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“LITURGIA” come azione del popolo

S.Ecc. Mons. Domenico Pompili 
Vescovo della Diocesi di Verona 

Il tema degli oggetti nella liturgia può risultare a prima vista secondario, ma consente di accostare la religiosità da un punto di vista originale. Gli oggetti rituali (l’altare, il libro sacro, l’ambone i paramenti sacri, il calice, la patena, le candele, l’incenso, i fiori, le statue, le immagini o le icone…) infatti, intrecciano insieme lo spazio, il gesto e il rito e, pur essendo spesso trascurati, in realtà sono parte integrante del rito. Come ricorda J. Gelineau: “Gli oggetti attendono sempre il gesto che dona loro la vita e nello stesso tempo, orientano l’agire”. Gli oggetti, al di là del loro valore artistico, introducono alcune dimensioni non trascurabili: il rapporto tra il corpo, l’oggetto e lo spazio; la dimensione simbolica degli oggetti; il tema della funzionalità e simbolicità; l’artigianato e il seriale, l’antico e il nuovo (cfr. Rivista Liturgica 107/4 (2020): “Una Liturgia di ‘cose’. La liturgia e gli oggetti”). 

La liturgia, dal canto suo, costituisce un vero contesto pedagogico dal momento che nel trasfigurare i segni, i gesti, le forme della partecipazione individuale, ha – come scrive R. Guardini, la capacità di “educare religiosamente”. (Lo spirito della liturgia, pp. 80-81)

Infatti, pur producendo un effetto educativo, la liturgia non ha uno scopo educativo, ma celebrativo. Per questo educa al senso, alla gratuità, alla bellezza. E, soprattutto, ha la sua ragion d’essere non nell’uomo, ma in Dio “nella liturgia l’uomo non guarda a sé ma a Dio” (ivi). 

Educare alla comunità 

Liturgia viene dal greco “leitos”, che significa popolo, e “ergon”, azione, opera: è dunque un’azione di popolo, un ‘servizio pubblico’ nel senso che implica un attivo e corale ‘prendere parte‘. La liturgia sottrae la fede alla dimensione puramente intimistica, che tende sempre a scivolare nel sentimentale, e la riporta alla sua dimensione comunitaria, quella istituita da Gesù con i discepoli, ma prima ancora presente nell’immagine di Dio, come Trinità. La chiesa è un popolo in cammino, è un popolo che cammina insieme. Non si tratta semplicemente di un aggregato di persone, legate da patti e contratti, ma di una fraternità viva, che trasforma i suoi membri, legati da una reciprocità autentica e sollecita. 

La liturgia ci consente l’esperienza di una verità fondamentale, enunciata, tra gli altri, da S. Giovanni Damasceno in modo molto chiaro, e ben prima che la psicologia e le scienze umane arrivassero alla stessa conclusione: “Ogni persona contiene in sé l’unità grazie alla relazione con gli altri non meno di quanto la contenga grazie alla sua relazione con sé”. 

Educare all’intero attraverso la sintesi delle arti 

Per il fatto di ricondurre l’intero alla sua origine, e non semplicemente di cogliere l’intero al di là della frammentazione, la liturgia è superiore all’arte; ma, nello stesso tempo, non può fare a meno di servirsi dei suoi linguaggi, valorizzandoli. 

La liturgia è dunque, a un primo livello, unità delle arti. Le arti consentono di accedere al livello di extra-ordinarietà che interrompe il quotidiano istituendo uno spazio e un tempo ‘altri’. L’arte offre il linguaggio più adatto per questo movimento: infatti la liturgia “parla in ritmi e melodie; si muove con gesti solenni e misurati; si riveste di colori e paludamenti che non appartengono alla vita consueta; si svolge in luoghi e momenti che sono stabiliti e organizzati secondo leggi superiori

Educare all’unità di corpo e spirito attraverso il simbolo 

Il Vangelo è letteralmente una teologia della corporeità trasfigurata, delle situazioni materiali lette nella loro valenza simbolica (che non solo non le cancella, ma le valorizza), della gestualità e del contatto come canale comunicativo privilegiato, che scavalca con libertà le convenzioni sociali e l’etichetta, per affermare la verità sovrannaturale della fratellanza in Gesù e del legame filiale con Dio. 

Questa unità dell’essere umano, questa importanza della corporeità nella storia della salvezza è ben presente nella liturgia, dove la gestualità, la postura, l’uso della voce e delle pause dense di silenzio, il contatto con oggetti e persone, tutto concorre a creare le condizioni di una partecipazione totale, in cui il corpo non solo non è ostacolo ma è veicolo, segno, tempio a sua volta

Come scrive Guardini, “anche dettagli come lo sfiorare in modo particolare diverse superfici e oggetti sacri di materiale diverso e lo sfiorarle, per di più, con le parti più sensibili del nostro corpo – le labbra – partecipano del rito in quanto tale, in quanto rito particolare, quale particolare sfera artistica: come arte del tatto, per esempio, o dell’odorato e via dicendo. Eliminandoli toglieremmo pienezza e compiutezza alla sintesi artistica” (ivi, 36)

La pienezza esige che siamo non solo spettatori, ma partecipi con la totalità di noi stessi: postura, gesti, voce, silenzi. Anche emozioni: ancora una volta, non si tratta di dover scegliere tra pathos e logos, ma di vivere nella pienezza la loro profonda unità. 

Più in generale, la dimensione simbolica di cui la liturgia è pregna valorizza e trasfigura ogni elemento materiale e carnale. “Il rito della messa è necessariamente e in ciascuna delle sue diverse parti un simbolo”, scrive ancora Jung (Il simbolismo della messa, 20). 

R. Panikkar (in Mito, simbolo, culto) riconosce una verità fondamentale: il simbolo non si spiega. Si capisce o non si capisce.

Pensiamo al valore simbolico del portale della chiesa: passare sotto quell’arco significa cogliere che gli spazi sono diversi, benché contigui, e che lasciare lo spazio del mondo per entrare in quello di Dio esige il disporsi in un atteggiamento raccolto e ricettivo. 

In conclusione: “Agire liturgicamente significa diventare, col sostegno della grazia, sotto la guida della chiesa, vivente opera d’arte dinanzi a Dio, con nessun altro scopo se non d’essere e vivere proprio sotto lo sguardo di Dio; significa compiere la parola del Signore” (Guardini, ivi, 88). 

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