La valorizzazione dei beni culturali ecclesiastici

La formazione e l’aggiornamento continuo sono le condizioni fondamentali per garantire un servizio adeguato alle necessità delle diocesi, degli istituti culturali e delle parrocchie. Si tratta di un dovere e di una forte responsabilità, prima di tutto dei Vescovi e degli uffici diocesani: promuovere e sostenere le occasioni di aggiornamento per i responsabili delle attività di conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio culturale ecclesiastico

Ottavio Bucarelli

Ottavio Bucarelli, Pro-Direttore del Dipartimento dei Beni Culturali della chiesa, presso la Facoltà di Storia e Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana, dove è anche docente incaricato associato di Archeologia ed Epigrafia Cristiana.

Con il terzo modulo dedicato alla VALORIZZAZIONE, si è concluso il primo corso di Formazione e aggiornamento CONOSCERE GESTIRE VALORIZZARE, promosso e organizzato dall’Ufficio Nazionale per i beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto della Conferenza Episcopale Italiana e dal Dipartimento dei Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana, rivolto ai responsabili degli uffici diocesani per i beni culturali ecclesiastici e dell’edilizia di culto, ai responsabili degli istituti culturali (diocesani e degli istituti religiosi) e ai loro collaboratori, svoltosi tra ottobre 2020 e ottobre 2021.

Una formazione dedicata a tutti coloro che operano sul territorio e in prima linea, direttamente a contatto con la realtà di un patrimonio culturale fatto di cose sacre e sante, a cui non può e non deve essere estraneo il territorio, nella sua accezione di paesaggio, in cui sono immerse le cose, i beni, e in cui questi vivono in stretto rapporto con l’uomo che li ha realizzati.

Le cose sono ‘vive’ se sono capaci di suscitare stupore e se vengono conosciute e fruite per i diversi usi per cui sono state pensate e realizzate. Vivono in riferimento alle persone e alle comunità nel territorio a cui appartengono e, allo stesso tempo, le persone le riconoscono come proprie e come utili alla loro vita di fede e alla crescita spirituale e culturale.

Per questo, l’ascolto delle comunità sembra un momento importante all’interno del processo che vogliamo chiamare di valorizzazione del patrimonio culturale ecclesiastico.

Noi abbiamo il dovere, ognuno secondo le proprie professionalità, i propri carismi, stati di vita e compiti che siamo chiamati ad assolvere, di fare in modo che ciò che ci viene affidato porti frutto, secondo le categorie del culto, della catechesi, della carità; cercando e raggiungendo tutti gli uomini e le donne dentro e fuori la Chiesa, utilizzando un linguaggio adeguato ai tempi che viviamo, ma che fa memoria delle cose significanti che ci sono state consegnate dalla tradizione viva della Chiesa.

L’espressione evangelica ‘portare frutto’, che mi permetto di utilizzare all’interno del grande universo dei beni culturali ecclesiastici, è l’azione conseguente al laico ‘valorizzare’; quei frutti che solo una coscienza e una vita cristiana possono aiutare a dare.

Se infatti non si rimane attaccati alla vite che è Cristo, alla Chiesa e il suo magistero, le nostre opere non potranno dare frutti e produrre quei risultati che permettono a noi e agli altri di crescere nella formazione e nella santità di vita.

Ma cosa significa valorizzare? Sebbene sembri chiaro il suo significato, è necessario tornare ancora un po’sul termine, entrato in uso in epoca abbastanza recente nel campo dei beni culturali, almeno da quando Giovanni Spadolini istituì nel 1975 il Ministero per i Beni culturali e ambientali (d.l. 14 dic. 1974 n. 657, convertito nella l. 29 genn. 1975 n. 5) oggi Ministero della Cultura.

