di Giacomo Alimenti,
direttore dell’ufficio diocesano per i Beni culturali Diocesi Macerata

presbiterio, smontaggio delle coperture
Il 15 giugno scorso, solennità della Santissima Trinità, è stata riaperta al culto la chiesa di San Filippo Neri di Cingoli, in provincia di Macerata, danneggiata dal Sisma del Centro Italia del 2016. L’intervento di restauro è stato attuato dalla Diocesi di Macerata, fortemente voluto dal vescovo Nazzareno Marconi, con il contributo 8xmille alla Chiesa Cattolica.
Progettato e diretto dall’arch. Claudio Cardinali in collaborazione con l’ing. Daniele Menghi ed il geom. Massimiliano Borsini, con il coordinamento del vicario episcopale per il Sisma don Gianluca Merlini e il direttore dell’ufficio diocesano per i Beni culturali arch. Giacomo Alimenti, è stato eseguito dalla Edil 93 S.r.l. per le opere in OG2 e dalla Eures Arte S.r.l per le opere in OS2A.
La chiesa sorge a pochi passi dal Duomo, e a ridosso delle mura urbiche, dal lato di levante, dal quale si gode di una vista incantevole sulle colline marchigiane della fascia pedemontana. Il portale e la scatola muraria della fabbrica denunciano l’origine tardo-romanica del tempio, già di Santa Maria della Pieve: qui nel 1267 fu ordinato presbitero San Nicola da Tolentino.

A partire dal 1481 fu oggetto di alcune ristrutturazioni. Nel 1664 fu affidato ai padri Oratoriani, presenti a Cingoli fin dal 1621; promotore della comunità fu Egidio Calvelli, cingolano, ma accolto nella Congregazione dell’Oratorio di Roma nel 1589, dallo stesso San Filippo Neri.
La Congregazione di Cingoli venne eretta canonicamente solo nel 1671, dal cardinale Antonio Bichi vescovo di Osimo. Poco dopo presero avvio i lavori di ristrutturazione della chiesa, progettati dall’architetto romano Giovan Battista Contini.
Il 19 settembre 1694, infine, il cardinale Opizio Pallavicini consacrò il tempio con il nuovo titolo. Esso è pervenuto eccezionalmente integro ai nostri giorni, del tutto completo, cioè, delle sacre suppellettili, delle finiture e degli infissi originali.
L’impianto planimetrico attuale è di tipo longitudinale, rettangolare con gli angoli scantonati; lungo i lati sono disposti due altari a cornu evangelii e due a cornu epistolae; il presbiterio, con terminazione absidata, si innesta sull’aula, senza transetto. In controfacciata è alloggiata la cantoria con l’organo a canne, costruito nel 1764 da Domenico Fedeli di Camerino.
La progettazione ha preso avvio dalla valutazione del quadro fessurativo, diffuso ed esteso a tutto il corpo di fabbrica, con una marcata evidenza sugli apparati decorativi.

Le lavorazioni previste, pertanto, sono state volte alla riduzione del rischio sismico intervenendo non soltanto sugli elementi strutturali stricto sensu, ma anche attraverso la messa in sicurezza dei modellati in stucco e delle superfici pittoriche ad affresco; anzi, tali attività sono state eseguite preliminarmente per poi dare seguito alle opere di consolidamento strutturale. Quest’ultime sono state mirate a migliorare il comportamento d’insieme della scatola muraria, ponendo particolare attenzione alla zona sommitale, ovvero la volta e le coperture.
Le lesioni sulle murature verticali sono state riprese con la tecnica dello scuci e cuci, così da ripristinarne la continuità; le pareti tra loro opposte sono state collegate per mezzo di tiranti metallici, nel sottotetto, mentre per mezzo di profilati metallici è stato rinforzato l’ancoraggio delle capriate all’involucro murario. Ai puntoni delle stesse, conservati in opera, inoltre, sono stati applicati dei piatti d’acciaio accoppiati, laddove risultavano carenti, limitando la sostituzione degli elementi originali alla sola zona presbiteriale, poiché risultavano irrimediabilmente compromessi.
Le volte in muratura, infine, allo scopo di garantire un supporto dal comportamento meno fragile, sono state rinforzate all’estradosso con fibre di basalto; a completamento di ciò, hanno fatto seguito le attività di reintegrazione plastica e pittorica dei modellati e degli affreschi, all’intradosso. L’intervento ha così conseguito il duplice obiettivo di implementare la sicurezza strutturale dell’edificio e la sua fruibilità estetica.

