Architettura

Una chiesa che interpreta il contesto

Il progetto del nuovo Complesso parrocchiale dedicato per la parrocchia di Borgo Nuovo a Verona, esito di un concorso di progettazione, ha saputo interpretare richieste di chi abita il quartiere proponendo in un unico complesso formato da chiesa, casa canonica e locali per il ministero pastorale il “volto” della Chiesa vicina alla gente

Non era facile creare un’opera che ben si armonizzasse nel quartiere di Borgo nuovo di Verona. Questa zona della città di Verona ha già una conformazione caotica a seguito dello sviluppo edilizio avvenuto negli anni 80 del secolo scorso. Ma il concorso di tante professionalità e l’ascolto sostenuto di tutte le richieste di chi abita il quartiere ha consentito di creare un complesso parrocchiale formato da chiesa, casa canonica, locali per il ministero pastorale che ha il volto della Chiesa vicina alla gente. Un plauso per coloro che hanno operato la sintesi. Ben riuscita nel mantenere assieme il significato simbolico che riveste una nuova architettura cultuale, luogo di preghiera e di contemplazione.

È una “Casa di preghiera per tutto il popolo di Dio”, magari proveniente da diverse parti del mondo che trovano alloggio nel quartiere. Chiunque vi entra con intenti di preghiera è accolto fraternamente come nella sua propria casa. Io ne sono testimone. È la casa di Dio in questa parte della città, perché sia la Casa del popolo di Dio, il popolo dei battezzati che portano le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dell’oggi. Qui si plasma e si definisce l’identità e la missione del cristiano: il suo essere figlio di Dio, a Lui consacrato in Cristo nel dono dello Spirito, per la missione di essere evangelizzatore con la testimonianza del suo essere luce del mondo e sale della terra.

Auguro che questa chiesa possa essere frequentata come il giorno della sua benedizione, soprattutto per la preghiera liturgica dell’Eucaristia domenicale, così da consentire a coloro che vi entrino di riprendere coscienza del proprio essere Popolo di Dio, cioè Chiesa, Corpo di Cristo, Sposa di Cristo, tempio dello Spirito di cui Cristo è il fondamento.

S.Ecc Mons Giuseppe Zenti, vescovo di Verona


Il contesto va capito, assorbito, interpretato: questo è sempre l’inizio dell’avventura.

Nel 2007 dopo che il nostro studio è stato invitato alla partecipazione del concorso ci siamo subito confrontati con la Chiesa che c’era prima, amatissima dalla popolazione; la nuova costruzione avrebbe infatti preso il posto della vecchia che presentava diversi e gravi problemi strutturali ed era diventata insufficiente per la popolazione del quartiere di Borgo Nuovo, che da piccolo borgo, nato negli anni ’30 per dare un tetto ai poveri di Verona, stava diventando uno dei quartieri più popolosi della città.

Qualche anno prima della fase di concorso, nel 2004, la Parrocchia aveva indetto un referendum sulla demolizione, votarono in tantissimi e l’80 per
cento si espresse per l’abbattimento; malgrado questo tutti avevano nel cuore la chiesa in cui avevano preso i sacramenti da ragazzini, si erano sposati, avevano battezzato i figli.

Quando fu demolita nel 2016, la folla guardava in silenzio, si percepiva diffidenza verso il cantiere della nuova e sfiducia sulla capacità degli architetti di costruire una chiesa moderna dove si potesse essere “comodi” fisicamente ma soprattutto spiritualmente.

Ciò rafforzava la nostra convinzione che la strada progettuale intrapresa era quella giusta; l’obiettivo, da noi dichiarato fin dall’inizio, era che la nuova chiesa doveva comunicare “l’esperienza del sacro” ma raccontare anche l’anima del luogo e della chiesa che c’era prima.

Così abbiamo mantenuto nella nuova chiesa gli elementi fondamentali della vecchia; come il rosone in facciata – stupenda vetrata dedicata alla Vergine Maria del maestro locale novecentesco del vetro Salvatore Cavallini – mettendo in risalto quell’elemento identitario così importante per tutta la comunità.

