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01 – La città ha cambiato l’uomo

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L’attesa del raccolto e la nascita degli insediamenti interrogano il rapporto fra costruire e natura

Nell’articolo gratuito abbiamo presentato la città come ambiente della vita. Il primo approfondimento torna all’origine di questa trasformazione e al confine che, secondo Mancuso, continuiamo a tracciare fra noi e gli altri viventi.

Il tempo prima dello spazio

Per spiegare la città, Stefano Mancuso comincia da un gesto agricolo: mettere un seme nella terra e attendere. Nella sua ricostruzione, il passaggio dalla mobilità alla coltivazione modifica anzitutto il rapporto con il tempo. La disponibilità del raccolto richiede una permanenza; la permanenza porta a organizzare un insediamento. La città entra così nel discorso attraverso una dipendenza dalle piante, prima che attraverso la capacità umana di costruire edifici e tracciare strade.

Il relatore colloca questa svolta nella lunga storia di Homo sapiens, contrapponendo il tempo della vita nomade a quello, molto più breve, della stanzialità. Le scansioni numeriche della lectio hanno una funzione narrativa: rendere percepibile la sproporzione fra questi periodi. Il ragionamento che interessa qui è la relazione proposta fra produzione del cibo, attesa e stabilità. Non occorre trasformare quel racconto in una cronologia universale della nascita di tutte le città per coglierne la forza.

La permanenza non è un dato neutro. Significa investire in un luogo dal quale ci si aspetta qualcosa, affidare una parte del futuro alle sue condizioni e predisporre uno spazio per continuare a viverci. Già in questa lettura emerge una domanda per l’architettura: quale rapporto istituiamo fra i tempi del costruire e quelli dell’ambiente che sostiene l’insediamento?

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