La Chiesa di Santa Barbara a Metanopoli. Un Modello di Centralità Urbana

La chiesa di Santa Barbara è stata progettata all’interno del nuovo insediamento di Metanopoli, eretto nel 1952 a San Donato Milanese per volere di Enrico Mattei per ospitare la sede direzionale dell’ENI e le abitazioni dei suoi dipendenti. 

Il processo di ideazione della Chiesa di Santa Barbara a Metanopoli fu facilitato dalla costruzione ex-novo dell’intera cittadina industriale che si insediava in un area non ancora urbanizzata.

La realizzazione della chiesa è un esempio della politica di rinnovamento dell’arcivescovo Montini portata avanti in qualità di cardinale di Milano (1955-63): Se Egli si propone di coniugare la bellezza estetica con la bellezza trascendentale, trova in Enrico Mattei un potente alleato, sia come mecenate di artisti, sia come presidente del Comitato Nuove Chiese, costituito nel 1954 e braccio operativo della Diocesi.

La chiesa fu pensata al centro del nuovo complesso insediativo, che comprendeva: il centro direzionale, il “quartiere” tecnico-scientifico, dotato di laboratori altamente specializzati, di officine, di magazzini industriali e di mense; il quartiere residenziale, con le abitazioni per i dipendenti e gli impiegati, gli impianti sportivi, un centro scolastico e un ampio supermercato, uno dei primi della storia italiana.

L’edificio religioso si affaccia su un’ampia piazza posta al lato della principale via d’acceso del quartiere.
In un contesto quindi riparato dal grande traffico, l’impianto urbano è completato da un campanile alto 45 metri, rivestito in pietra e collocato in posizione isolata sul lato destro della chiesa.

Sul lato sinistro infine sono presenti la casa parrocchiale e, ad un livello inferiore, il Battistero rivestito anch’esso in pietra.

L’interno della Chiesa di Santa Barbara a Metanopoli. Il portale e alcuni arredi liturgici sono di Giorgio e Arnaldo Pomodoro.

La chiesa è dedicata alla patrona dei minatori, che ben rappresenta la protezione richiesta per i dipendenti di una società di idrocarburi.

L’interno è composto da una grande navata centrale e altre due laterali. Esse si presentano come piccole cappelle in successione e collegate tra loro. La loro copertura è una balconata che continua anche sul lato della facciata di ingresso. Questo moderno matroneo permette la visione dell’altare ed esprime il senso della collegialità dei fedeli intorno al luogo della celebrazione.

Lo spazio interno è definito in altezza da coperture a diversi livelli: sia la parte iniziale che la parte terminale sono più alte e terminano con un soffitto a doppia falda dotato di lucernari.

La diversa ampiezza degli ambienti crea una sequenza precisa di spazi. Il fedele infatti all’entrata è accolto nell’ombra, a causa del primo lucernario che illumina il lato corto del matroneo, e per via del soffitto ribassato dell’aula assembleare. La parte terminale invece è bene illuminata, grazie all’alta copertura e all’estensione del corpo trasversale, il quale ospita l’altare e altre panche ai lati.

In questo vero e proprio transetto lo spazio è dominato dal mosaico parietale di Vincenzo Tomea che risalta ad arte grazie al lucernario in copertura.

https://chiesecontemporanee.chiesadimilano.it


La città dell’uomo

Don. Giuseppe Scotti, responsabile Ufficio Beni Culturali della diocesi di Milano.

Gli urbanisti immaginano la città del futuro. E fanno progetti. Gli architetti vedono gli spazi, vedono l’arredo urbano. Ed elaborano disegni. I politici organizzano il recupero di aree dismesse. E propongono bandi. I sociologi raccontano di una società che muta. E scrivono articoli. Le imprese di costruzioni vedono le nuove opportunità. E stendono il budget.

Chi abita la città sa dei progetti, vede i disegni, conosce i bandi, legge gli articoli, capisce l’aspetto economico. Tuttavia, alla fine, rimane frastornato, arido, triste.

Questa è la mia città? E’ la città dove io vivo, lavoro, amo, studio, intesso relazioni, costruisco futuro, genero figli? Questa è la mia città, la città dell’uomo? E’ la città dell’uomo aperto agli altri uomini? E’ la città abitabile e abitata da chi è aperto al trascendente? E’ la città dove l’arte ha la sua casa? E’ la città dove la scultura trova dimora? E’ il luogo dove la poesia rimanda ad un “oltre” che rende capace di osare?

Forse bisogna trovare un poeta per accendere una luce su questo tempo.

Occorre un poeta, ricco d’anni e di sapienza, per condurre l’uomo contemporaneo che progetta la città del futuro a non avere occhi spenti. Sì, un poeta che osa dire parole che il cuore sa essere essenziali, ma che i progetti, i disegni, i bandi, gli articoli e il budget sorvolano. Quasi fossero quisquilie, banalità per chi vive in una società che cambia.

E’ il poeta dagli occhi aperti, luminosi e vigili, carico d’anni, perché giunto all’ultima postazione del suo – ma forse anche totalmente nostro smarrimento – a convocare noi tutti in una corale domanda:

E nemmeno so
se questa
mia povera argilla
deforme e consunta
arda

per sete di volto:
“il tuo volto io cerco?”

Così, forse è solo così, che troveranno ancora casa i Bacciocchi, i Cassinari, i Cascella, i Gentilini, i Fazzini, i Pomodoro, i Tomea. Proprio come è avvenuto per il nuovo insediamento di Metanopoli a metà del secolo XX. Ed è così che movimento, colore, tempo, spazio, gioia, vita entrano in dialogo proficuo con la società che cambia. Basterebbe ricordare il rapporto fra Lucio Fontana e il Duomo di Milano nato in tempi probabilmente più difficili. Forse occorre osare immaginare.

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