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Esperienze di fede


S. Em. Card. Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze

S.Em. Mons. Giuseppe Betori 

Guardare al tempo della Chiesa nascente è decisivo per comprendere le radici profonde dell’esperienza di fede della comunità cristiana e della sua missione nel mondo e, di conseguenza, individuare orientamenti che le permettano di vivere la sua missione nell’oggi.

Missione a cui il patrimonio culturale ecclesiastico non può essere estraneo: siamo infatti chiamati a essere oggi testimoni del Risorto anche attraverso la custodia e la valorizzazione di quel grande patrimonio culturale e artistico mediante il quale i fratelli e le sorelle che ci hanno preceduto hanno proclamato e celebrato al loro tempo la forza e la bellezza del credere e che ci hanno consegnato come impegnativa eredità, costituendo al tempo stesso orientamento fondamentale per dare forma oggi all’espressione architettonica e artistica della fede per la comunità. 

All’indomani della Pasqua, la comunità dei discepoli del Signore così come ci è descritta nel libro degli Atti si sente certamente radicata nella fede di Abramo, nella legge mosaica e nell’esperienza cultuale del tempio, e in questo segue l’esempio del Maestro che, da pio ebreo, frequentava il tempio e celebrava le feste del giudaismo. Al tempo stesso, però, la prima Chiesa sa di essere portatrice di una novità radicale, che si fonda sul riconoscimento della signoria di Gesù. «Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36), sono le parole con cui Pietro conclude il suo discorso nel giorno di Pentecoste. 

Pur restando legati al tempio, i cristiani erano anche ben consapevoli di come Gesù, facendo eco al giudizio dei profeti, aveva condannato il modo con cui in esso era organizzata la vita cultuale. Soprattutto avevano chiara memoria di come Gesù avesse predetto la fine del tempio e di come nel processo contro di lui proprio questa fosse stata una delle accuse: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”» (Mc 14,58). 

Non meraviglia pertanto che, accanto alla frequentazione del tempio, i cristiani abbiano cercato uno spazio proprio, abbiano fatto delle case un luogo complementare per la celebrazione della fede. Nello spazio della casa e della tavola si esprime un’eredità specifica della comunione di vita dei discepoli con il Signore, la loro familiarità con lui attorno alla condivisione della mensa, in modo particolare l’esperienza dell’ultima Cena con lui prima della Passione, la Cena nel corso della quale le parole di Gesù avevano rivelato il senso della sua Croce come dono della vita per la salvezza di tutti e aveva invitato a ripetere quel gesto in memoria di lui. 

È chiaro quindi che la decisione di ritrovarsi nelle case rispondeva a esigenze profonde e proprie delle prime comunità cristiane: non nel tempio, ma nella persona di Gesù, nella familiarità serena e intima con lui, è possibile entrare in comunione con lui, e attraverso di lui con il Padre. Nel gesto familiare dello spezzare il pane, condiviso insieme ai fratelli, è possibile celebrare la memoria di Gesù e sperimentare la sua presenza viva e operante. Luca più volte ricorda come i primi cristiani avessero l’abitudine di riunirsi “nelle case” per il pasto in comune, la preghiera, l’annuncio e l’insegnamento (cfr. At 8,3; 20,20). Nell’ambiente domestico i primi cristiani imparano a celebrare la memoria di Gesù e ascoltano la parola trasmessa dagli apostoli. 

L’esperienza di fede e liturgico-celebrativa della primitiva comunità cristiana nasce e si sviluppa a partire da questa dimensione familiare e accogliente della casa: la Chiesa alle sue origini si raccoglie e celebra la memoria del Crocifisso Risorto nell’abitazione che una famiglia cristiana mette a disposizione per l’assemblea. Il libro degli Atti parla di questi momenti, vissuti «con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (At 2,47). 

Leandro Bassano “Ultima Cena” (XVI sec.) ,
Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Sala della Giustizia 

Romano Guardini descrive così il senso profondo di questa fraternità che tutti abbraccia e deve poter abbracciare: «Essa [la Chiesa] è costituita di credenti; ma è qualcosa di più che la loro mera somma, nutrita dalle stesse convinzioni e abbracciata dagli stessi ordinamenti. I fedeli sono piuttosto stretti insieme da un reale principio comune di vita. Questa vita comune è il Cristo vivente: la sua vita è la nostra vita; noi siamo “incorporati” in Lui, siamo il “suo corpo”, Corpus Christi mysticum. Vi è una potenza reale che domina questa grande unità di vita, che incorpora in sé il singolo, lo fa partecipe della vita comune, ve lo mantiene: lo “Spirito di Cristo”, lo Spirito Santo. 

