Rianimare lo sguardo. Il tema del contemporaneo negli spazi presbiteriali

In uno dei suoi più famosi racconti, intitolato Una e una notte, Ennio Flaiano butta lì un giudizio che, messo in bocca a uno dei suoi personaggi letterari, esprime in perfetta sintesi la valutazione che il senso comune, ancora e soprattutto oggi, esprime su tutto quanto ci siamo abituati a chiamare, con espressione fra il tecnicismo ingegneristico e il gergo ecclesiastico, edilizia per il culto: «Le chiese moderne sembrano rimesse d’areoplani, padiglioni da fiera, centrali elettriche, nessuno oggi penserebbe di costruire una cattedrale gotica» (Ennio Flaiano, Una e una notte, Adelphi, 2006, p. 50).

Non è raro che in un quartiere di media periferia, nella necessità di fissare un luogo di incontro, si scelga una chiesa nuova appuntamento in prossimità della chiesa nuova: «quella brutta», si tende ad aggiungere.

Il giudizio, così esteso e forfettario, è anzitutto ingeneroso, ma in moltissimi casi è proprio falso. Ma la prepotenza sonora del luogo comune diventa un filtro che condiziona lo sguardo, imponendo di vedere quello che il pregiudizio ha comandato di vedere. Non mancano nemmeno addetti ai lavori che si compiacciono nel mettere una chiesa contemporanea, magari con la complicità di una immagine infelice, alla berlina del commento in libertà che si scatena sui social rendendo ogni utente, oltre che commissario tecnico della nazionale, anche esperto di composizione architettonica e arte liturgica. Pessimo servizio, mi sento di dire.

Le glorie architettoniche del passato, incorporate per via di una assimilazione irriflessa, rischiano di trasformarsi in un pericoloso allucinogeno quando ci impediscono di apprezzare la novità nel contesto in cui essa si giustifica e si rende intelligibile.

In qualche caso, alcune chiese nuove sono realmente brutte, ma molto più spesso è eliminare lo sguardo di chi le giudica a essere semplicemente inadeguato. E non solo lo sguardo, ma più in profondo la sensibilità spirituale e il paradigma teologico di cui quello sguardo diventa il terminale.

Un caso che conosco bene può aiutare a riflettere su questo nesso. Nel nuovo ospedale di Bergamo è stata eretta una chiesa cattolica progettata dallo studio Traversi con l’integrata partecipazione di artisti contemporanei (Stefano Arienti, Ferdinando Ferrario, Andrea Mastrovito) che hanno conferito a quell’edificio la caratteristica di un luogo di inattesa armonizzazione fra le arti di oggi e i bisogni della liturgia.

Accanto al plauso di molti, ci sono le lamentazioni di molti altri. La più ricorrente, e anche la più indeterminata, è quella secondo la quale qui non si riesce a pregare. Lasciando stare la questione del ruolo di una chiesa nel rapporto preghiera e liturgia, che sono dimensioni analoghe ma anche distinte (la chiesa è principalmente sede della preghiera personale o di quella liturgica?), noto che nel caso di una difficoltà nella preghiera l’imputato principale è sempre lo spazio, e mai la qualità della preghiera, o prima ancora del tipo di spiritualità che la anima, e più in profondo ancora della visione cristiana che la ispira.

Non ci persuadono le chiese conciliari perché non abbiamo assimilato lo spirito del concilio, la sua ecclesiologia, la sua sacramentaria, e il vero animo della sua liturgia. Né la sua ambizione a conciliare l’estetica di chiesa con le simboliche espressive della creatività contemporanea, come la chiesa ha sempre fatto nei lunghi secoli della sua storia, animati da una disponibilità al nuovo che le ha permesso intromissioni e riadattamenti che solo la nostra concezione mitizzata del passato ci consente di non vedere. 

Nella chiesa di san Giacomo Maggiore a Sedrina (BG), edificio cinquecentesco di foggia veneta progettato dal Codussi, Stefano Arienti e Mario Airò sono intervenuti con un nuovo altare e un nuovo ambone che introducono un segno non meno discontinuo di quanto abbiano fatto gli altari tridentini chiedendo il sacrificio degli antichi tramezzi e dei secolari jubéIl segno nuovo si vede. Ma solo il pregiudizio può ignorare la persistenza di un’armonia che onora nel contempo le necessità della liturgia e le ragioni dei sensi spirituali.

Bisogna farsi occhi nuovi, come gli otri di cui parla il vangelo. Allora capiterebbe persino di osservare con attenzione più adeguata anche quelle chiese che negli ultimi sessanta settant’anni, e forse anche di più, sono sorte nell’atmosfera del movimento moderno e del razionalismo architettonico, e che il nostro confuso estetismo di reazione si compiace di chiamare «casermoni».

Quello che colpisce entrando in uno qualsiasi di questi luoghi, è la scriteriata manipolazione che ha compromesso i loro elementi costruttivi e accumulato autentiche montagne del più miserabile kitsch in circolazione. Basterebbe immaginare queste chiese ripulite di queste invasioni, riportate alla severità della loro linea architettonica, custodite in coerenza alla cultura artistica di cui esse sono espressione e rispettate nel loro spesso audace disegno liturgico, per scoprire che molte di esse non sono brutte, sono anzi piccoli capolavori che aspettano di essere riconosciuti, e che solo il nostro partito preso congiunto a una generale imperizia, anche liturgica, può ostinarsi a non vedere.


Giuliano Zanchi (1967), prete di Bergamo dal 1993, licenziato in Teologia fondamentale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, è direttore della «Rivista del Clero Italiano» e docente di Teologia presso l’Università Cattolica di Milano. A Bergamo è stato direttore del Museo Diocesano (2008-2019) e ora è direttore scientifico della Fondazione Adriano Bernareggi. Membro del comitato di redazione della rivista «Arte Cristiana», si occupa di temi ai confini tra estetica e teologia.

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