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Adeguamento liturgico dell’Aula della Parrocchia San Vigilio a Roma


La parrocchia San Vigilio ha i suoi confini nel settore Sud della diocesi di Roma e precisamente nella Laurentina, via di vigna Murata, viale del Tintoretto e largo Bacigalupo, per un totale di circa 15.000 abitanti. La progettazione del nuovo spazio liturgico, curata dal nostro studio, è stata affrontata nella consapevolezza che adeguare un’aula liturgica alle esigenze dettate dal Vaticano II non è cosa facile, soprattutto quando si vogliono conciliare insieme temi teologici, esigenze liturgiche e la dimensione estetica di un’opera architettonica che ha a che fare con un’esperienza dello spazio emotiva e sensibile. 

Quando si parla di adeguamento liturgico si è soliti pensare ad una chiesa antica che va adeguata alle esigenze celebrative nate dalla riforma liturgica che ha fatto seguito al Concilio Vaticano II.

In questo caso ci troviamo di fronte ad un edificio post- conciliare, progettato nel 1990 la cui architettura rifletteva solo in parte tali esigenze liturgiche.

Nella primavera del 2022 il parroco don Alfio Tirrò volle avviare una prima analisi coinvolgendo lo studio di architettura luoghiCOMUNI; quindi chiese all’ufficio liturgico diocesano di avviare una riflessione liturgica sull’edificio-chiesa

Si è creata così una sinergia di competenze e il confronto ha fatto emergere le coordinate teologiche che avrebbero costituito l’ossatura portante del progetto di adeguamento dell’esistente. 

Analisi dello stato dei luoghi 

L’edificio progettato dallo Studio Passarelli nel 1990, si presenta esternamente come un volume basso e compatto in cemento armato, al quale si alternano pareti in mattoni di tufo. L’aula ha una superfice di circa 500mq, alla quale si aggiunge una cappella feriale di circa 30mq.

Entrando dall’ingresso principale su Via Paolo Di Dono n.218, si accede alla prima quota dell’aula, caratterizzata da gradinate semicircolari che digradano verso l’area dell’altare posta in posizione angolare, con alle spalle ampie vetrate che consentono la celebrazione all’aperto.

Da un’analisi generale dell’impostazione dell’aula sono state rilevate delle criticità di impianto, rispetto all’adeguata centralità dell’altare per un corretto svolgimento delle celebrazioni. 

L’assemblea risultava spazialmente disorientata a causa della presenza di diversi elementi architettonici, in particolare dalle travi in cemento armato che caratterizzano lo spazio e che guidano lo sguardo in direzioni discordanti rispetto alla centralità dell’area del bema, fulcro della pianta organizzata con quarti di cerchio, con l’altare come fuoco prospettico. 

La lettura dell’impianto compositivo evidenziava quindi i seguenti aspetti: 

A – La rotazione dell’Altare generava un asse discordante rispetto alla direzione della pianta dell’Aula. 

B – L’Ambone realizzato con un semplice leggio mobile: non assolveva la sua natura di presenza simbolica emergente nell’Aula. 

C – La sede del presbitero presidente era posizionata lateralmente, in uno spazio di risulta che la rendeva visibile solo a parte dell’assemblea. 

D – Il Tabernacolo era collocato dietro l’altare, nel pilastro del presbiterio, rendendo difficile l’adorazione. 

Aspetti architettonici e compositivi 

La scansione del nuovo spazio celebrativo si realizza a partire dall’Altare, punto centrale per tutti i fedeli per il suo rinviare all’unicità e centralità del Cristo e del suo sacrificio eucaristico. Necessaria ed inevitabile, la rotazione dell’altare ha generato un nuovo asse prospettico che lo riporta visivamente e fisicamente al centro della comunità che celebra.

L’Ambone, luogo posto in alto della celebrazione, attraverso l’adeguamento liturgico del presbiterio, diventa presenza simbolica e visivamente emergente nell’aula ecclesiale, riconoscibile sia prima che dopo i tempi celebrativi.

Stilisticamente collegati per garantire una continuità visiva, Altare, Ambone e Presidenza sono stati pensati come poli inamovibili, da realizzare con materiali durevoli come pietra naturale, nella fattispecie Travertino e Granito nero fiammato.

La nuova collocazione della Presidenza, ben visibile a tutti, esprime la distinzione del ministero di colui che guida e presiede la celebrazione nella persona di Cristo; pertanto, è in diretta comunicazione con l’assemblea dei fedeli pur restando identificata nell’area del presbiterio.

