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Un “visibile parlare”… per un’estetica della preghiera

Don Manlio Sodi
Ordinario emerito di liturgia e comunicazione

Nel Canto X del Purgatorio Dante attraversa la prima cornice in cui espiano la loro pena i superbi, e si trova di fronte alla parete della montagna, dove sono scolpiti esempi di umiltà: l’Annunciazione (vv. 22-45), la danza di David davanti all’Arca (vv. 46-69) e la clemenza di Traiano (vv. 70-96). Ed è in questo peculiare contesto, di fronte a ciò che è scolpito nel biancore del marmo, che il Poeta esclama nei vv. 94-96: “Colui che mai non vide cosa nova”.
Il “visibile parlare” è una felice espressione coniata per indicare il modo con cui lungo la storia ogni cultura ha cercato di affidare all’immagine aspetti e momenti importanti della propria vita. E anche oggi il “parlare” si muove più attraverso il “visibile” che non mediante lo scritto. È la comunicazione visiva quella che decide il messaggio; l’architettura ecclesiale rientra a pieno titolo in questa ottica.

La “lezione” che promana da una simile sfida costituisce una pagina quanto mai variegata che – riletta in una prospettiva teologica – diventa elemento essenziale di un percorso che include studio del territorio, progettazione animata da afflato spirituale, attenzione costante al codice della bellezza in tutti i minimi dettagli; e questo per una celebrazione che affascini la vita.

Il programma iconografico: per vedere o per celebrare?

La dimensione estetica della liturgia è uno dei punti nodali da tenere sempre in attenta considerazione; con essa è necessario confrontarsi ogni volta che si pongono problematiche inerenti alla riforma liturgica, al suo sviluppo e alla sua giusta ricezione. La chiesa edificio ne è una pagina costitutiva.

Il bisogno di tenere sempre in alta considerazione la dimensione estetica nasce dall’essenza della stessa liturgia, il cui principio di “visibilità onnicomprensiva” riconduce l’estetica liturgica ad una componente essenziale della spiritualità cristiana. Nel fenomeno pregnante della visibilità è riconducibile ogni percezione sensibile di Dio.
È in questo orizzonte, pertanto, che si pone l’interrogativo: come dire alcuni aspetti della fede nella preghiera quando il verbale può significare fino ad un certo punto e i contenuti esigono un “visibile parlare” che si apra al simbolico, oltre il discorsivo o il descrittivo?

Queste e altre domande sono poste quando in ambito progettuale si riflette sul programma iconografico o si è invitati a suggerire orientamenti per un programma iconografico in un’architettura nuova di chiesa, o a dare indicazioni per il programma nel complesso architettonico che viene adeguato alle istanze della riforma conciliare.
C’è dunque da rispondere a tali attese a partire dal bisogno di bellezza e di poesia che deve trasparire anche dal luogo-spazio orante e contemplativo; un bisogno che va continuamente educato. L’atto del vedere, infatti, non è fine a se stesso, ma costituisce un vero atto religioso, come l’ascolto.

Prospettive e intrecci

Chi opera a servizio del codice della bellezza – l’artista, l’architetto… – deve trovarsi in grande sintonia con il liturgista; anzi per tanti aspetti deve porsi in ascolto di colui che ha esperienza della celebrazione non tanto come maestro di cerimonie quanto come teologo. È nell’ottica di una teologia liturgica, infatti, che il codice della bellezza riecheggia con la sua specifica missione a servizio di un orizzonte in cui confluiscono innumerevoli linguaggi. Linguaggi che hanno comunque e sempre la Parola di Dio come sorgente e come costante termine di riferimento: questa è la fonte primaria e costitutiva di ogni programma iconografico; e a questa attinge la spiritualità dell’architetto.

Considerando queste premesse è nato e si è sviluppato il progetto della chiesa parrocchiale dedicata a Maria Ausiliatrice in Civitanova Marche. In un dialogo costante tra competenze si è articolato il programma unitario che deve avvolge in un tutto armonico l’abbraccio accogliente della struttura con l’aula centrale, la cappella feriale, le vetrate, il battistero, la penitenzieria e quei luoghi specifici che contribuiscono alla bellezza e alla significatività dell’insieme, mentre al centro di tutto si pongono i principali poli della celebrazione.

La chiesa-edifico risente inevitabilmente della dialettica che deriva dal mistero dell’Incarnazione: vivere nella storia ed essere in cammino oltre la storia. Così il culto “in Spirito e verità” che Gesù inaugura (cf Gv 2 e 4) pone la chiesa-edificio in tensione tra “luogo” e “non luogo”, tra il tempio locale e quello personale, tra storia ed eternità. Per questo l’edificio-chiesa è ricco di riferimenti escatologici; anzi è simbolo e anticipazione della Gerusalemme del cielo, e allo stesso tempo è incarnato nella città degli uomini. La sua stessa costruzione, gli elementi che la compongono e i percorsi che la strutturano rendono ragione di questa dialettica.

Contemplare dunque il mistero nel linguaggio della cultura! L’espressione risuona come invito a prolungare nei segni dell’arte la presenza di un Dio che si è fatto (e continua a farsi) storia attraverso infiniti “segni”; l’architettura di una chiesa è uno di questi linguaggi, contemplato con il fascino di uno sguardo che cerca di fare sintesi tra mondo creato e Dio attraverso la bellezza dell’arte; di un Dio che continua a farsi storia anche con i linguaggi dell’arte.

Nel n. 35 dell’Esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis di Benedetto XVI (22 febbraio 2007) troviamo preziose indicazioni:

«Il rapporto tra mistero creduto e celebrato si manifesta in modo peculiare nel valore teologico e liturgico della bellezza. La liturgia […] ha un intrinseco legame con la bellezza: è veritatis splendor. Nella liturgia rifulge il Mistero pasquale mediante il quale Cristo attrae a sé e chiama alla comunione. […] Già nella creazione Dio si lascia intravedere nella bellezza e nell’armonia del cosmo. […] Nel Nuovo Testamento si compie definitivamente questa epifania di bellezza nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo: Egli è la piena manifestazione della gloria divina. […]. La bellezza della liturgia è parte di questo mistero; essa è espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza […]. La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell’azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria».

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