organo di Castelsardo è composto da 487 canne, disposte in diversi ordini e dimensioni. Per i tasti sono stati impiegati il bosso e l’ebano.
L’elenco dei registri rende l’idea di come quest’ organo possa apparire da solo un’orchestra, spaziando dalla voce umana al flauto: in quindicesima, diciannovesima o ventiduesima.
Per quindicesima, ad esempio s’intende un tipo di registro “ad anima” dal quale sorge un suono di un’ottava e una quinta sopra la nota premuta. Lo stesso procedimento vale anche per formare le altre due combinazioni. Questo registro conferisce all’organo un timbro brillante e penetrante.
Il ventaglio di registri non termina qui. Per completare il quadro bisogna aggiungere il cornetto, i bassi e soprani – solo voce umana- e infine fra accessori ed effetti non possono essere messi da parte l’usignolo, il rullante e la zampogna a due, azionata da manette a incastro.

L’ultimo restauro e l’inaugurazione


Sono passati 300 anni dal battesimo del “nuovo organo”. Un’età ragguardevole anche per una creatura uscita da mani esperte. Dopo tanti, negli ultimi130 sono stati eseguiti ancora tre restauri, compreso quello terminato quest’anno.
Nel 1894 intervenne l’organaro toscano Paoli. Passa quasi un secolo prima che l’organo di Sant’Antonio venga consegnato alle cure dell’aquilano Augusto Bevilacqua. Era il 1990.
L’ultimo, voluto da don Francesco Tamponi, Direttore dell’Ufficio Beni Culturali Ecclesiastici della Diocesi di Tempio- Ampurias, iniziato il 12 dicembre del 2020, ha avuto termine il 28 febbraio scorso. Il complesso lavoro è stato seguito da una equipe composta dai tecnici della ditta Arte Organaria Sarda di Roberto Palmas, uno dei due maestri sardi in attività, depositario dei segreti dell’arte organaria isolana; da Davide Murgia che ha eseguito l’accordatura dell’antico organo e dal Maestro Ugo Spanu che ha effettuato il collaudo e la schedatura SMO per la CEI. Rimane sorprendente, che a fronte della complessità dell’intervento descritto, sia stata impiegata una somma appena inferiore a 50 mila euro, suddivisi tra la quota messa a disposizione dalla diocesi di Tempio-Ampurias e l’altra dalla CEI.
L’ultimo capitolo della storia plurisecolare degli organi a canne di Castelsardo è stato scritto pochi mesi prima della Giornata Nazionale dell’Architettura Sacra e Acustica. Un evento organizzato a Genova, a cura di UNBCE e CEI, ai primi di giugno. Una fortunata coincidenza non solo per il tema, ma anche per i legami fra il capoluogo ligure e il piccolo borgo sferzato dal maestrale, stretti dal più famoso tra i Doria, Brancaleone, che nel 1282, avendone fatto una rocca fortificata volle fosse chiamato Castel Genovese.
Per celebrare, con la giusta risonanza, la conclusione delle ultime cure, il vescovo mons. Roberto Fornaciari ha deciso che l’inaugurazione avvenga in autunno e culmini con un grande concerto d’organo. L’Ordinario si troverà a indossare la duplice veste, voluta da un’antica tradizione, di vescovo di Tempio-Ampurias e parroco della Cattedrale di Castelsardo. Il vero padrone di casa.
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