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Il nuovo complesso Santa Barbara a Licata (AG)

⏱ Tempo di lettura: 18 minuti

Il Progetto dello spazio sacro tra partecipazione, liturgia e identità mediterranea 

progetto di Francesco Lipari, Lillo Giglia, Giuseppe Conti 

Per l’architettura contemporanea, progettare una chiesa significa misurarsi con una domanda che non riguarda soltanto la forma. 

Che cosa rende oggi riconoscibile uno spazio sacro? In un paesaggio urbano segnato da funzioni ibride, linguaggi instabili e simboli sempre più opachi, l’edificio religioso non può più contare su repertori automatici. Deve ritrovare il proprio senso non per imitazione del passato, ma per intensità spaziale, qualità liturgica e capacità di costruire comunità. 

È qui che l’architettura sacra torna a essere un banco di prova radicale. Non perché debba produrre eccezioni formali, ma perché è chiamata a tenere insieme ciò che di solito il progetto separa: spiritualità e uso, rito e città, permanenza e trasformazione, memoria e invenzione. 

In questo campo, l’esperienza dell’Arcidiocesi di Agrigento si segnala come una delle più interessanti nel panorama italiano recente. 

Negli ultimi anni, la diocesi siciliana ha scelto di assumere in modo rigoroso il cambio di paradigma promosso dalla CEI: non più la nuova chiesa come oggetto calato dall’alto, affidato a un tecnico di fiducia, ma come esito di un percorso di ascolto, confronto e discernimento. 

Dopo la stagione dei Progetti Pilota, la CEI ha incoraggiato i Percorsi Diocesani, cioè procedure in cui qualità architettonica, esigenze pastorali e radicamento territoriale vengono affrontati insieme. È un passaggio decisivo: il progetto non nasce più solo dal tavolo del progettista, ma da una costruzione progressiva del senso. 

Nel caso agrigentino l’Ufficio Diocesano Beni Culturali Ecclesiastici ed Edilizia di Culto ha definito fin dall’inizio il proprio compito come un lavoro la nuova edilizia di culto non è trattata come un tema tecnico separato, ma come parte di una visione ecclesiale e culturale più ampia. 

La novità, però, non sta soltanto nel metodo. Sta nell’idea di Chiesa che il metodo sottende. 

Qui la partecipazione non è un correttivo procedurale né una strategia di consenso. 

È il riflesso di un’impostazione ecclesiologica concreta non da studio teologico: la comunità non è destinataria passiva del progetto, ma parte del suo stesso farsi. Definire funzioni, priorità, relazioni urbane, spazi pastorali e forme dell’accoglienza significa riconoscere che una chiesa non è un semplice manufatto edilizio. 

La qualità più interessante del percorso che ha portato all’edificazione di Santa Barbara non è soltanto il suo esito formale, ma il metodo che l’ha generato. 

Secondo il report, il percorso viene impostato attraverso una procedura partecipata, definita esplicitamente in chiave bottom-up, con focus group, seminari, ascolto degli stakeholder e coinvolgimento diretto dei gruppi parrocchiali nella definizione del Documento Preliminare alla Progettazione. 

In un ambito storicamente segnato da processi top-down e affidamenti verticali, il caso di Santa Barbara segnala un mutamento rilevante: la comunità non è chiamata a ratificare un progetto già deciso, ma contribuisce a costruirne i presupposti. 

È qui che il progetto si allinea alla più interessante evoluzione italiana dell’edilizia di culto degli ultimi anni: la chiesa come esito di una convergenza fra competenze specialistiche, esigenze liturgiche e responsabilità comunitaria. 

Nel caso licatese, il processo coinvolge l’Arcidiocesi di Agrigento, la CEI, la parrocchia, i parroci che si sono succeduti, i gruppi pastorali, i tecnici e il team di progettazione. 

Una chiesa, in fondo, non si esaurisce mai nel progetto o nella sua realizzazione o nelle forme architettoniche. Un edificio di culto, infatti, non diventa pienamente chiesa nel momento in cui si conclude il cantiere. Il suo compimento avviene nella dedicazione. 

