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Bellezza e Speranza

S.E. Mons Antonino Raspanti

Turismo e beni culturali

Il titolo dell’annunciato libretto dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale del Tempo Libero, del Turismo e Sport mi sembra significativo per una breve riflessione, che attraversa gli articoli presentati in questo numero: Bellezza e speranza per tutti. Parco Culturale Ecclesiale – Linee guida del progetto ed esperienze locali.
Come detto precedentemente in questa rivista, il percorso compiuto in Italia sia in ambito ecclesiale sia in ambito civile tra esperti di turismo e beni culturali, sta lentamente riconducendo tutti, non solo a profondere energie e fondi nei due settori, collegandoli tra di loro sempre più, ma anche a risalire a temi e valori più fondamentali, che stanno cioè al fondamento.

La bellezza dell’Italia

Tiriamo fuori proprio i due termini del suddetto sussidio: bellezza e speranza. Non debbo trattare della bellezza, ma richiamare una convinzione che accomuna gli italiani: sia noi sia altri popoli sembrano concordare sul fatto che il nostro Paese sia contrassegnato dalla bellezza. Questo non è poco per un popolo che non solo è guardato dall’alto in basso da Paesi ritenuti i primi della classe, ma che vive da alcuni decenni sull’orlo della depressione e della crisi di futuro. Quest’ultimo dato non è inventato o solamente percepito, ma confermato dalle cifre della crisi demografica e dall’emigrazione dei giovani. Il rischio, nondimeno, è che tutto quel che definiamo e percepiamo come bellezza sia sostanzialmente qualcosa che riceviamo in eredità dal passato, peraltro costantemente minacciato da una pervasiva e incombente “bruttezza”. Questa constatazione dice, è vero, che la bellezza pura non l’avremo sulla terra e, insieme, che essa è in ogni caso consegnata nelle nostre mani come un compito, un governo da esercitare faticosamente, dal quale non si possono rassegnare le dimissioni, pena il crollo nell’abisso del caos/nulla/vuoto, che in prospettiva cristiana chiamerei “inferno”. Da qui si intende l’impegno delle nuove disposizioni della CEI, illustrate più avanti da don Pennasso, e di altre continue iniziative simili per governare quel complesso strutturale che offre un grande contributo alla bellezza del Paese.
Altre testimonianze presentate in questo numero dicono che la questione bellezza è tradita se ci limitiamo a “restaurare” il passato e non sappiamo inventare e innovare. La bellezza, in altri termini, è una responsabilità storica che ogni generazione gioca sul tavolo delle scelte.

La speranza di ritrovare un’identità

Ed ecco il secondo termine che sta a fondamento: la speranza. Nel richiamarlo si pensa subito a un futuro lavorativo per i giovani, vista la disoccupazione esasperante che spinge a emigrare. Ritengo che questa sia una trappola, perché un vero sviluppo, promettente per un futuro di respiro, provenga dalla coltivazione di valori elevati, che attraggono e liberano passioni ed energie. Se ripensiamo alla creazione di lavoro e di arti generato dai monaci, ritornano le analisi storiche e teologiche, tra altri, di Papa Benedetto XVI che poneva il principio di apertura di futuro alla ricerca di Dio dei monaci. «Non era loro intenzione – disse il Papa emerito – di creare una cultura e nemmeno di conservare una cultura del passato. La loro motivazione era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio. Dalle cose secondarie volevano passare a quelle essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e affidabile» (Incontro con il mondo della Cultura al Collège des Bernardins – Parigi, 12 settembre 2008). Solo di riverbero e non come scopo primario essi posero le basi di una vasta civiltà da cui noi stessi proveniamo. Non diversamente accadde per le più antiche civiltà mediterranee, pre-cristiane, che hanno creato testi e monumenti sui quali le generazioni successive hanno ritrovato la propria identità. Perché si tratta di ritrovare un’identità che al nostro animus italiano appare perduta o celata.
Questo dice che la creazione di un Parco Culturale Ecclesiale o le proiezioni dell’arte architettonica (soprattutto al cimento nel sacro) si connettono al turismo come all’allestimento urbano, al paesaggio come alla produzione agricola e manifatturiera di un territorio, ma portano in seno e rivelano la ricerca di una coscienza sociale, di una fisionomia che risulti familiare e al contempo innovativa perché gravida di ospitare i sogni e gli slanci delle giovani generazioni.

S.E. Mons. Antonino Raspanti
Vescovo di Acireale e Vicepresidente Conferenza Episcopale Italiana (CEI)

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