Degli interni, infatti, particolare attenzione meritano gli apparati iconografici, frutto di un programma e di una esecuzione unitari, ai quali è affidato il compito di veicolare il messaggio teologico. Vi operarono i pittori Paolo Marini di San Severino Marche e Pier Simone Fanelli di Ancona. La volta che copre l’aula, attraverso la figura di San Filippo Neri, propone una meditazione sulle virtù teologali, le cui allegorie sono ritratte, entro cartigli in stucco, rispettivamente sopra l’ingresso, al centro della campata mediana e presso l’arco trionfale: Fede, Speranza, Carità. Ognuna è come affiancata da una coppia di altre virtù, umane, che in forza delle virtù teologali vengono come corroborate. Sono effigiate in stucco entro medaglioni: Retta intenzione e Predicazione evangelica; Discernimento degli spiriti e Profezia; Verginità e Sapienza. Al centro della prima e della seconda campata, invece, sono raffigurati l’Omaggio di San Filippo alla Vergine in vita e il Trionfo di San Filippo in morte. Ai lati si aprono le lunette che tagliano l’imbotto per accogliere le luce che entra dalle quattro finestre, verticalmente allineate sugli altari laterali. Entro cartigli dipinti sono trascritti alcuni versetti dell’Inno alla Carità dell’Apostolo Paolo, centrali nel carisma filippino distribuiti dalla prima a cornu epistolae, in senso antiorario, fino all’arco trionfale. Sugli otto pennacchi, invece, campeggiano gli evangelisti e i dottori della Chiesa di Occidente; l’ordine dei Vangeli è riportato dalla seconda alla prima campata, con alternanza a cornu epistolae e a cornu envangelii: San Matteo, San Marco; San Luca, San Giovanni. E con questi: San Girolamo, Sant’Agostino; Sant’Ambrogio, San Gregorio Magno. Con le loro iscrizioni, essi pongono semanticamente in relazione i versetti dell’inno paolino con la figura del Neri, egli che visse profondamente la Carità, senza riserve, divenendone così un esempio. E alla Carità applicata in situazione, vale a dire nel concreto dell’esperienza, alludono le figure di donna che, dipinte, affiancano le finestre, di volta in volta riferite alla singola citazione dell’Apostolo.

Questa sorta di catechesi figurativa prosegue ordinatamente lungo le pareti verticali, attraverso gli altari, con i loro dossali lavorati in stucco a rilievo, all’interno dei quali sono alloggiate le tele pittoriche, fin nei paliotti finemente decorati a scagliola. Il primo ed il secondo altare a cornu epistolae sono dedicati rispettivamente alle Nozze mistiche di Santa Caterina di Alessandria, della famiglia Castiglioni, e all’Angelo custode, fatto erigere da Porzia Clavoni. Dall’altro lato, invece, si trovano gli altari della Crocifissione mistica con San Francesco di Sales, il secondo, di giuspatronato Simonetti, e il primo con l’Estasi di Santa Teresa di Avila, commissionato dai marchesi Silvestri.
L’itinerario simbolico, tuttavia, è nel presbiterio che giunge al suo culmine, dove svolge una profonda dissertazione sull’Eucarestia, che diviene contemplazione del Mistero celebrato. Ancora sulla volta, in posizione mediana, campeggia il Sacrificio di Isacco (Gen 22, 1-18); il catino absidale, poi, ospita un altro episodio biblico: Mosè ottiene agli Israeliti la manna (es 16, 1-35). Si tratta di due prefigurazioni veterotestamentarie del dono dell’Eucarestia (Lauda Sion, strofa 22).