È il rito a segnare il passaggio dalla costruzione umana al luogo ecclesiale. Nelle premesse del rituale della CEI, la chiesa-edificio è definita come segno visibile dell’unico vero tempio che è Cristo e il suo corpo che è la Chiesa; e si ricorda che non deve mancare “la casa di Dio in mezzo alle case degli uomini”. 

In questa formula c’è tutta la posta in gioco del progetto sacro: l’architettura costruisce un organismo materiale che il rito assume, interpreta e porta oltre se stesso. Per questo la consacrazione non è un dettaglio cultuale, un atto dovuto, ma il momento in cui la materia cambia statuto. Il gesto centrale è l’unzione con il crisma, per l’azione dello Spirito consacra, pervade, illumina e permea il corpo della Chiesa. Trasposto nello spazio architettonico, questo significa che il crisma non si limita a benedire la fabbrica: la tocca, la segna, la destina. 

In un certo senso la plasma nuovamente. La materia costruita viene trasfigurata, sottratta alla sola logica tecnica e restituita a una vocazione altra. Pareti e altare non sono più soltanto elementi edilizi: diventano superficie di memoria, di alleanza, di presenza. È in questo passaggio che l’architettura sacra contemporanea ritrova la propria radicalità. 

Non deve semplicemente disegnare spazi funzionali per assemblee religiose, ma predisporre una materia disponibile alla consacrazione. 

Una chiesa ben progettata è uno spazio che sa attendere il rito, lasciargli posto, riceverne senso. Non si tratta di subordinare l’architettura alla liturgia in modo passivo, ma di riconoscere che il progetto, da solo, non basta a spiegare l’edificio ecclesiale. 

Il modello agrigentino appare allora significativo proprio perché tiene insieme degli estremi che spesso si separano: processo comunitario e qualità formale, identità locale e ricerca contemporanea, costruzione urbana e compimento liturgico. 

Santa Barbara a Licata non è interessante soltanto come opera, ma come sintomo di una postura. Mostra che una nuova chiesa può ancora essere un fatto architettonico rilevante quando rinuncia a essere pura icona e torna a essere luogo. 

In tempi in cui molti edifici religiosi faticano a trovare un linguaggio credibile, Agrigento suggerisce una via diversa: la chiesa come progetto condiviso, come spazio pubblico a intensità simbolica, come architettura che nasce nel cantiere ma si compie nella dedicazione. È lì, in fondo, che un edificio smette di essere solo costruzione. 

Ed è lì che la materia, unta dal crisma, diventa davvero casa di Dio con la comunità. 

Come una nuova chiesa ridisegna il quartiere dalla parrocchia dei minatori al landmark contemporaneo 

C’è un dato che, più di altri, aiuta a capire il senso del nuovo complesso parrocchiale di Santa Barbara a Licata: questa chiesa non nasce per occupare un lotto, ma per chiudere una lunga transizione storica. 

La parrocchia viene eretta nel 1960 per assistere le famiglie dei lavoratori delle miniere di zolfo; dopo la chiusura definitiva delle miniere, nel 1977, il territorio cambia volto, il quartiere cresce, la missione si trasforma e le sedi provvisorie diventano sempre più inadeguate. Il nuovo edificio arriva allora come risposta tardiva ma strutturale: non semplice sostituzione edilizia, bensì passaggio da una pastorale di emergenza a una presenza stabile nel paesaggio urbano. 

Dal punto di vista urbano, il nuovo complesso agisce su un “vuoto” tra via Portalumi e via Incandela, trasformando un’area sterrata e marginale in un dispositivo di centralità. Il report insiste su questo passaggio: dal parcheggio informale al landmark, dal margine al riferimento, dalla dispersione alla soglia. 

Il sagrato viene pensato come soglia, che raccorda la strada e la chiesa, non come anticamera interna al recinto religioso. È un punto importante: qui la chiesa non si ritira dal tessuto urbano, ma si offre come infrastruttura di incontro e riconoscimento, un gesto che restituisce alla tipologia ecclesiale una funzione pubblica oggi tutt’altro che scontata. 