Ogni singolo credente è una cellula di questa unità vitale, un membro di questo corpo. In molteplici occasioni il credente si rende consapevole di questa unità che lo avvolge soprattutto nella liturgia. In essa egli scorge che non sta di fronte a Dio come individualità a sé stante, bensì come membro di questa unità. È la liturgia che parla a Dio, il fedele parla con essa e in essa. E da lui essa esige che sia consapevole d’essere suo membro e tale voglia essere» (R. GUARDINI, Lo Spirito della Liturgia. I santi segni, Brescia, Morcelliana, 2007, pag. 38). 

Salvaguardare questa unità, garantire questa comunione che nessuno esclude è essenziale per la Chiesa in tutte le sue manifestazioni, quella liturgica anzitutto. Far sì che nessuno si trovi escluso da questa esperienza di vita del corpo di Cristo è un dovere anche per gli spazi liturgici. 

La radice ultima della comunione ecclesiale non è data però semplicemente dai legami fraterni di coloro che si ritrovano nello stesso luogo, bensì dall’identità della Chiesa come corpo di Cristo, che ha quindi la sua unità come conseguenza del legame con il Capo e dell’essere animata dal suo Spirito. La dimensione assembleare del luogo di culto non va quindi confusa con la sua funzionalità, bensì con il riconoscimento che la comunione dei fratelli scaturisce dal dono di Cristo, dalla presenza del Signore in mezzo a loro. La salvaguardia di questa radice teologica e non sociologica dello spazio sacro è essenziale per salvaguardare la connessione tra il tempio e le case che caratterizzava la primissima esperienza dei cristiani a Gerusalemme e che poi continuò a ispirare la costruzione dei luoghi liturgici cristiani. 

Accanto al modello della casa anche quello della sinagoga è però decisivo per dare forma allo spazio ecclesiale e alla sua accoglienza. In questo caso la tradizione cristiana, mantenendo ferma la centralità del luogo della Parola aggiungerà alla stessa centralità la tavola eucaristica, come pure la direzione dello spazio verso l’Oriente, segno del Cristo che viene. E, infine, tutto questo si intreccerà con la conformazione basilicale ereditata dagli spazi di incontro della polis. 

Possiamo così riassumere e raccogliere gli elementi che andarono costituendo i caratteri dello spazio del culto cristiano: il mistero della presenza divina, che il tempio significa e tramanda; l’ascolto della Parola, che la sinagoga esalta e ci consegna, ma a cui i cristiani aggiungono, accogliendolo dall’esperienza della celebrazione nella casa, il segno della mensa per l’accadere del sacrificio eucaristico e la condivisione del Corpo e del Sangue di Cristo; l’orientamento escatologico di ogni riunirsi dei credenti nel tempo; la socialità dell’umano esaltata a espressione di una comunione che sgorga però dalla grazia divina. 

Tutti questi elementi vanno raccolti e composti per essere radice, motivo e orientamento al fine di garantire a tutti l’esperienza della fede come esperienza di lode e di ringraziamento nel suo accadere negli spazi liturgici. Nessuno ne può essere escluso. E ad esigere la piena inclusione è anzitutto la dimensione trascendente dell’esperienza di fede, in quanto il mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito è alla sua radice mistero di unità, un’unità espansiva, che tutti vuole accogliere nel suo amore. Abbiamo dunque ragioni profonde di fede per chiederci come non escludere nessuno dall’amore di Dio che si incarna nella storicità del corpo di Cristo. Sta davanti a noi un compito che ha chiari orientamenti, profonde motivazioni e impegnative responsabilità di fronte a quanti ne potrebbero restare esclusi o ai margini per fattori vari di disabilità. 

A concludere, va ricordato l’apporto che Joseph Ratzinger ha offerto al tema dell’edificio liturgico. Tra le molte e ricche indicazioni che il grande teologo e pontefice offre per la nostra riflessione, segnalo queste parole: «Dio costruisce la sua casa, ciò significa che essa non si realizza dove gli uomini vogliono esclusivamente da soli progettare, da soli riuscire, da soli produrre. […] Non si realizza laddove gli uomini non sono disposti ad aprire spazio e tempo della loro vita a Lui […]. Dove però gli uomini si lasciano impegnare per Dio, là essi trovano il tempo per Lui e là si crea anche lo spazio per Lui. Allora essi possono osare il passo verso l’avvenire: rappresentare nell’oggi il dimorare di Dio con noi e la nostra riunione per merito suo, che ci rende fratelli e sorelle in un’unica casa. […] Solo in una tale spiritualizzazione del mondo in vista del Cristo venturo emerge veramente il bello nella sua forza trasformatrice e consolante. E si rivela una cosa sorprendente: la casa di Dio è la vera casa degli uomini» (J. RATZINGER, Opera Omnia. II: Teologia della Liturgia, Città del Vaticano, LEV, 2010, p. 528). Una casa di tutti. 

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