Proteggere il patrimonio significa conoscerne le stratificazioni, accettarne la complessità e trasformare ogni scoperta in una possibilità per il futuro. Con Laura Casadei, archeologa e fondatrice di KORA Srl, scopriamo perché l’archeologia può diventare uno dei pilastri del progetto contemporaneo.
Sotto di noi vive ancora tutto
Ogni luogo può nascondere una storia che nessuno conosce più. È forse questa la prima e più affascinante lezione dell’archeologia. Laura Casadei lo racconta attraverso un’attività professionale iniziata come libera professionista e sviluppatasi, dal 2007, anche nell’ambito delle grandi infrastrutture. Uno dei passaggi fondamentali è stato il lavoro sulla Quadrilatero Marche-Umbria, un sistema infrastrutturale di circa 160 chilometri. Gli scavi hanno portato all’individuazione di decine di siti archeologici appartenenti a epoche differenti. Tra i ritrovamenti che Casadei ricorda con maggiore emozione ci sono gli abitati e le necropoli dell’età del Ferro di Colfiorito, Camerino e Matelica, con capanne, tombe, fossati anulari, tumuli e fosse di deposito. L’archeologia restituisce così una dimensione verticale del territorio: camminiamo sopra una successione di vite, insediamenti e trasformazioni che il paesaggio contemporaneo spesso non lascia più percepire.
Scavare significa conoscere prima d’intervenire
La profondità alla quale si trova una testimonianza archeologica non è prevedibile. Può essere a quaranta centimetri oppure a diversi metri, in funzione della morfologia, dei versanti e dei depositi accumulatisi nei secoli. Casadei ricorda, per esempio, l’individuazione di testimonianze paleolitiche durante uno scavo particolarmente profondo per una condotta idrica: senza quell’opera probabilmente nessuno avrebbe cercato proprio lì. È un aspetto importante anche per architetti e progettisti. Gran parte delle nuove scoperte avviene oggi proprio durante la realizzazione di strade, ferrovie, condotte e infrastrutture. Il cantiere contemporaneo diventa involontariamente uno strumento di conoscenza del territorio. E quando emerge qualcosa, occorre comprendere, documentare e valutare prima di proseguire. Il progetto non incontra semplicemente un ostacolo: incontra una parte della storia del luogo.
Ogni scoperta modifica il progetto
L’archeologo non decide autonomamente cosa conservare e cosa rimuovere. Opera sulla base delle prescrizioni della Soprintendenza e all’interno di un processo nel quale ogni rinvenimento costituisce un caso specifico. Una traccia costituita dai buchi di fondazione di una capanna dell’età del Ferro può essere scavata e documentata completamente; un pavimento, un muro romano o una struttura medievale possono invece richiedere soluzioni differenti. Talvolta è possibile proteggere il manufatto, ricoprirlo e proseguire l’opera a una quota superiore; in altri casi occorre modificare il progetto. Casadei racconta anche lo smontaggio di circa diciassette metri di un antico condotto che interferiva con la realizzazione di una galleria: le pietre sono state numerate, fotografate, documentate e accantonate in attesa di stabilirne la futura sistemazione. È qui che archeologia e progettazione si incontrano davvero: proteggere non significa necessariamente immobilizzare, ma trovare la soluzione capace di permettere al patrimonio di resistere alla trasformazione.
Dallo scavo nasce nuovo patrimonio
Quell’antico condotto offre anche una possibile risposta alla domanda più importante: cosa accade dopo la scoperta? Casadei racconta che sono in corso interlocuzioni con il Comune per valutare la ricostruzione di almeno una parte del manufatto e inserirla in un percorso pedonale, accompagnandola con pannelli capaci di raccontarne la configurazione originaria e il ritrovamento. È un passaggio fondamentale. Un reperto estratto dal terreno, se rimane confinato in un deposito, conserva certamente il proprio valore scientifico ma perde una parte della propria capacità di parlare alla comunità. Ricollocarlo, interpretarlo e raccontarlo significa invece reinventarne la funzione senza falsificarne la storia. Anche una piccola testimonianza può diventare elemento identitario, dispositivo didattico, occasione di turismo culturale e punto di partenza per la rigenerazione di un territorio.
Il passato appartiene davvero tutti
Il messaggio che Laura Casadei affiderebbe idealmente al futuro è semplice: comprendere che i beni archeologici sono realmente un bene comune, «un patrimonio di ognuno di noi». L’archeologo viene ancora percepito troppo spesso come colui che ferma il cantiere, allunga i tempi o aumenta i costi. Occorre rovesciare questa prospettiva. L’indagine archeologica deve essere considerata una componente del processo di trasformazione, esattamente come le altre competenze necessarie alla qualità e alla sicurezza di un intervento. Per CHIESA OGGI questo principio assume un valore particolare davanti alla fragilità del patrimonio storico ed ecclesiastico italiano. Proteggere significa conoscere; rinnovare significa comprendere ciò che esiste; resistere significa non perdere la memoria; reinventare significa restituirle una funzione contemporanea. L’archeologia è uno dei pilastri sui quali architetti, restauratori e comunità possono appoggiarsi per continuare a costruire futuro.
a cura di Edmondo Jonghi Lavarini
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