Sui pennacchi compaiono ora le virtù cardinali, per la verità virtù umane, ma che dal Cibo spirituale vengono come accresciute: Prudenza, Fortezza, a cornu epistolae; Giustizia, Temperanza, a cornu evangelii, progredendo verso l’altare maggiore. Sulle pareti longitudinali, al di sopra degli stalli del coro, sono collocate due tele pittoriche: nell’una Aronne compie il Sacrificio espiatorio (Lv 16, 1-27) e nell’altra Davide conduce l’Arca a Gerusalemme (1Cr 15, 1-29). Se Mosè per la tradizione giudaico-cristiana rappresenta il Profeta per eccellenza, Aronne è il capostipite del sacerdozio antico, mentre Davide è il re cui Dio promette una discendenza senza fine (2Sam 7, 12-17). Queste tre figure esplicitano i tre uffici di ogni battezzato e, in special modo, dell’ordine sacro: munus docendi, munus sanctificandi, munus regendi. Il tutto, infine, si riassume nell’altare maggiore, nella Presenza Eucaristica, fonte e culmine della vita ecclesiale (Lumen gentium, 11).
Ai lati del dossale vi è rappresentato una cortina di colore rosso, come di porpora, con ricami d’oro: evidente allusione alla parekot che nel Tempio di Gerusalemme separava il Santo dal Santo dei Santi, cioè il luogo accessibile al sommo sacerdote, nel quale era custodita l’Arca dell’Alleanza. Il tabernacolo, non a caso affiancato da colonne tortili, altro riferimento al Tempio di Salomone, in legno dorato, sta a significare che qui si conserva non più l’ultima porzione della manna del deserto, bensì il Pane vero disceso dal Cielo (Gv 6, 51). Non più le tavole della Legge antica, bensì il Calice del Nuovo patto. Non più la verga di Aronne, ma il frutto di Salvezza scaturito dal Sacrificio della Croce. Quel velo, infatti, che rendeva inaccessibile la Presenza di Dio tra gli uomini, è stato squarciato nel Venerdì di Passione, dalla salvifica morte del Redentore (Lc 23, 45). Il suo Cuore, squarciato dalla lancia del centurione, è divenuto per tutti Sacramento di salvezza (Gv 19, 34). Da qui il senso profondo della pala d’altare, eseguita da Carlo Maratta: San Filippo in estasi nel celebrar la Messa. Nella celebrazione eucaristica l’Evento della Croce si fa nuovamente presente. Esso non riaccade, ma si rende accessibile, sacramentalmente. Dunque attuale in ogni tempo e in ogni luogo.

Con la transustanziazione del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo, si perpetua la Presenza Reale del Cristo Risorto nella Chiesa e, attraverso di essa, nel mondo (CCC, 774-776). Quella Presenza vera, reale, sostanziale, eminente e eccellente che nel tabernacolo è adorata dal Popolo di Dio. Ecco, allora, che San Filippo scorge nell’estasi la Vergine Maria, con in braccio il Figlio: non è stata lei, forse, col suo grembo immacolato, il primo vero tabernacolo? Nell’azione rituale, il padre oratoriano aveva davanti a sé l’immagine del Fondatore, di cui era chiamato a seguire l’esempio. Anche lui, come San Filippo, aderendo ex toto corde al Mistero, poteva come intuire la Madonna porgerli tra le mani Gesù sacramentato. E i fedeli, dall’assembla, vedendo il sacerdote parato delle sacre vesti, in un gioco quasi teatrale di proiezione e immedesimazione, potevano come assistere ad un duplice segno: il principale e sommo, della transustanziazione, certo; ma anche di vedere San Filippo celebrare dinanzi a loro, come libratosi da quel sottile diaframma tra il visibile e l’Invisibile, che la tela rappresenta. È ciò che chiamiamo comunione dei Santi.
Il dossale d’altare si conclude, non a caso, con un pregevolissimo medaglione ovale, intagliato e dorato, in cui è scolpita la Santissima Trinità. Ai lati di questo, agli acroteri, campeggiano da un lato la Costanza, d’altro l’Intelligenza. Certamente vi è un gioco di rimandi alla committente dell’altare, la N.D. Costanza Cima della Scala. Ma vi è di più: nel Mistero l’uomo, creato da Dio capax Dei, può introdursi per mezzo dell’intelligenza, ma anche con l’esercizio della costanza. Il Mistero di Dio in Cristo ci è rivelato (Ef 3, 8-12), ma ciò non è sufficiente ai fini della salvezza. L’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1, 27-28), è chiamato a rispondere responsabilmente alla sua altissima vocazione, con la sua volontà libera e intelligente: la santità (Lumen gentium, 39-42).