Tenuto conto della struttura della Chiesa, il Ss. Sacramento conservato nel Tabernacolo, è stato collocato in una parte dell’aula che per conformazione lo potesse ospitare in modo dignitoso, ben visibile per l’assemblea ed opportunamente decorato. 

L’Altare 

Il nuovo Altare della Parrocchia San Vigilio è formato da un blocco tendente al cubo di 120x120x95cm. La forma cubica è suggerita dalla tradizione biblica veterotestamentaria: “L’Altare sarà quadrato e avrà l’altezza di tre cubiti” (Es 27,1).

La forma iconica dell’altare suggerisce una distinzione fra l’ara, formata dalla pedana e dalle pareti in travertino romano che si intrecciano con il granito nero assoluto fiammato e la mensa sulla quale viene celebrato il sacrificio eucaristico.

La uguale misura di tutti i lati della mensa indica la uguale partecipazione di tutti i ministri del Vangelo alla celebrazione eucaristica come comunità.

Il nuovo altare, icona di Cristo, ara del sacrificio e mensa del convito pasquale, esprime proprio la luce dell’Incarnazione che “incombe” sulle tenebre dell’umanità oppressa dal peccato. L’effetto ottico del frastagliato del travertino bianco che sembra “attirare” dal basso verso l’alto il materiale nero della base rievoca le parole del salmista: “Mi ha tratto dalla fossa della morte, dal fango della palude; i miei piedi ha stabilito sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi”. (Sal 39,3). 

L’Ambone: “Monumento della Risurrezione di Cristo” 

Nel pensare l’ambone della chiesa parrocchiale di San Vigilio si è tenuto conto della specifica funzione di questo luogo liturgico. Un ambone come monumento nel suo senso pieno: anamnesi di un avvenimento, icona spaziale della risurrezione.

Volutamente posto in un punto visivamente sensibile, si presenta come un monumento possente da dove poter proclamare la Parola di Dio in modo da poter raggiungere anche visivamente tutta l’assemblea in un’aula liturgica divisa in due differenti livelli tra loro molto accentuati.

Un ambone alto in quanto da esso discende la Parola di Dio, come la pioggia e la neve discendono dal cielo per fecondare la terra (cf. Is 55, 10), alto come il monte delle Beatitudini (cf. Mt 5, 1), come nell’ubbidienza di Isaia a cui viene intimato “Sali su un alto monte, tu che annunzi liete notizie in Sion” (Is 40, 9). Nella progettazione, si è partiti dalla sua natura stessa: infatti, “ambone” (dal greco ana-baino) significa “salire in alto”. Se esso viene privato di una ragionevole altezza non è ambone.

La conformazione dell’Ambone si incentra molto sul contrasto di chiaro e scuro al fine di esprimere due diversi significati. Prima di tutto i due angeli che annunciano la resurrezione di Cristo, rappresentati dalle due “ali” laterali in materiale più scuro che richiama, altresì, gli elementi neri dominanti degli infissi del presbiterio, ma che bene si prestano anche ad una lettura spirituale.

Il travertino bianco che fa da sfondo e rappresenta la tomba vuota, è il chiarore luminoso della risurrezione che suscita la fede e mette in ombra le due figure come in un gioco di controluce esattamente come ci suggerisce l’apostolo il quale, entrando nella tomba vuota si apre alla luce della fede dichiarando che “vide e credette” (Gv 20,8). Un bagliore (bianco) che trae la sua luce dalla risurrezione di Cristo che spezza con la sua forza la pietra che lo tratteneva nel buio delle tenebre (nero).

Un altro concetto reso evidente dalla conformazione di questo Ambone è quello espresso dalla costituzione Dei Verbum al n. 16 circa il rapporto tra antico e Nuovo Testamento: “Dio dunque, il quale ha ispirato i libri dell’uno e dell’altro Testamento e ne è l’autore, ha sapientemente disposto che il Nuovo fosse nascosto nel Vecchio e il Vecchio fosse svelato nel Nuovo”. Le due spallette nere rievocano nell’immaginario le tavole della legge che si dischiudono alla luce dell’annuncio pasquale, segno della nuova ed eterna Alleanza. Sul lato sinistro dell’ambone è predisposto un alloggiamento per il cero pasquale, con il quale il monumento raggiunge l’altezza di tre metri. 

