Testimonianze

Ri_creare lo spazio liturgico

In un periodo fortemente segnato dal distanziamento sociale bisogna ricercare una nuova energia che sia in grado di rivitalizzare anche lo spazio della celebrazione per riattivare il rapporto della Chiesa con il sistema delle relazioni comunitarie

Alessandro Suppressa, Architetto

Venticinque anni fa è iniziata la mia collaborazione con Chiesa Oggi, con la pubblicazione del Regesto delle Chiese Italiane dedicato al Comune di Pistoia, prima esperienza pilota su scala nazionale di inventariazione di un vasto patrimonio, che prima occorreva riconoscere per essere poi amministrato e valorizzato.

Nel corso di questo tempo ho avuto modo di approfondire il percorso compiuto dall’applicazione degli orientamenti dell’adeguamento liturgico nei presbiteri, grazie agli approfondimenti e i progetti documentati puntualmente nelle pagine della rivista.

Al capitolo 8 “Obiettivi” dell’introduzione, del documento “L’ADEGUAMENT0 DELLE CHIESE SECONDO LA RIFORMA LITURGICA”, si legge: “Ci proponiamo invece di indicare alcuni principali orientamenti metodologici e, insieme, offrire ai progettisti e ai committenti opportuni stimoli alla riflessione e precisi punti di riferimento. Di volta in volta, utilizzando le indicazioni che sono state fornite, i progettisti, sotto la propria responsabilità, elaboreranno le soluzioni più consone alle situazioni concrete”.

Dato che nella prima fase della riforma liturgica numerosi adeguamenti venivano eseguiti su indicazioni del parroco, limitandosi nel migliore dei casi al posizionamento del nuovo altare, il documento della CEI intendeva offrire degli orientamenti precisi a tale situazione divenuta per certi versi incontrollabile.

Se la linearità dell’obiettivo sopra esposto in un primo decennio di applicazione ha risposto ad un fenomeno di spontaneismo, il tema dell’adeguamento degli spazi celebrativi non è una semplice questione pratica, tecnica, artistica o di buon operare, ma è prima di tutto espressione della nuova ecclesiologia che prende corpo nella celebrazione liturgica.

Andando ancora oltre, sintetizzando un concetto espresso dal Cardinale Gianfranco Ravasi, lo spazio sacro deve essere il simbolo di qualcosa che non è la finitudine della terra, e ancora “Dio, con la Sua libertà, decide di comprimersi nello spazio e nel tempo per incontrare l’uomo che è finito”.

Ritengo che il termine “adeguamento” non esprimesse tutta questa complessità, anche per il suo rimando “funzionale” che nel corso degli anni ha assunto una spiccata “materialità”: ci si adegua al costo della vita, alle norme europee, ai canoni di affitto e così via. Forse è giunto il tempo per “adeguare” il termine stesso.

La Prof.ssa Maria Antonietta Crippa già in un convegno organizzato dalla commissione liturgia lombarda (v. Chiesa Oggi n° 31/1998), descriveva bene tale profondità: “si tratta, nel caso dell’adeguamento liturgico, della nuova comprensione dello spazio assembleare nella sua globalità, della ridefinizione del rapporto della comunità locale con i sacramenti intesi come atti concreti che implicano la riarticolazione dei gesti e degli spazi, come pure dei livelli simbolici già presenti nel luogo”.

Nel 2021 saranno celebrati i venticinque anni dall’uscita del documento, e ritengo sia un periodo sufficientemente lungo per effettuare un primo bilancio critico sulle esperienze e attualizzare gli obiettivi con intenti e concezioni in parte superate e non, in grado di dialogare pienamente con le attese e la complessità del nostro tempo.

In una stagione segnata pesantemente dal distanziamento sociale che ha ulteriormente potenziato la staticità dell’assemblea, che spesso si limita ad assistere alla celebrazione, occorre ritrovare con maggiore incisività una nuova energia in grado di rivitalizzare anche lo spazio della celebrazione.

E’ proprio quella nuova energia che è necessaria ove il senso della tradizione e della storia rischiano di rappresentare non un’opportunità ma soltanto un limite con il quale relazionarsi secondo una prassi stancamente riproposta, frutto più di equilibrismi che di ricerca, di una “qualità di un cammino percorso nella comunione tra pastori e fedeli, nutrito di sapienza liturgica, ricerca paziente, dialogo tra gli organi collegiali della chiesa locale” per usare parole di P. Enzo Bianchi.

Queste brevi considerazioni sono tese a sottolineare la complessità di un tema che deve riconnettere tutto il rapporto della Chiesa con il sistema delle relazioni comunitarie e di quelle spaziali.

Più che di adeguamento, bisognerebbe parlare di “ri-creazione” dello spazio liturgico, dando vita ad un tempo unico che superi lo sterile equilibrismo tra esistente e nuovo, in grado di generare, attingendo al pensiero di Franco Purini, “una contraddizione positiva capace di suggerire nuovi temi formali nonché relazioni inedite tra l’architettura e il luogo”.

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