L’architettura lavora in questa direzione con un linguaggio contemporaneo ma non autoreferenziale. Il complesso è descritto attraverso una geometria organica e sinuosa, superfici bianche continue, pareti curve senza spigoli vivi, una navata a pianta organica e una copertura che asseconda il carattere plastico dell’insieme. 

Due elementi emergono come figure forti: il campanile cilindrico, che agisce come segnale urbano, e il grande arco strombato dorato, interpretato simbolicamente come “Porta del Cielo”. 

Non è una retorica secondaria: in un edificio sacro contemporaneo, la soglia torna a essere tema architettonico e teologico insieme. 

All’interno, il lessico si fa più essenziale. Altare, ambone e fonte battesimale sono concepiti come volumi monolitici in pietra chiara; il fonte è ottagonale, secondo una simbolica di rinascita chiaramente leggibile; la luce naturale entra attraverso bucature calibrate e costruisce una liturgia della materia fatta di riflessi, ombre e superfici diffuse. Il report parla di “purezza liturgica”, formula che qui può essere letta come volontà di sottrarre lo spazio alla ridondanza, affidando alla relazione tra luce, materia e assemblea il compito di generare intensità. 

In questo quadro, il lavoro di Giuseppe Agnello non si aggiunge all’architettura come apparato decorativo, ma ne prolunga la grammatica. Il crocifisso monumentale, la Madonna con Bambino, e la Via Crucis sono plasmati come elementi integrati nello spazio, capaci di tradurre in immagini una spiritualità essenziale, trattenuta, lontana sia dal minimalismo astratto sia dal sovraccarico figurativo. La collaborazione fra architetti, artista e liturgista restituisce qui la centralità di una triade troppo spesso evocata e raramente davvero praticata nell’edilizia ecclesiale contemporanea. 

a cura di Don Giuseppe Pontillo
direttore dell’Ufficio Beni Culturali ed Edilizia
di Culto dell’Arcidiocesi di Agrigento


Le opere d’arte della Chiesa Santa Barbara di Licata materia liturgica, spazio architettonico e processo progettuale integrato 

L’arte sacra contemporanea, soprattutto a seguito del Concilio Vaticano II, non può più essere interpretata come un semplice apparato decorativo sovrapposto a uno spazio architettonico predefinito. Essa concorre piuttosto alla costruzione semantica del luogo liturgico, partecipando attivamente alla definizione dei suoi significati teologici e rituali: interpreta la centralità dell’altare, rende eloquente la proclamazione della Parola, accompagna l’azione sacramentale e traduce in forma, luce e materia il mistero celebrato dalla comunità ecclesiale. In tale prospettiva, l’architettura religiosa contemporanea tende progressivamente ad abbandonare la riproduzione di modelli storicizzati per orientarsi verso un linguaggio essenziale, simbolicamente denso e capace di articolare in modo coerente la relazione tra assemblea, rito e spazio. 

All’interno di questo paradigma, l’opera d’arte perde ogni pretesa di autonomia autoreferenziale per configurarsi come “segno liturgico”, ovvero come presenza capace di orientare la percezione, strutturare i poli celebrativi e rendere sensibile la qualità spirituale dell’aula. Materia, luce, silenzio, rapporto con il contesto paesaggistico e con la comunità diventano, pertanto, strumenti di una rinnovata estetica del sacro, nella quale l’artista è chiamato a operare in stretta sinergia con architetto e liturgista, affinché l’edificio ecclesiale si configuri come organismo unitario, vivo e relazionale. La nuova chiesa di Santa Barbara a Licata si colloca pienamente entro tale orizzonte teorico e operativo. Il complesso, concepito come fulcro fisico e simbolico dell’espansione urbana occidentale, si articola come un sistema aperto comprendente aula liturgica, casa canonica, spazi pastorali e sagrato urbano. Dal punto di vista architettonico, l’edificio adotta un linguaggio contemporaneo fondato su volumi plastici, superfici intonacate continue, dispositivi di soglia a valenza simbolica e un uso calibrato della luce naturale; lo spazio interno si configura come raccolto ma dinamico, essenziale ma intensamente espressivo. In tale contesto, le opere del maestro Giuseppe Agnello non si configurano come elementi accessori, bensì come dispositivi semantici che contribuiscono in modo determinante alla qualificazione liturgica dell’architettura. 