La facciata con il campanile a fianco è l’icona che indica la presenza di una chiesa; il campanile qui è posto nell’angolo sud-ovest della facciata nel luogo di fondazione di Borgo Nuovo a segnalarne la piazza e ad omaggiare Angelo dall’Oca Bianca, che si trova sepolto proprio di fronte, artista filantropo e fondatore dello stesso quartiere.

Proprio il campanile è l’emblema della chiesa; ha forma semplice sobria, quasi monastica, che si eleva dall’edificato circostante e che pone nel punto più alto del quartiere la struttura metallica realizzata in perfetta armonia con le storiche campane della Fonderia Cavadini, anch’esse provenienti dalla vecchia chiesa.

Dal campanile si snoda il corpo dell’aula liturgica, volutamente alto, proporzionato alla nuova urbanità, che culmina nel lucernario della zona presbiteriale. La facciata presenta quinte di diversa profondità ad accompagnare il visitatore all’interno.

La pianta deriva dall’incrocio di due coordinate: l’asse principale est ed ovest che collega la piazza del quartiere, attraversa il portale d’ingresso e giunge all’altare e alla zona presbiteriale e l’asse secondario che il collega il centro parrocchiale con la fonte battesimale.

All’interno morbide superfici e il guscio ligneo interno danno corpo ad un nucleo avvolgente sia in pianta che in alzato, impostato su una pianta a campana in cui l’incurvamento della zona presbiteriale ne rallenta l’impostazione longitudinale.

La navata principale si presenta come un grande spazio direzionato e prospettico, dove alte quinte in legno scolpite dalla luce accompagnano in un abbraccio chi entra e lo conducono verso il trascendente.

La chiesa non ha finestre sul quartiere. La luce zenitale e la camera di luce del piccolo cortile nel lato nord interpreta il tempo atmosferico. Nei deambulatori, alte e snelle aperture, permettono alla luce di entrare; le quinte lignee la filtrano e all’interno dell’aula giunge diffusa e pulviscolare.

Il volume della chiesa è stato realizzato in cemento armato con finitura a vista; il processo costruttivo è dentro il materiale. Il calcestruzzo ha i segni delle casseforme in legno, segni e trame sono impressi. Il legno di rivestimento delle quinte e i pavimenti in pietra seguono questo principio; materiali vivi in vibrante armonia. Tattilità e monocromaticità – ocra, grigio e bianco calce – rilevano cromatismi nelle ombre. La luce è stata utilizzata come materia di costruzione dello spazio senza esibirla od ostentarla.

Lo spazio è costruito sia da una mutevole progressione di chiarori riverberati sulle pareti laterali – illuminate dalla luce riflessa delle quinte interne – che dalla luce diretta che entra attraverso i tagli delle stesse quinte illuminando l’interno come una meridiana.

La forma è strettamente legata alla liturgia; il progetto ha come elemento primario l’altare che, in sintonia con la riforma liturgica, diventa polo centrale dell’assemblea che si raduna.

L’altare in pietra scolpita ha un “nobile bellezza”, forma primordiale, semplice e maestosa. Le sedute, disposte asimmetricamente nella zona prospiciente il presbiterio con al centro l’altare, lasciano spazio all’ambone che si pone, quasi protraendosi, verso l’assemblea definendo un percorso rituale dinamico “sede-altare-ambone” facilmente percepibile dai fedeli.

La relazione tra altare, crocefisso e apparato architettonico delle alte strutture lignee del fondale e delle quinte laterali con le croci che rappresentano i 12 apostoli, è intenso, fatto di luce e di forme avvolgenti e dinamiche, che coinvolge completamente l’assemblea.

Le opere iconografiche sono state scelte successivamente attraverso un concorso indetto dalla Curia di Verona nel 2009 con l’ausilio di noi progettisti che avevamo indicati i temi, i luoghi di collocazione e le dimensioni delle opere stesse.

La presenza in giuria, tra gli altri, di Tito Amodei, Mons. Carlo Chenis e Mons. Tiziano Ghirelli è stata fondamentale per una scelta di grande qualità: la commissione ha operato scelte di diversi artisti per i differenti temi in oggetto indicando per ogni opera delle prescrizioni introducendo modifiche e perfezionamenti.

