Dopo anni di chiusura, la chiesa di Borromini torna accessibile con visite gratuite, celebrazioni e una programmazione musicale. Il restauro ha interessato l’edificio, gli stucchi e la pala d’altare: una restituzione che intreccia tutela, funzione liturgica e uso pubblico.
Nel cuore del rione Sant’Eustachio, la riapertura di Sant’Ivo alla Sapienza rende nuovamente accessibile uno dei luoghi più riconoscibili dell’architettura barocca romana. La chiesa, progettata da Francesco Borromini come cappella dell’antica Università di Roma, era rimasta chiusa per anni. La sua restituzione al pubblico è stata presentata come esito di una collaborazione tra la Direzione generale Archivi del Ministero della Cultura, l’Archivio di Stato di Roma, la Diocesi e il Touring Club Italiano.
L’intervento, condotto dalla Soprintendenza Speciale di Roma e finanziato con fondi PNRR del programma Caput Mundi, ha riguardato l’interno e l’esterno dell’edificio e il restauro delle superfici decorate in stucco. Un secondo intervento ha interessato la pala d’altare di Pietro da Cortona, ricollocata dopo il consolidamento della tela e dell’intelaiatura e il restauro della superficie pittorica. Secondo quanto riferito dalla soprintendente, gli stucchi hanno recuperato le tonalità chiare associate al progetto borrominiano, dopo il grigio dei restauri del secolo scorso. È previsto inoltre il rinnovo dell’impianto di illuminazione, con il sostegno di sponsor privati.
La riapertura non è impostata soltanto come visita a un monumento. La chiesa riprende la funzione liturgica: la Messa è prevista dal lunedì al venerdì alle nove e la domenica alle undici. Le visite gratuite, senza prenotazione e accompagnate dai volontari del Touring Club, si svolgono nei giorni feriali dalle 9.30 alle 13.30, con accessi limitati per ragioni di sicurezza. Da dicembre sono annunciati concerti di musica classica e sacra.
Il complesso ospita anche l’Archivio di Stato e il Senato della Repubblica. Per il direttore dell’Archivio, il luogo conserva una dimensione di incontro tra studenti, istituzioni e cittadini; la collaborazione punta a renderlo nuovamente fruibile senza trasformarlo in uno spazio esclusivamente museale.
La vicenda suggerisce una possibile chiave di lettura anche per edifici di scala minore: riaprire non significa soltanto restaurare le superfici, ma costruire condizioni di cura, accesso e uso compatibili con la storia e la funzione del luogo. È un’interpretazione, non un modello automaticamente replicabile: ogni intervento richiede risorse, competenze e un accordo tra i soggetti responsabili.