Il rapporto tra arte e architettura si manifesta con particolare evidenza nel dialogo dialettico tra la morfologia fluida dell’aula e la definizione geometrica degli arredi liturgici. L’altare e l’ambone emergono come volumi compatti, quasi monolitici, capaci di istituire un centro visivo e simbolico stabile all’interno di un involucro spaziale più dinamico; analogamente, il crocifisso, collocato sulla parete absidale, assume una funzione dominante, la cui efficacia è amplificata dall’interazione con la luce e dalla sobrietà cromatica dell’insieme. Ne deriva un impianto spaziale in cui la dimensione spirituale è affidata non alla ridondanza decorativa, ma alla tensione controllata tra materia, vuoto e luce. 

I poli liturgici, progettati dal gruppo Giglia–Lipari–Conti e realizzati da maestranze locali, costituiscono il nucleo generativo dell’aula. L’altare, quale fulcro teologico e rituale del presbiterio, si presenta con una configurazione rettangolare essenziale, che richiama simbolicamente la dimensione universale dell’evangelizzazione e la ricapitolazione cristologica. La sua definizione come massa lapidea chiara, visibile, orientata versus populum e accessibile su tutti i lati, ne ribadisce la duplice valenza di mensa conviviale e luogo del sacrificio, configurandolo al contempo come dispositivo ordinatore dello spazio. 

L’ambone sviluppa tale impianto in chiave complementare, configurandosi come luogo proprio della proclamazione della Parola. La presenza di tre gradini e di una parete curva verticale, in risonanza con le convessità dell’organismo architettonico, conferisce a questo elemento il carattere di una tribuna stabile e formalmente autonoma. In esso si coglie una riuscita trasposizione, nel linguaggio materico della pietra, della dinamica spaziale dell’edificio, rendendo l’ambone una vera e propria soglia tra parola proclamata e assemblea ascoltante. 

Analogamente, la sede presidenziale e il fonte battesimale concorrono alla costruzione di un sistema coerente. La sede, in continuità linguistica con gli altri poli, assume un valore segnico che trascende la dimensione funzionale; il fonte, di forma ottagonale e collocato in prossimità dell’ingresso, affiancato da una vasca per immersione, esplicita il tema teologico della soglia e dell’iniziazione. L’impiego della pietra chiara e durevole rafforza il carattere permanente e memoriale dell’azione liturgica, inscrivendo l’esperienza sacramentale in una dimensione di stabilità e appartenenza. 

Particolarmente significative risultano le opere figurative di Giuseppe Agnello. Il crocifisso absidale, realizzato mediante l’integrazione del legno con un corpo in gesso e pietra alabastrina, si distingue per una qualità luminosa e dinamica che intensifica la percezione del mistero pasquale. La scultura mariana, collocata in una nicchia prossima al presbiterio, introduce una dimensione devozionale più raccolta e contemplativa. La Via Crucis, articolata in quattordici stazioni scolpite, propone una narrazione della Passione intesa come sequenza relazionale e salvifica. Nel loro insieme, tali opere si inseriscono con misura nel contesto architettonico, evitando ogni forma di sovraccarico e contribuendo piuttosto a densificarne il significato. 

La coerenza complessiva dell’intervento si chiarisce alla luce della poetica dell’artista, per il quale la natura costituisce l’orizzonte originario della ricerca e la pietra si configura come materiale archetipico, generatore di forme e depositario di memoria. Nella chiesa di Santa Barbara, essa assume una valenza simbolica primaria, rendendo percepibile la permanenza del sacro, la gravitas del rito e la continuità tra dimensione terrena e trascendente. 

