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L’Architettura cristiana è bio-architettura

⏱ Tempo di lettura: 4 minuti

arch.Giuseppe Maria Jonghi Lavarini 
Direttore Responsabile CHIESA OGGI 

L’architettura cristiana è nata da un fatto che non appartiene alla teoria, ma alla vita: Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. 

Questa affermazione, centrale per la fede, ha conseguenze profonde anche nel modo di costruire lo spazio. Se Dio sceglie la terra per farsi vicino, allora la terra — con la sua acqua, l’aria, i minerali, le piante, i viventi — non è un supporto inerte, ma materia di salvezza. 

L’architettura cristiana, fin dalle sue origini, non ha mai progettato contro la natura: l’ha riconosciuta come alleata. 

Questa consapevolezza rende la Chiesa, oggi, un soggetto essenziale nelle trasformazioni ambientali e sociali che attraversano il mondo. La crisi climatica non è solo una questione ecologica; è una questione profondamente umana e pastorale. 

Come ha scritto Papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, “non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale”. 

E ancora, nel più recente richiamo di Laudate Deum: “La cura del creato è parte integrante del messaggio cristiano”. 

L’architettura cristiana è chiamata a ritrovare la sua vocazione più autentica: custodire la vita nella sua interezza. È qui che il dialogo tra fede e bioarchitettura diventa non solo possibile, ma necessario. 

Una tradizione di sostenibilità, prima della sostenibilità 

Spesso si parla di architettura sostenibile come di una conquista recente. Ma la storia della Chiesa racconta altro. I monasteri benedettini hanno disegnato paesaggi produttivi; hanno bonificato paludi, terrazzato pendii, canalizzato acque, costruito mulini e apicolture. Hanno generato habitat in cui natura e comunità crescevano insieme. 

I chiostri, con il loro verde interno e le cisterne di raccolta, erano dispositivi bioclimatici ante litteram: ventilazione naturale, regolazione termica, gestione dell’acqua. 

Le basiliche orientate a est, verso l’aurora, non rispondevano solo a un simbolismo liturgico: sfruttavano l’irraggiamento solare come fonte di luce e calore. Le pietre delle chiese romaniche, i mattoni cotti al sole, le strutture lignee delle coperture erano materiali locali, spesso prodotti in cantiere, con filiere a impatto quasi zero. 

Per secoli, l’architettura cristiana è stata bioarchitettura di necessità e di vocazione: Il luogo di culto non era un oggetto isolato, ma il cuore pulsante del territorio

Con la modernità industriale, parte del patrimonio di intelligenza ecologica della tradizione cristiana si è assottigliato.

Nuovi materiali, nuove tecnologie e nuovi codici architettonici hanno spesso portato a concepire le chiese come icone isolate dal contesto, oppure come strutture che consumano energia invece di generarla con le comunità. 

Non si tratta di nostalgia: molte innovazioni sono state preziose. Ma in alcuni casi si è perso il senso originario: la chiesa è un organismo vivente, non un monumento autoreferenziale. 

È qui che l’appello di Papa Francesco risuona con forza: non serve una “aggiunta verde” ai progetti; serve un cambio di paradigma

“Se ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura sgorgheranno spontaneamente” (Laudato si’). 

La bio-architettura, quindi, non è una moda tecnologica, ma un ritorno alla verità del Vangelo della Creazione. 

Una chiesa non è uno spazio da usufruire individualmente. È luogo di relazione, di rifugio, di aggregazione, di bellezza condivisa, di servizi spirituali e materiali

Nelle periferie urbane, negli oratori, nei centri parrocchiali, l’architettura cristiana è presidio pubblico di prossimità. 

In un’epoca di crisi ecologica, includere la sostenibilità nel progetto ecclesiale significa: creare spazi resilienti per chi non può scappare dalle catastrofi climatiche, garantire comfort e dignità anche ai più poveri , educare alla sobrietà attraverso l’esperienza dello spazio e rigenerare quartieri fragili con luoghi aperti e condivisi. 

La sostenibilità quindi non è un lusso ma giustizia

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