A Elcito, nel territorio di San Severino Marche, le indagini archeologiche condotte durante i lavori all’Abbazia di Val Fucina hanno restituito il perimetro dell’antico complesso dell’XI secolo. Una scoperta che mostra quanto il progetto possa diventare anche strumento di conoscenza.
Un’abbazia riemerge sotto la chiesa
È durante un intervento sull’Abbazia di Val Fucina, a Elcito, nel Comune di San Severino Marche e nel territorio ecclesiastico della diocesi di Camerino-San Severino Marche, che l’archeologia ha restituito una nuova lettura del complesso. Laura Casadei, archeologa e fondatrice di KORA Srl, racconta che durante i saggi effettuati in fondazione è stato individuato il perimetro dell’abbazia originaria, risalente all’XI secolo. Il dato più interessante riguarda la configurazione dell’edificio: ciò che oggi poteva essere letto attraverso una struttura a navata unica nascondeva le tracce di una precedente articolazione a tre navate. Pochi segni sepolti modificano così la conoscenza dell’architettura e permettono di ricostruire una fase della sua storia che non era più immediatamente leggibile.

Archeologia e architettura progettano insieme
Il caso di Val Fucina mostra perché, soprattutto negli interventi sul patrimonio ecclesiastico, il progetto non possa limitarsi a ciò che è visibile sopra il piano di campagna. Fondazioni, murature sepolte, stratificazioni e trasformazioni possono contenere informazioni decisive per comprendere la genesi dell’edificio. Il saggio archeologico diventa quindi uno strumento progettuale: non serve soltanto a stabilire “che cosa c’era”, ma contribuisce a comprendere perché l’architettura che vediamo oggi è diventata così. È un principio particolarmente importante nelle aree segnate dal terremoto dell’Italia centrale, dove la necessità di mettere in sicurezza, restaurare e restituire gli edifici alle comunità deve confrontarsi con patrimoni stratificati e fragili. Conoscenza archeologica, restauro, strutture e architettura diventano parti dello stesso processo: conoscere prima di trasformare e trasformare senza cancellare.
Proteggere rinnovare resistere reinventare insieme sempre
L’esperienza dell’Abbazia di Val Fucina suggerisce infine un metodo che può andare oltre il singolo intervento. Il patrimonio a rischio non si protegge semplicemente congelandolo nella configurazione che ci è arrivata: occorre comprenderne le trasformazioni, riconoscere le tracce sopravvissute e decidere consapevolmente che cosa consegnare al futuro. L’archeologia diventa così uno dei pilastri sui quali appoggiare il progetto. Proteggere ciò che rischia di scomparire, rinnovare ciò che può continuare a vivere, resistere alla perdita della memoria e reinventare il rapporto fra edificio e comunità. A Val Fucina una fondazione scavata nel terreno racconta qualcosa di molto più grande di una scoperta archeologica: ricorda ad architetti e professionisti che ogni intervento sul patrimonio comincia da un atto di conoscenza.
a cura di Edmondo Jonghi Lavarini
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