Le opere di Agnello instaurano con l’architettura un rapporto non mimetico, ma profondamente consonante: la materia lapidea interagisce con la luce, i volumi si affermano con sobrietà, mentre la figurazione introduce una componente antropologica all’interno dell’astrazione spaziale. In tal senso, il contributo artistico si rivela determinante nel trasformare l’edificio in un luogo autenticamente abitato dalla liturgia. 

Il processo progettuale, promosso dall’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Agrigento, si è fondato su un modello partecipativo di tipo bottom-up, articolato attraverso il Documento Preliminare alla Progettazione, il coinvolgimento della comunità e il ricorso al concorso diocesano. Tale approccio, definibile come “modello Agrigento”, supera la logica dell’affidamento diretto e favorisce la costruzione di un’identità condivisa dell’edificio ecclesiale. 

La chiesa di Santa Barbara a Licata si configura, pertanto, come un caso esemplare di integrazione tra architettura, arte e liturgia nel contesto contemporaneo. I poli liturgici e le opere di Giuseppe Agnello definiscono una grammatica spaziale e simbolica capace di rendere leggibile il mistero celebrato. La loro efficacia deriva dall’essere stati concepiti all’interno di un processo unitario e condiviso, nel quale progetto architettonico e progetto artistico si sono sviluppati in reciproca relazione. In tale prospettiva, Santa Barbara non rappresenta soltanto un nuovo edificio di culto, ma un dispositivo culturale e spirituale capace di testimoniare come l’arte possa ancora, nel presente, concorrere all’edificazione della comunità ecclesiale attraverso la materia, la luce e il rito. 

Domenica Brancato Direttrice, del Museo
Diocesano dell’Arcidiocesi di Agrigento (MUDIA)


Santa Barbara a Licata (AG)

Progettisti: Arch. Francesco Lipari · Arch. Lillo Giglia · Arch. Giuseppe Conti 

Direzione artistica: Arch. Francesco Lipari,· Arch. Lillo Giglia 

Liturgista: Don Ildebrando Scicolone 

Artista: Giuseppe Agnello 

Enti finanziatori e committenti: 

Conferenza Episcopale Italiana (8xmille Chiesa Cattolica) · Arcidiocesi di Agrigento · Parrocchia Santa Barbara Licata 

Parroci pro tempore: Sac. Leopoldo Argento · Sac. Gerlando Montana Lampo 

Anno Concorso ad inviti in due fasi: 2016 (progetto 1° classificato) 

Inizio e fine lavori: maggio 2019 – ottobre 2025 

Consacrazione: 25 marzo 2026 

Dati dimensionali: Superficie lotto: 5.700 m2 

Chiesa: 963 m2 (aula liturgica, sacrestia, cappella feriale, campanile) 

Locali di ministero pastorale: 557 m2 Casa Canonica: 162 m2 

Direzione edilizia di culto: Sac. Giuseppe Pontillo · Dott.ssa Domenica Brancato 

Responsabile unico procedimento (RUP): 

Arch. Calogero Giglia 

Direzione lavori: Arch. Alfonso Cimino 

Direzione operativa strutture e impianti: 

Ing. Gian Luigi Di Marco · Ing. Antonio Milia 

Responsabili tecnici di cantiere: Arch. Filippo Mancuso · Geom. Salvatore Bonadonna 

Coordinatore per la sicurezza in fase di esecuzione: Geom. Angelo Iacona 

Impresa esecutrice: Eredi Geraci Salvatore srl di Michelangelo Geraci 

Strutturista: Ing. Calogero Palumbo Piccionello con Ing. Andrea Macaluso 

Geologia e Analisi: 

Dr. Privato Paolo / Laboratorio Vivirito 

Collaudo Statico: Ing. Angelo Cuttaia 

Team progetto definitivo ed esecutivo: 

Arch. Filippo Giglia · Arch. Alberto Iacona · Arch. Felix Kai Dorl Ing · Arch. Toni Vetro 

Forniture e lavorazioni speciali: 

Controsoffitto aula liturgica e cappella feriale: Zeta House srl (Cittadella – PD) 