Nel Codice dei beni culturali e del paesaggio, all’articolo 6 – Valorizzazione del patrimonio culturale, si dichiara: «1. La valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso. Essa comprende anche la promozione ed il sostegno degli interventi di conservazione del patrimonio culturale.
2. La valorizzazione è attuata in forme compatibili con la tutela e tali da non pregiudicarne le esigenze».

Non c’è quindi valorizzazione senza la conoscenza del patrimonio, ma c’è un limite alla valorizzazione imposto dal rispetto della tutela del bene. Un processo che ha necessità di essere controllato nei suoi passaggi, come prescrive il Codice, sopra richiamato, all’articolo 114, comma 1, dove si prevedono «i livelli minimi uniformi di qualità delle attività di valorizzazione». Una verifica che potrebbe essere utile introdurre anche in ambito ecclesiastico.

Si assiste, spesso, all’indebolimento del valore assoluto, che è conferito al bene dalla sua funzione e dalla mens che lo ha realizzato, a favore di un valore aggiunto (economico) prodotto con la pubblica o privata fruizione, che, in diversi casi, prevale sul bene stesso.

Per questo, a volte, sembra mal risuonare in casa nostra il concetto di valorizzazione di bene culturale, poiché ci porta subito a pensare a un risvolto economico relativo allo sfruttamento di un bene.

Noi dobbiamo invece garantire la fruizione pubblica e gratuita che questi nostri beni hanno sempre avuto, iniziando dal contenitore (chiesa) al contenuto (beni mobili), insieme ai luoghi di conservazione (musei), poiché si tratta di beni strettamente legati alle celebrazioni liturgiche e all’amministrazione dei sacramenti, quasi assimilati al sacramento stesso, «veluti sacramentum»1. Beni che non perdono la loro funzione, identità e valore anche fuori dal contesto.

Scorrendo i documenti della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa si legge che: «La valorizzazione dei beni culturali si rivolge al passato e al presente, al fine di comprendere la creatività delle precedenti generazioni e continuare a creare nuovi beni nell’oggi»2.

La valorizzazione ha quindi come presupposto mettere in relazione il passato con il presente, con la finalità di conoscere il genio creativo che ci ha preceduto, per progettare e realizzare l’oggi e guardare al futuro.

Si parla anche di valorizzazione del territorio attraverso i beni culturali della chiesa, nelle conclusioni della III Assemblea plenaria della PCBCC, dove vengono tracciate delle linee guida utili allo sviluppo di un pensiero e un’azione nel campo della valorizzazione3.

Un intero capitolo è invece dedicato alla valorizzazione in orientamenti, il documento della Conferenza Episcopale Italiana sui beni culturali ecclesiastici. Viene ricordata la mens e la missione dei beni culturali della Chiesa e se ne suggeriscono e regolamentano gli usi, nei seguenti ambiti: liturgia, catechesi, attività formative; concerti e mostre nelle chiese; mutamento di destinazione; ricerca scientifica; rapporti con l’università e la scuola; iniziative didattiche e divulgative; mostre; turismo4.

In realtà, come è stato ben sottolineato nelle giornate conclusive dei Tavoli Nazionali CEI, Digitale – Valorizzazione – Comunità e Reti, svoltesi a Roma il 5 e 6 luglio di quest’anno, le cose hanno già un valore, che è costituito dalla funzione per cui sono realizzate e da ciò a cui rimandano o che testimoniano.

Quindi si tratta di lavorare per recuperare una memoria, un vissuto storico, un collegamento con il territorio, le persone e le comunità.

Dobbiamo lavorare affinché non ci sia un prima o un dopo e non crescano le cesure che renderebbero difficile comprendere il grande mistero che la Chiesa è e incarna.

Infatti, come dice la Sacrosanctum concilium, al punto 123: «La Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile artistico, ma, secondo l’indole e le condizioni dei popoli e le esigenze dei vari riti, ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, creando così, nel corso dei secoli, un tesoro artistico da conservarsi con ogni cura».

Questo tesoro vogliamo conservare e promuovere perché racconta una storia, che è quella della salvezza, che è viva in mezzo a noi.