Da quel giorno è iniziato un appassionato dialogo tra noi architetti, artisti e la committenza nella continua ricerca della migliore armonia tra architettura e liturgia con risultato di opere d’arte straordinarie che meriterebbero uno specifico approfondimento.

Tanti sono gli incontri in cantiere, negli studi e laboratori degli artisti per discutere e valutare i bozzetti; come quelli con Tito Amodei, che ha voluto personalmente arricchire la chiesa del suo ultimo Crocifisso. Un’opera dall’iconografia innovativa a cui Padre Tito era legatissimo, il cui bozzetto è stato donato al Papa.

Alle pareti, la pittrice Gabriella Furlani presenta, per la prima volta insieme in una unica visione pittorica, con l’idea del libro che si apre, lo svolgimento degli episodi evangelici sulla vita del Cristo con Via Crucis / Via Lucis.

E poi lo scultore Giuliano Gaigher che ha realizzato il tabernacolo, una teca di vetro che rappresenta l’acqua, il suo movimento vorticoso e la sua freschezza. L’acqua, con il suo moto, scava e dona l’immagine della perseveranza, della quotidiana ricerca del mistero della Fede. Il vetro, che rappresenta l’acqua, ma che diventa luce.

Un ideale percorso trasversale mette in relazione l’accesso alle opere parrocchiali con lo spazio del fonte battesimale, nel quale il gruppo scultoreo di Hermann Josef Runggaldier descrive, in un giardino di ciottoli, il battesimo di Cristo e il procedere di una famiglia di statue in bronzo verso l’evento.

E’ qui dove abbiamo cercato la migliore sinergia tra architettura e arte sacra; lo scultore, con la luce fa vibrare la pietra tutt’uno con lo spazio architettonico intorno, con il legno fa rivivere l’acqua del Giordano.

La sfida era dunque leggere l’anima di un quartiere così particolare e un progetto attraverso cui dare una prospettiva storica alla nuova chiesa. ll risultato è uno sdoppiamento tra la piana complanarità dell’esterno – volutamente ridotto all’elementarismo ascetico dei volumi e delle pareti, con uno stretto legame con le radici e la storia del quartiere – e la plastica articolazione del guscio ligneo interno: come in un gioco di scatole, dove alla nettezza del recinto murario è affidato il compito di proteggere l’unicità e la preziosità dello spazio sacro.


Chiesa Beata Vergine Maria, Parrocchia di Borgonuovo, Verona

Progetto: studio Archingegno, architetti Carlo Ferrari Alberto Pontiroli
Concorso di progettazione: 2007
Progetto esecutivo: 2009
Realizzazione: 2015 – 2018

STUDIO ARCHINGEGNO

Architetti Carlo Ferrari e Alberto Pontiroli
Lo studio Archingegno dal 1998 ad oggi ha progettato edifici pubblici, residenziali e terziari, con particolare esperienza nella progettazione di spazi comunitari e per il lavoro.

I soci fondatori Carlo Ferrari e Alberto Pontiroli considerano l’architettura come intreccio di elementi storici e contemporanei in grado di produrre soluzioni personalizzate, mai convenzionali e promotrici d’identità. Desiderano far avanzare l’architettura operando con molta attenzione ai dettagli; ogni aspetto, dalla scelta dei materiali e delle migliori tecnologie, al contesto fisico e culturale, è considerato per dare origine a spazi esemplari.

Le opere dello studio hanno ottenuto numerosi riconoscimenti con progetti di architettura e light design. Tra i riconoscimenti si segnalano il Premio Città di Oderzo 2001, Premio Iald’s Award of Merit 2005, Premio Speciale della Giuria nel Premio Architetti Verona 2011 e menzione d’onore in The Plan Award 2019.

Nell’ambito dell’architettura Sacra, il progetto della Chiesa della Beata Vergine Maria è stato selezionato tra i finalisti nell’VII edizione del Premio Internazionale di Architettura Sacra “Frate Sole” e gli architetti hanno ricevuto il titolo di “Ambasciatori del Premio Internazionale di Architettura Sacra” per il quadriennio 2020-2024.

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