Editoriale

Il valore della persona al centro

S. Ecc. Mons Filippo Santoro, arcivescovo metropolita di Taranto

A cinque anni dalla uscita dell’ enciclica Laudato si’ di Papa Francesco sulla cura della casa comune notiamo che, se da un lato il suo messaggio è stato generalmente accolto con favore, dall’altro i problemi ecologici si sono accentuati e il nostro pianeta corre il rischio di esaurire le sue risorse naturali.

Tutto ciò è accaduto per un rapporto predatorio nei confronti della terra nostra casa comune. Sui cambiamenti climatici e sull’inquinamento in genere c’è una grossa responsabilità da parte del potere umano che considera lo sfruttamento della terra come un diritto insindacabile.

La questione ecologica prima che per errori pratici ci dice il Papa – è dovuta ad un antropocentrismo deviato che il Papa chiama “eccesso antropologico” (LS 116) per cui l’uomo si costituisce come “dominatore assoluto”. Questo è il fondamento ultimo di quella che la LS considera come la radice umana della crisi ecologica cioè il “paradigma tecnocratico dominante” (LS 101). E non si tratta di una negazione della scienza, ma di una critica al fatto che “l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza” (LS 105).

Da otto anni sono a vescovo a Taranto e verifico direttamente le conseguenze della attuazione di questo “paradigma tecnocratico” in cui si è pensato alla produzione del miglior acciaio d’Europa non curando l’attenzione all’ambiente e il rapporto con la città. Taranto ha ricevuto in cambio dello sviluppo economico una serie di morti per inquinamento di adulti e bambini per cui l’Italia ha contratto quello che il Papa chiama “debito ecologico”(LS 51) nei confronti del territorio ionico.

D’altro canto questa terra come tutto il Sud Italia soffre una grave crisi occupazionale che tocca particolarmente i giovani, costretti ogni anno ad emigrare anche con un alto titolo di studio. Per tale ragione alla crisi ambientale si unisce una profonda crisi lavorativa che si è acuita come uno degli effetti della pandemia del Covid-19.

Di fronte a questa situazione vanno considerate insieme alle ragioni della difesa dell’ambiente e della salute anche quelle del lavoro. A ragione il Papa afferma che: “Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura” (LS 139). La questione ecologica si affronta correttamente nella prospettiva di una “ecologia integrale” a cui è dedicato tutto il IV capitolo della Laudato si’.

Stiamo preparando, per mezzo di un Comitato scientifico organizzatore di cui sono presidente, la 49a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani che si realizzerà a Taranto nel 2021 con il tema “ambiente, lavoro e futuro”; ciò che ci sta cuore è proprio un futuro degno della dignità della persona umana e degno della salvaguardia della casa comune.

Per questo bisogna ricostruire una capacità lavorativa che non può essere pensata in termini di sfruttamento dell’ambiente, di sfruttamento delle risorse, come se queste risorse fossero infinite. E’ necessario uno sviluppo ecocompatibile con investimenti produttivi uniti ad una profonda innovazione tecnologica, capace di salvaguardare il nostro futuro.

Tutto ciò è possibile se si ascolta la lezione della Laudato si’ che innanzitutto ci invita ad una conversione culturale, a un cambiamento di mentalità, a un cambiamento di rotta e quindi ad un cambiamento dei modi di intendere lo sviluppo. Uno sviluppo che metta al centro il valore della persona, la cura della casa comune in modo da avere un futuro sostenibile per i nostri figli. In questo i giovani giocano un ruolo molto importante. Solo in tal modo sarà possibile ascoltare “il grido della terra e il grido dei poveri” (LS 49).

50 ANNI DELLA CONCATTEDRALE DI TARANTO

Un’architettura a servizio della fede e della liturgia come simbolo per tutta la città

Giò Ponti a ottant’anni progetta ancora opere memorabili come la nostra Concattedrale di Taranto di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della sua inaugurazione e consacrazione. Commissionata dall’Arcivescovo Guglielmo Motolese in considerazione dell’espansione urbanistica della città verso la nuova zona orientale, la Concattedrale, dedicata alla Gran Madre di Dio, è una vera e propria sfida per Ponti come si evince dal complesso iter progettuale che lo ha portato ad elaborare ben quattro progetti prima di arrivare a quello finale. Inoltre, dal ricco e fitto epistolario tra l’architetto e l’Arcivescovo, si evince chiaramente come Ponti ha vissuto il suo lavoro progettuale innanzitutto come un percorso spirituale prima che tecnico, un percorso in cui la sua unica preoccupazione era quella di offrire alla città un’architettura che fosse a servizio della fede e della liturgia. Per altro, la committenza dell’opera arriva a cavallo del Concilio Vaticano II e Ponti avverte forte l’esigenza di adeguare il suo progetto alle esigenze della riforma liturgica.

Giò Ponti, dunque, concepisce la Concattedrale portandosi dietro la complessa trama di pensieri sull’architettura sacra, sul rinnovamento conciliare, sulla forte dimensione della sua fede personale e quella della comunità e sul contesto storico e urbanistico della città, dando così vita ad un’opera architettonica fortemente simbolica nelle sue forme, nei colori, negli arredi e nelle opere artistiche in essa contenute.

Ciò che subito colpisce l’osservatore è la simbolica “vela” della facciata che si riflette nell’acqua delle tre vasche collocate nel piazzale antistante, le quali rappresentano il mare. La vela sostituisce la tradizionale cupola ed è costituita da un doppio muro traforato che dietro ha solo il vuoto e le cui aperture o finestre sono state realizzate, come spiegava lo stesso Ponti, “perchè gli angeli vi potessero sostare”.

Anche all’ interno della chiesa ci sono forti richiami simbolici, come le due colonne ai lati del presbiterio che reggono due àncore, chiara allusione alla fede e alla tradizione marinara di Taranto. L’altare maggiore è di pietra bianca ma la porta rivolta verso i fedeli è coperta di ferro dipinto di verde.

Dietro l’altare, dipinti dallo stesso artista, l’Angelo dell’Annunciazione e la Madonna. Alla sinistra di chi entra è stata ricavata una cappella dedicata ai caduti della Marina Militare, di cui Taranto è importante base.

L’architetto diceva di aver studiato il tempio in modo che il grande sole di Puglia trionfasse all’interno, dando una illuminazione gioiosa e al contempo inducesse i fedeli ad avvertire nella luce un segno della presenza di Dio che riempie la solitudine e il buio dell’uomo.

In occasione del cinquantesimo, è stato creato un comitato composto da rappresentanti dell’Arcidiocesi di Taranto, della Soprintendenza Archeologia-BelleArti-Paesaggio di Brindisi-Lecce-Taranto e del Politecnico di Bari, per la realizzazione di alcuni eventi celebrativi tra cui una mostra nel Museo Diocesano di Taranto patrocinata e sponsorizzata dal MIBACT e un Convegno di studi con la collaborazione dell’Ufficio Nazionale CEI per i Beni Culturali e l’Edilizia di culto.

Credits Photo Luca Massari ** Gentile concessione dell’ Ufficio Beni Culturali dell’arcidiocesi di Taranto.

Facebook Comments
Progettare in armonia
28 Maggio 2020
Giuseppe Maria Jonghi Lavarini
19 Dicembre 2018