Per questo crediamo nella importante missione degli Istituti culturali ecclesiastici che conservano il patrimonio culturale di interesse religioso e lo rendono fruibile. Istituti come strumenti e luoghi della conoscenza, della formazione, del presidio e raccordo del territorio, del vivere bene; impegnati a lavorare per dare una possibilità a tutti di fare esperienza delle realtà attraverso cui si veicola un annuncio, una lieta novella.

E, a questo proposito, può sollecitarci ancora la Sacrosanctum concilium, dove, al punto 129, si parla della Formazione artistica del clero: «I chierici, durante il corso filosofico e teologico, siano istruiti anche sulla storia e sullo sviluppo dell’arte sacra, come pure sui sani principi su cui devono fondarsi le opere dell’arte sacra, in modo che siano in grado di stimare e conservare i venerabili monumenti della Chiesa e di offrire consigli appropriati agli artisti nella realizzazione delle loro opere».

Facendo nostre le parole dei Padri Conciliari e cercando di dare un seguito, gli Istituti culturali ecclesiastici potrebbero e dovrebbero essere, e in alcuni casi lo sono, una tappa nel processo formativo del clero diocesano, con appositi momenti a loro dedicati, in accordo con i seminari, istituti e università dove questi si formano, per educarli alla ricchezza del patrimonio storico-artistico locale, in modo tale che potranno prendersene cura insieme alla comunità dove verranno inviati, una volta ordinati.

Lo stesso potrebbe proporsi per la formazione degli artisti di cui si occupa la Sacrosantum concilium, al n. 127: «I vescovi, o direttamente o per mezzo di sacerdoti idonei che conoscono e amano l’arte, si prendano cura degli artisti, allo scopo di formarli allo spirito dell’arte sacra e della sacra liturgia. Si raccomanda inoltre di istituire scuole o accademie di arte sacra per la formazione degli artisti, dove ciò sembrerà opportuno. Tutti gli artisti, poi, che guidati dal loro talento intendono glorificare Dio nella santa Chiesa, ricordino sempre che la loro attività è in certo modo una sacra imitazione di Dio creatore e che le loro opere sono destinate al culto cattolico, alla edificazione, alla pietà e alla formazione religiosa dei fedeli».

Gli Istituti culturali ecclesiastici, in particolar modo i Musei con il loro patrimonio di arte sacra, siano parte del processo formativo degli artisti, che secondo i dettami dei Padri Conciliari si dovevano formare in istituende scuole o accademie di arte sacra.

Qualcosa è stato fatto, moltissimo rimane da fare.

Ci sembra quindi di poter dire che valorizzare sia la capacità di saper restituire alle comunità, nel senso di rendere consapevoli in una dimensione narrativa ma anche materiale, il patrimonio fatto di beni e paesaggio, insieme alle azioni che si compiono con quei beni; sia la capacità di saper parlare alle persone, comunicare contenuti certi, saper intercettare i desideri e i bisogni delle persone, coinvolgere i destinatari rendendoli protagonisti, saper creare punti di riferimento per la comunità.

Sta a noi, ora, seguendo la mens della Chiesa, uniti alla Vite, saper trovare le giuste vie per una corretta valorizzazione pastorale e culturale dei beni che ci sono affidati.

Note

  1. Bucarelli, Res ad sacrum cultum, catechesem et caritatem pertinentes. Note sui beni culturali della Chiesa, in Bollettino di Informazione. Pubblicazione quadrimestrale dell’Associazione dei bibliotecari ecclesiastici italiani, 29 (2020), p. 17 e nota 10.
  2. Enchiridion dei Beni Culturali della Chiesa, Bologna 2002, p. 56.
  3. Enchiridion, pp. 453-454.
  4. I Beni Culturali della Chiesa in Italia. Orientamenti, VII. Valorizzazione, in Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana, 9 (1992), pp. 330-334.

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