a cura di Edmondo Jonghi Lavarini
A Gerusalemme il restauro della Basilica procede insieme agli scavi archeologici. Un cantiere che mostra come la conoscenza del passato possa diventare parte integrante del progetto di conservazione e valorizzazione dell’architettura sacra.
Al Santo Sepolcro di Gerusalemme il cantiere non riguarda soltanto il restauro di uno dei luoghi più importanti della cristianità. È anche un grande laboratorio di conoscenza nel quale archeologia, architettura, restauro e ricerca scientifica lavorano sullo stesso edificio e sulla sua complessa stratificazione storica.
Come riferisce l’agenzia SIR, proseguono infatti parallelamente le indagini archeologiche e gli interventi di conservazione della Basilica. Gli studi, condotti con la collaborazione scientifica dell’Università Sapienza di Roma, stanno approfondendo la storia del sito dall’antica cava di pietra all’epoca del Secondo Tempio, fino alla costruzione e alle successive trasformazioni della basilica cristiana.

Contemporaneamente avanza il cantiere architettonico: gran parte delle infrastrutture è stata completata e circa un terzo della nuova pavimentazione restaurata è già stato realizzato. Tra gli interventi è stato presentato anche il restauro del grande portone ligneo d’ingresso.
È proprio questa contemporaneità tra scavo e progetto, conoscenza e conservazione, materia antica e necessità presenti a rendere particolarmente significativa l’esperienza di Gerusalemme.
Il Santo Sepolcro ricorda infatti che un edificio sacro storico non può essere considerato semplicemente come un manufatto da restaurare. Ogni pavimento, muratura, fondazione o frammento può appartenere a una fase differente e raccontare qualcosa delle comunità che hanno costruito, trasformato, utilizzato e custodito quel luogo nei secoli.
Come ha sottolineato il Custode di Terra Santa, fra Francesco Ielpo, questa esperienza dimostra che ricerca scientifica e conservazione possono procedere insieme, quando alla base vi sono dialogo, fiducia e responsabilità condivisa.
Per architetti, restauratori, archeologi e committenti ecclesiastici è un’indicazione importante: prima di trasformare occorre conoscere, ma conoscere non significa immobilizzare. L’archeologia può diventare parte del progetto contemporaneo, così come l’architettura può contribuire a rendere leggibile, accessibile e vivo ciò che l’archeologia restituisce.
È questa la sfida della valorizzazione: non limitarsi a conservare le tracce del passato, ma farle dialogare con l’uso, la liturgia, il pellegrinaggio e la vita delle comunità di oggi.

Archeologia e architettura devono quindi tornare a dialogare sempre più profondamente. Non come discipline chiamate a intervenire una dopo l’altra, ma come parti di uno stesso processo progettuale. Conoscere ciò che è stato permette di progettare meglio ciò che sarà: guardare al futuro senza dimenticare il passato, trasformando la memoria in una risorsa viva per il progetto.
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Fonte della notizia: AgenSIR, 9 settembre 2026.