La Sede 

Segno di sintesi delle linee architettoniche è la sede presidenziale. Essa, infatti, è collettore delle forme e delle cromie presenti nell’aula. Sobria nelle sue dimensioni, deve la sua cromia a quella dell’altare e dell’ambone.

La sede presidenziale, richiamandole, riassume e ricapitola le componenti della celebrazione liturgica. Quest’ultima diviene memoriale dinamico per la presidenza ministeriale, ecco perché nelle sue linee architettoniche e nelle sue cromie essa è formata dalla natura dei vari elementi presenti nell’aula ecclesiale. Così essa diviene formante di immagine di ministerialità che trova significato e diviene significante in relazione alla natura simbolico-celebrativa dell’altare e dell’ambone.

Posta quasi in continuità con la configurazione circolare dei banchi dedicati all’assemblea, la presidenza esprime proprio l’esercizio del sacerdote che non “sovrasta” ma “pre-siede” (dal latino pro-sedeo) l’assemblea durante l’azione liturgica. Le sta di fronte per servire in Persona Christi la comunità che celebra i divini misteri.

La sede è orientata verso l’ambone per indicare che il presbitero è il primo ascoltatore della Parola. Questa configurazione vuole evidenziare che il “presiedere” è principalmente un ministerium, un servizio, anzi “il” servizio di Gesù ai suoi fratelli. Anche nella sede si ripropone la bicromia di tutti gli arredi liturgici esaltando il contrasto che dalle tenebre porta alla luce. 

La custodia dell’Eucaristia 

Oltre all’Ambone, l’aula liturgica di San Vigilio mancava di una vera custodia dell’Eucarestia. Il tabernacolo era letteralmente “aggrappato” al pilastro che domina sul presbiterio e nelle concelebrazioni risultava oscurato.

La nuova collocazione, oltre ad essere nettamente distinta dal presbiterio, si presenta come luogo dove poter adorare Cristo presente nel Sacramento e gestire la distribuzione dell’Eucarestia, quanto il prelevamento del viatico, senza creare disordine o intralcio allo svolgimento ordinato delle liturgie.

Nella custodia si nota un’inversione delle cromie, infatti, il colore predominante è la luminosità delle pareti decorative laterali. Al centro una banda nera fa da sfondo al tabernacolo in bronzo dorato (Cristo incarnato, luce nelle tenebre) suscitando un contrasto che esalta la presenza del Tabernacolo stesso.

Posto frontalmente quasi all’ingresso dà concretezza tangibile alle Parole “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”. 

Si ringrazia padre Giuseppe Midili per il contributo


Studio luoghiCOMUNI. 

Arch. Enrico Maria Turella e Chiara Celidoni, Lo studio di architettura luoghiCOMUNI nasce a Roma nel 2008 dall’iniziativa dei due architetti romani, Enrico M. Turella e Chiara Celidoni che insieme ad altri giovani e brillanti collaboratori definiscono l’attuale configurazione dello studio. 

luoghiCOMUNI porta nel suo nome i paradossi legati alla figura dell’architetto e al mondo dell’architettura che intende superare lavorando in controtendenza: la stessa definizione tradizionale di studio di architettura non è sufficiente per descrivere la volontà di divenire un vero e proprio “luogo” di incontro di professionalità ed esperienze da mettere in “comune” nell’ottica di una visione progettuale olistica, multidisciplinare ed integrata. 

I due partner vengono da una formazione, non solo accademica, improntata alle tematiche della progettazione ambientalmente ed ecologicamente sostenibile e l’attenzione a tali tematiche è tutt’oggi presente nella loro attività ed è corroborata da una continua ricerca di materiali e tecnologie innovative instaurando rapporti diretti e proficui con aziende nazionali e internazionali. 

La dinamicità dei componenti dello studio è dimostrata dalla diversificazione delle attività affrontate e delle discipline coinvolte nei diversi lavori mantenendo come punto cardine il progetto come elemento di sintesi pur approcciandolo ogni volta in maniera diversa. 


Chiesa parrocchiale San Vigilio – Roma 

Progetto: Studio luoghiCOMUNI, Arch. Enrico Maria Turella e Chiara Celidoni 

Liturgista: Padre Giuseppe Midili, ocarm 

Scultrice: Bruna Gasperini 

Decoratore: Valerio Galante 

Fotografo: Moreno Maggi 


Mappa di Sintesi: Adeguamento liturgico dell’Aula della Parrocchia San Vigilio a Roma
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