Opere in marmo e poli liturgici: Curella marmi (Licata) 

Opere in ferro: Francesco Porrello (Licata) 

Impianto illuminotecnico Aula Liturgica: Strano SPA, Villaggio Mosè (Ag) 

Economato diocesano: 

Don Nino Gulli · Rag. Giancarlo Patti 

Collaborazione Pastorale: 

Consiglio pastorale parrocchiale · Consiglio parrocchiale affari economici 

Video: Salvatore Giglia / Rec Porter · Calogero Cassaro 

Foto di: Francesco Caristia 


Il gruppo di progettazione del nuovo complesso parrocchiale Santa Barbara a Licata è composto dagli architetti Francesco Lipari, Lillo Giglia e Giuseppe Conti, tre percorsi distinti che si incontrano in una pratica condivisa fondata sull’ascolto, sulla responsabilità sociale del progetto e sulla capacità di coniugare tradizione e contemporaneità. Nel complesso parrocchiale di Licata queste traiettorie convergono in un’architettura che unisce spiritualità, qualità spaziale e sostenibilità ambientale, restituendo alla comunità un luogo identitario, aperto e riconoscibile capace di dialogare con la città e con il paesaggio mediterraneo, trasformando il margine urbano in uno spazio di relazione, accoglienza e incontro. Il progetto nasce da un confronto costante con la comunità parrocchiale e con il contesto fisico e culturale del luogo interpretando la chiesa come un luogo in cui materia, luce e paesaggio diventano strumenti di narrazione spirituale e in cui la dimensione liturgica si intreccia con quella urbana, restituendo alla città una nuova centralità civica. 

Francesco Lipari da oltre dieci anni si dedica alla progettazione liturgica, sviluppando un approccio che coniuga spazio sacro, partecipazione della comunità e ricerca formale. La sua attività si colloca nell’intersezione tra architettura, ricerca e ascolto del territorio con particolare attenzione al ruolo sociale dell’architetto nei processi di trasformazione urbana. Ha preso parte a diverse fasi finali dei concorsi nazionali promossi dalla CEI approfondendo il rapporto tra riforma liturgica, patrimonio storico e progetto contemporaneo. Il suo lavoro è stato esposto e pubblicato in diverse riviste e musei internazionali e ha fatto parte della selezione ufficiale del Padiglione Italia alla Biennale d’architettura di Venezia del 2021. 

Lillo Giglia è un architetto che unisce ricerca contemporanea e valorizzazione del territorio. Opera nei campi della rigenerazione urbana, dell’architettura sacra e residenziale. Tra le opere principali figurano il Complesso Parrocchiale di Licata e i pluripremiati QUID Vicololuna e Casa Farace, selezionata per il Mies van der Rohe Award. Ha esposto alla XVI Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia (Padiglione Italia, 2018). Ambassador di Farm Cultural Park, è stato direttore della scuola SOU. Attualmente lavora a progetti internazionali tra Sicilia, Germania e Medio Oriente. 

Giuseppe Conti ha lavorato come Senior 3D Architect e Concept Designer presso lo Studio Fuksas, prima di entrare in Pininfarina nel 2020. Parallelamente, svolge attività di ricerca presso il Dipartimento ABC del Politecnico di Milano, all’interno del gruppo di ricerca Material Balance. Oggi è Lead Architect in Pininfarina e sta svolgendo un dottorato executive co-supervisionato da Pininfarina e dal Politecnico di Milano, con una ricerca focalizzata sull’evoluzione delle strategie di Design for Manufacturing and Assembly (DfMA), integrando principi automobilistici e architettonici per ampliare i confini della progettazione e della fabbricazione. Nel 2024 è stato insignito del Premio Edoardo Menzio e del Premio Paolo Pininfarina, riconoscimento riservato ai talenti under 40 più meritevoli dell’azienda.Nel progetto di Licata, la convergenza di queste competenze ha saputo generare un’architettura essenziale ma simbolicamente potente, capace di interpretare il senso contemporaneo del costruire chiese: uno spazio che accoglie, orienta, protegge e crea relazioni. 

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